di Francesco Di Domenico
La costiera flegrea da Pozzuoli a Mondragone faceva invidia ai lidi ferraresi.
Le cabine. Perché bisognava cambiarsi, mica ci si metteva in auto come adesso con pantaloncini e infradito? E le cabine erano importanti. Le signore venivano con vestitini leggeri ma moderati e sotto avevano le mutande grosse e bianche di fustaggine, coi reggipetti e le stecche d’alluminio, perché negli anni ’60 le tette delle signore erano monumenti giunonici.

I primi bikini, i “due pezzi”, erano rivoluzione pura e le donne che li ostentavano erano coraggiose avanguardiste. Si trattava di slip ampi che arrivavano allo stomaco e i pezzi di sopra fasciavano i seni come cornicioni di palazzi, o balconate di teatro.
La guerra era finita da vent’anni ma ancora si sussurrava, dopo le guerre era raro sentire grida, e la gente sorrideva senza urlare.
I tramonti erano scanditi dai primi caroselli di ragazzi sulla spiaggia che aspettavano il tramonto, con uno che sapeva suonare la chitarra e gli altri che davano i primi baci – non più d’uno – alle ragazze. Il brano era sempre lo stesso, un facile giro di “do”: The House Of The Rising Sun, dei The Animals, facilissimo da riprodurre.
E il chitarrista, il più timido, tornava sempre a casa con gli occhi umidi.
Poi è arrivato l’oblio, dal post terremoto con gli insediamenti dei cittadini rifugiatisi dal crollo delle case del centro storico e l’inquinamento della costa a cui una politica imbelle per cinquant’anni non ha voluto porre rimedio, lasciando il potere all’anarchia criminale.
Nel nuovo millennio alcuni imprenditori illuminati, cercando di ovviare alle acque gialle e sporche a riva, cominciarono a differenziare l’offerta offrendo piscine e luoghi d’intrattenimento, con discoteche serali. Mare sporco? Spiaggia pulita e chic.
Furono lungimiranti. Con il funzionamento del depuratore e il ritorno a una certa limpidezza del mare, Licola e Varcaturo nonché tutti gli stabilimenti a nord verso il Lazio sono tornati a essere luoghi frequentati dalla media borghesia.
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E col nuovo millennio è scoppiata la “Varcaturo da bere”. Complici i social che cominciarono ad amplificare la visibilità dei nuovi poli di attrazione: sole al mattino, dance la sera. Questi luoghi sono diventati un must attrattivo, con presenze prestigiose, non è raro incontrare le stelle del calcio napoletano, e accorsati professionisti che chiudono gli studi alle quattordici e dieci minuti dopo sono in spiaggia con le amanti, assaggiando pasti leggeri, qualche cozza ripiena alla brace, freselle con gamberi, pomodorini variegati – ché ormai se non sono di vari colori, nonostante il sapore uguale di san Marzano acerbo, non sono graditi.
Piatti guarniti con le spezie messicane tipo la cremaccia verde Guacamole o la zuppetta ocra andalusa, quel Gazpacho che se negli anni ’70 lo chiedevi alla cantina di Donna Nannina a Sant’Anna di Palazzo, lei ti metteva il Sartù in un piattino e «…e mò vattelo a mangiare sulle scale della chiesa inglese: scemo!».
Su queste spiagge si vede di tutto. Un micro-blindato frigorifero coi cingoli, super laccato con le immagini di coni galattici che ha sostituito il carrettino dei gelati, quello che aveva le ruote dei motorini Piaggio. Ragazzi scuri che credi africani, ma sono di San Giorgio a Cremano, con nomi che farebbero impallidire certi generali in politica: Giggino Al-Mansur. Afroitaliani di seconda generazione, laureandi in giurisprudenza, vendono bracciali d’argento che il gioielliere Morellato se li sogna.
Maschi vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming, con pantaloncini larghi e lunghi alle ginocchia, che dopo una nuotata restano bagnati fino all’eclissi lunare, mentre le mogli, gaudenti badesse ché la Monaca di Monza era una suorina ugandese, gli passeggiano di fianco.
Il sedere di una signora in particolare, largo che sembra piazza Barberini a Roma, e il disegno barocco tatuato sul coccige coi due pesci divergenti della Fontana del Tritone la ricordano tutta. Il costume evidenzia la maestosità delle natiche, col cordolo discreto del perizoma ad uso di riga di geometra che ne fa un estimo.
Sul davanti un’antica cicatrice di cesareo occultata dal tatuaggio dell’Ouroboros, il serpente che si morde la coda, con la testa che scende giù nell’antro oscuro, e s’intravede sotto pezzetti di stoffa lamé che francobollano alla meglio il triangolo meridionale.
E in alto i seni – capolavoro estetico di un chirurgico che con quell’intervento si è comprato un Rolex. La signora ostenta un’improvvida quanto falsa telefonata: «Ciao Naika, sono con Fonzi, passeggiamo verso la foce, anche se c’è un tamarrume in giro…».
Quindi il passeggiar dei tatuati. Ragazze con prose dantesche disegnate tra le ascelle e la radice delle tettine. Maschietti con pagine intere di fumetti Manga, tra cosce e panza. Adulti coatti con lo “Scarface” e la frase idiota Io dico sempre la verità/anche quando mento.
È di pochi giorni fa la straordinaria scoperta del mio amico Luciano della cover del primo disco di Santana del ’69 tatuata sulle spalle di un muscoloso giovane, che alla nostra domanda: «Scusi, è Santana?», e che risponde: «Macché Sant’Anna, non lo vedete che è un leone?».
Appunto, il leone fu una preziosa illustrazione di Lee Conklin.
(foto fornite dall’autore)
