di Ferdinando Capuozzo
C’è un principio che vale tanto per la finanza pubblica quanto per le istituzioni democratiche: la qualità di un sistema dipende dalle regole che ne disciplinano il funzionamento. Un bilancio opaco genera sfiducia negli investitori; una legge elettorale percepita come squilibrata incrina il patto di fiducia tra cittadini e Stato.
Per questo merita attenzione l’iniziativa della Rete per un voto libero e uguale, che ha annunciato 30 ricorsi alla Corte Costituzionale per contestare il cosiddetto Melonellum. Al di là dello scontro politico, la vicenda costringe a fare i conti con una domanda fondamentale: quanto pesa oggi il nostro voto?
I sostenitori della riforma richiamano la necessità di garantire stabilità e governabilità a un Paese storicamente frammentato. È un’esigenza reale. Il punto, però, è capire se questo obiettivo possa essere raggiunto senza comprimere eccessivamente il principio della rappresentanza.
I nodi critici sollevati dai costituzionalisti sono molteplici: un premio di maggioranza che, secondo i ricorrenti, rischia di trasformare minoranze reali in maggioranze parlamentari blindate; una saldatura tra Camera e Senato che potrebbe entrare in tensione con l’autonomia prevista dalla Carta; liste bloccate e meccanismi di riversamento dei voti che riducono la trasparenza della scelta dell’elettore; capilista che potrebbero incidere negativamente sulla rappresentanza di genere; e requisiti per la raccolta delle firme che rendono più difficile l’accesso alla competizione elettorale per le nuove forze politiche, mentre esonerano chi è già presente in Parlamento.
Tutto questo non rappresenta soltanto una questione per costituzionalisti e addetti ai lavori. Riguarda il modo in cui ogni cittadino percepisce il peso effettivo della propria scelta elettorale e il rapporto di fiducia che lo lega alle istituzioni.
Nessuna democrazia muore all’improvviso. Scolorisce lentamente quando cresce la distanza tra governanti e governati, quando i cittadini avvertono che le regole non garantiscono più pari opportunità di rappresentanza e quando l’astensione diventa la risposta alla sfiducia. Per questo il dibattito sulla legge elettorale non può essere confinato nelle aule giudiziarie o nei palazzi della politica.
Non possiamo permetterci il lusso della rassegnazione. Le leggi elettorali non sono materia riservata agli specialisti: determinano il modo in cui la volontà popolare si trasforma in rappresentanza e governo. Per questo la loro qualità riguarda tutti. La Corte Costituzionale sarà chiamata a valutare la conformità della norma ai principi della Carta. Ai cittadini spetta un compito altrettanto importante: informarsi, comprendere, vigilare e mobilitarsi. Perché la democrazia non si misura soltanto nel giorno del voto, ma anche nella qualità delle regole che ne traducono il significato. E quando quelle regole diventano opache, il rischio non è soltanto una cattiva legge elettorale: è l’indebolimento della fiducia che tiene insieme una comunità democratica.
Se vogliamo istituzioni autorevoli, governi stabili e cittadini coinvolti, rappresentanza e governabilità devono procedere insieme, senza che l’una soffochi l’altra. Perché il valore di una democrazia non si misura dalla forza di chi vince, ma dalla certezza che ogni voto espresso conservi pienamente il proprio peso e la propria dignità.
