L’Italia del lavoro autonomo povero è un Paese che scorre spesso sotto traccia, fatto di professioni essenziali ma retribuite in modo insufficiente, di compensi discontinui e di una prospettiva previdenziale che somiglia a un miraggio. È il quadro che emerge dall’ultimo studio realizzato da Nidil–Cgil e dall’Osservatorio sulla Previdenza della Cgil, basato sui dati dell’INPS e dedicato ai 644.000 iscritti alla Gestione Separata: collaboratori, cococo, partite IVA esclusive, figure professionali che sostengono pezzi interi dell’economia e della cultura italiana ma che la legge di Bilancio attualmente in discussione sembra aver completamente ignorato.
Parliamo di archeologi, guide turistiche, grafici, traduttori, operatori di call center, educatrici d’infanzia: lavoratori e lavoratrici qualificati che però sopravvivono con compensi annuali da povertà assoluta. I collaboratori esclusivi guadagnano in media 8.566 euro all’anno, cifra che per le donne scende a 6.839 euro e per gli under 35 arriva appena a 5.531 euro. Le partite IVA esclusive non stanno molto meglio: 18.094 euro lordi annui, con una penalizzazione significativa per le donne (15.700) e per i giovani (14.400). Numeri che raccontano la fragilità strutturale di una generazione di professionisti schiacciati tra lavoro intermittente, assenza di ammortizzatori e una previdenza che rischia di non esistere.
La parte più drammatica del rapporto riguarda proprio i contributi previdenziali. Tra i collaboratori, il 22,5% versa contributi senza ottenere neppure un mese accreditato: più di 64.000 persone che, nel 2024, hanno versato complessivamente 14 milioni di euro senza vedere riconosciuto nemmeno un giorno utile ai fini pensionistici. Una stortura che colpisce soprattutto donne e giovani: solo il 3,76% delle collaboratrici e il 2,17% degli under 35 riesce a ottenere un anno pieno di contribuzione. La situazione è grave anche per le partite IVA: circa 36.000 contribuenti risultano “netti”, ossia versano più di quanto riceveranno, e soltanto il 35% riesce a maturare 12 mesi pieni di contributi.
Ma è sul fronte del futuro pensionistico che l’emergenza assume contorni ancora più inquietanti. Secondo i calcoli di Nidil–Cgil, la stragrande maggioranza dei collaboratori e dei professionisti iscritti alla Gestione Separata potrà andare in pensione solo a 71 anni, l’età in cui non è richiesto un importo minimo dell’assegno. Una scelta obbligata per il 92% dei collaboratori esclusivi e per il 65% delle partite IVA esclusive. L’uscita a 64 anni, prevista per la pensione contributiva anticipata, è un privilegio per pochi: appena l’8% dei collaboratori, che tuttavia percepisce un assegno medio di soli 853 euro al mese. Anche la pensione a 67 anni è spesso impraticabile, perché i redditi troppo bassi non consentono di raggiungere l’assegno minimo richiesto per il diritto alla prestazione.
Il paradosso più clamoroso riguarda però la Gestione Separata INPS, che nel 2024 ha registrato un avanzo di gestione di 9,6 miliardi di euro, un surplus che dura da oltre un decennio. La gestione che raccoglie i contributi dei lavoratori più fragili è la stessa che produce utili enormi, senza riuscire a trasformarli in tutele adeguate. Una contraddizione che il sindacato definisce “un’anomalia strutturale che penalizza chi non ha continuità lavorativa”. Le richieste della Cgil sono chiare: introdurre un compenso minimo legato ai contratti collettivi, eliminare il differenziale contributivo tra dipendenti e parasubordinati, garantire ammortizzatori sociali universali e istituire una pensione contributiva di garanzia per chi ha carriere intermittenti. Un pacchetto di misure che punta a evitare che un’intera generazione arrivi alla vecchiaia senza reddito e senza diritti.
Per queste ragioni, il 12 dicembre collaboratori e partite IVA scenderanno in piazza insieme al resto del mondo del lavoro, nel corso dello sciopero generale indetto contro le scelte del governo su redditi, welfare e pensioni. La mobilitazione porta al centro del dibattito pubblico un problema che l’Italia trascina da oltre vent’anni: la precarietà non è più una condizione transitoria, ma un sistema, e senza una riforma coraggiosa rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione sociale. Il rapporto di Nidil–Cgil lo dimostra con chiarezza: dietro ogni numero ci sono persone che lavorano ma non riescono a vivere, e che – paradossalmente – rischiano di non poter nemmeno andare in pensione.
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