di Alberto Vito *
È facile trovare in libreria manuali che suggeriscono come conservare la salute, promuovendo adeguati stili di vita, facendo attenzione all’alimentazione o all’attività fisica e sportiva. Ma come sostenere la salute psicologica? Come ottenere se non proprio la felicità, almeno un discreto benessere? Provo anch’io a dare qualche piccolo consiglio, pronto all’uso, avvertendo che si tratta di indicazioni generali che richiedono un successivo approfondimento.
1) Il vittimismo fa male. Questa è la prima certezza. Coloro che spesso si lamentano stanno male e fanno star male chi è loro vicino, con il risultato di peggiorare la loro vita di relazione. Eppure, utilizzare i propri malesseri per richiamare l’attenzione altrui è purtroppo un comportamento diffuso, che sovente si apprende in famiglia per imitazione. In parte si tratta di un meccanismo inevitabile: il neonato piange le prime volte perché ha una sofferenza fisica, in genere fame o doloretti. Ma già dopo poche settimane impara che, se desidera l’attenzione della madre, può piangere e lei giustamente accorre. L’adulto compie il comportamento corretto, prestando attenzione al pianto, ma ciò inevitabilmente insegna anche altro al bambino, ovvero ad utilizzare i malanni per essere al centro dell’attenzione. Da adulti dobbiamo sapere come non ci sia nulla di sbagliato a desiderare di essere pensati, coccolati, presi in considerazione ma il metodo migliore per richiamare l’attenzione altrui è valorizzare i nostri pregi, le nostre capacità e non i nostri timori. Non bisogna essere accontentati perché stiamo male, ma perché le nostre scelte fanno star bene.
2) Il secondo punto ci rammenta come accontentarsi sia spesso una virtù. Al contrario, nell’attuale cultura occidentale competitiva la capacità di accontentarsi viene spesso percepita come un difetto ed è circondata da un alone negativo. In tal caso si enfatizza l’aspetto rinunciatario connesso all’accontentarsi. Invece, proprio questo è l’atteggiamento giusto per vivere bene. Chi gode di ciò che ha, pur sapendo che non è tutto; chi apprezza i propri risultati, senza ignorare che altri ottengono di più, vive decisamente meglio. Gode, senza grosse invidie. Occorre senz’altro provare ad ottenere buoni risultati, ma accettando i nostri limiti e ricordando quanto la nostra capacità, come esseri umani, di incidere sul proprio destino sia comunque parziale. Per semplificare, propongo ai miei pazienti un esempio semplice. Affermo che le persone si possono dividere in due categorie: entrando in una stanza nuova, c’è chi scopre subito i difetti e le magagne del nuovo ambiente, sia una macchia alle pareti o un errore nell’arredamento. C’è poi chi al contrario si sofferma e nota gli aspetti funzionali e piacevoli presenti nello spazio. I primi, quelli che notano i difetti sono più utili all’evoluzione collettiva perchè si concentrano sulla risoluzione dei problemi, ma è indubbio che i secondi vivano e facciano vivere meglio.
3) Il terzo consiglio è il più importante ma per alcuni forse è il più difficile da mettere in pratica. Come è scritto nei libri saggi di ogni cultura e ogni epoca, far del bene fa star bene. Si tratta di una verità semplice e profonda. Essere attenti agli altri, sentirsi utili, non essere eccessivamente autocentrati aiuta a star bene. Crea benessere e a volte perfino felicità. In fondo, saremo ricordati per le nostre buone azioni. Mentre, semplificando assai, chi fa del male sta sempre anche male e non può che riprodurre un circolo perverso del malessere.
(*) psicologo, psicoterapeuta, sociologo
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