Sicilia si mobilita contro la chiusura dei punti nascita

In Sicilia stanno chiudendo sempre più punti nascita e i comitati locali raccolgono le firme cercando di far rete sui social.

A Lipari non esistono sono più i ‘punti nascita’ negli ospedali, a causa della decisione di chiudere le maternità sotto i 500 parti l’anno perchè ritenute ”pericolose” per le mamme e i nascituri in forza di quanto comunicato dall’OMS

“Mentre i punti nascita di Licata e Bronte potranno continuare le attività pur non raggiungendo al momento i 500 parti l’anno,nulla da fare invece per Petralia, Santo Stefano Quisquina, Lipari e Mussomeli che dovranno chiudere i battenti. Si conclude così un lungo percorso iniziato nel 2010, quando il Ministero della Salute, il Governo, le Regioni e le Province autonome siglarono un accordo per migliorare la sicurezza nelle nascite stabilendo la chiusura dei reparti più piccoli ritenuti insicuri”,spiega Maruzza Battaglia di Rifondazione a Palermo.

“L’anno scorso a Petralia ci sono stati 124 parti e 300 (circa) interruzioni di gravidanza. Nessuno ha avuto problemi dopo la chiusura: le gestanti sono state trasferite direttamente a Termini senza complicazioni per le madri né per i bambini. Ma mi chiedo: e se fosse arrivata una partoriente con una situazione complicata e a rischio? E se, oltre la strada già lunga e dissestata, quella donna avesse dovuto anche affrontare ghiaccio e neve? L’elicottero funziona, ma chiaramente non potrebbe partire con condizioni meteo avverse. Il disagio è davvero enorme e i rischi sono tanti”, racconta Eliana Polizzi da Petralia Sottana.

“Si iniziò il 13 gennaio 2014 con l’occupazione dell’aula consiliare e l’istituzione di un comitato ‘Giù le mani dall’Ospedale’, creazione del gruppo Facebook e relativa pagina che esiste tutt’ora. Si è organizzata inoltre una raccolta firme a cui hanno partecipato non solo i 17 comuni interessati ma anche coloro che risiedono all’estero e in altre città con il raggiungimento di 15500 firme circa”, spiega  Rosalinda Amico da Mussomeli.

Sara Basile, una delle promotrici del Comitato ‘Nasciamo a Lipari’ spiega che “quello che Lipari e le Eolie chiedono è adeguare una struttura esistente alle esigenze di una maggiore sicurezza, non chiuderla. Basterebbe fare turnare il personale sanitario, potenziare il reparto di Rianimazione, dotarlo di una culla per terapie intensive, dotare Lipari di un centro trasfusionale vero e proprio. In questa vicenda prosegue vanno considerati diversi aspetti: in primo luogo, il disagio delle partorienti, costrette ad affrontare la solitudine (mariti o compagni che lavorano spesso non possono garantire la loro presenza), la lontananza dalle famiglie (per le stesse ragioni), e i costi di un soggiorno forzato che si può prolungare per settimane, a volte anche mesi. Il ministro Lorenzin spieghi perché in alcuni casi (Licata, Bronte, Pantelleria in Sicilia, ma anche Ischia, Portoferraio all’Elba tra le isole minori) questa soglia (minimo 500 parti l’anno secondo l’indicazioni dell’Oms) non è stata ritenuta necessaria, e a questi reparti è stata concessa la deroga”

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