di Francesco Di Domenico
Erano gli anni ’70, Erica Jong scriveva “Paura di Volare”, un libro sulle donne, sulla loro liberazione e sull’autocoscienza sessuale, una bomba liberatoria.
Il primo capitolo iniziava con “In viaggio verso il congresso dei sogni ovvero la scopata senza cerniera”. Il vero sessantotto liberatorio in Italia arrivava un po’ dopo quello francese ed europeo, e spesso era compreso in modo mistificante.
I “Tutto e subito”, la rivolta contro i padri, attecchivano nelle endorfine bollenti dei giovani non come progetto pragmatico di modernità, di futuro consapevole e nuovo da inventare ma come tuffo nell’anarchismo.
I genitori erano i ragazzini degli anni ’40 scampati alle macerie della II Guerra Mondiale, cresciuti nel rispetto delle regole del mondo nuovo pacificato, vissuti col pane duro bagnato e pomodoro fresco, non solo i poveri ma anche quelli della piccola borghesia.
A quei tempi non si rideva a squarciagola, si sorrideva e lo scoppio di un mortaretto faceva ancora paura, ricordava le bombe di vent’anni prima.
I figli invece crescevano nel boom economico, nella comunicazione totale di radio e televisione, avevano conosciuto la Nutella e poi la rivoluzionaria “Girella”, la prima merendina della storia, con quello slogan accattivante: “La morale è sempre quella, fai merenda con Girella“.
Non si sopportava l’autoritarismo dei genitori che invitavano i figli alla moderazione.
“Ma come – pensavano – siamo in un mondo dove c’è tutto e di quel tutto ci dobbiamo privare?”.
Lo scontro generazionale era fortissimo e le costrizioni venivano rifiutate come eccessi, i ragazzi pensavano: “Avete subito il fascismo e ne volete imporre uno familiare a noi?”. Oggi si sente dire come offesa a certi giovani sbruffoni: Scappati di casa, ma nessuno va via di casa effettivamente, allora sì, cominciavano le vere fughe da casa.
C’erano i primi festival rock, con orge di musica e spesso di corpi: era arrivata la liberazione, anche se non si sapeva “da cosa”. E molti ragazzi, irretiti da quel vento multicolore, scappavano per ribellarsi. Gli slogan erano Contro lo Stato, ma la ribellione era contro i padri. Era il tempo in cui arrivavano le droghe e molti di questi ragazzi, sprovveduti e incoscienti, vi cadevano, perdendo identità e vita.
Le ragazze avevano un doppio valore, oltre a essere potenziali clienti dell’eroina erano prevedibile carne da macello, corpi da vendere o da usare e gettare.
C’erano miriadi di casali nelle sterminate terre dell’agro giuglianese, prima dell’invasione dei veleni, in quei luoghi meravigliosi di terra grassa e generosa dove si coltivavano le pesche fantastiche, e le nettarine lucide invidiate dagli emiliani – che con intelligenza ne brevettarono il Doc, perché nelle nostre terre non si è mai fatto Sistema – nonché della regina delle mele, la fantastica annurca; in quei casali che risalivano al Settecento, si consumavano orrori che oggi sarebbero inspiegabili.
«Vieni? Dai, vieni, abbiamo una fuggiasca», sentivi dire da amici appena usciti dall’adolescenza. E a saperne di più, ti veniva risposto: «Dai, come non lo sai? Sono ragazze scappate di casa che si vogliono divertire…possibile che non ti piace divertirti?».
Alcune andavano via di casa represse da padri patriarchi e madri bigotte, schiave dei mariti e conformiste, che prefiguravano per le figlie la stessa subalternità, altre per esuberanza giovanile e genuina incoscienza.
Andavano via con una borsa, due magliette e qualche mutandina, i soldi di un treno e qualche pizzetta. Erano riconoscibili, con sorrisi smarriti perché dopo poche ore si erano già rammaricate del gesto, di quella fuga improvvida ma si vergognavano di tornare indietro.
E venivano ghermite da giovani aquilotti che giravano tra feste rock e centri sociali. Quasi mai delinquenti, spesso figli di piccola o buona borghesia, che le soccorrevano con sorrisi, pizze e linguaggi appropriati e con un “Vieni, so dove farti dormire gratis”.
E quei casolari bui di campagna erano le trappole perfette, carceri senza sbarre dove queste giovani donne che all’inizio avevano creduto che fare sesso libero fosse libertà, non si accorgevano che era stupro.
Le giovani iene, dopo averne approfittato fino alla nausea le abbandonavano al destino di suicide, drogate o avviate alla prostituzione, poche si salvavano perché si vergognavano di raccontarlo e di avere supporto psicologico.
I giovani sciacalli, che parlavano di divertimento ma era stupro, negli anni si laureavano o diventavano imprenditori e molti di quelli sono riconoscibili sui social, quando inorridiscono ai “costumi lascivi” della società moderna.
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