di Francesco Di Domenico
Le strade spesso sono metafore della società dove insistono geograficamente.
Ne hanno scritto e descritto scrittori; l’immensa Alda Merini fece un’elegia del dolore per la Tangenziale Ovest di Milano.
«…qui la nuda ringhiera che ti afferra/è una parabola d’oriente/accecata dal masochismo, qui non pullula alcuna scienza,/ma muore tutto putrefatto conciso/con una lama di crimine azzurro…».
Il Doppio Senso – la nostra primigenia tangenziale, la via del mare, che da Secondigliano come una coltellata lucida taglia in due l’agro giuglianese per congiungersi al Lago Patria con la Domitiana, la nobile “Viarum Domitia”, anche lei cantata dal poeta latino Stazio in onore dell’imperatore Domiziano – e anch’esso un tracciato di dolore, fotografia sociale di quello che un popolo non dovrebbe fare.

Il cosiddetto Doppio Senso, chiamato così nel linguaggio greve perché fu una delle prime arterie doppie, divisa da filari di pini maestosi, è oggi la metafora più vera della società decadente dove si vive nell’area nord. La SP1 ancora è chiamata Strada degli Americani, furono loro, durante l’occupazione militare a trasformare un sentiero agricolo in una strada utile ai grossi Dodge militari per le loro basi vicino al Lago Patria.
Adesso vi abitano quasi seicentomila abitanti, quando Palermo ha una popolazione più ampia di poche migliaia di persone.
Questa massa indistinta di individui è schiacciata quasi tutta a ridosso di questa Highway stralunata e selvaggia. Tutte le cittadine che insistono su questo territorio, o non hanno un piano regolatore o sono ordinate da vecchie normative dei tempi del boom dove il cemento era considerato il progresso, un sol dell’avvenire.
E le costruzioni hanno continuato a crescere in modo indeterminato.
Case di una bruttezza indecente, o costruzioni di un velleitario modernismo con balconate vetro e acciaio non ragionate per la manutenzione dove, dopo tre mesi inaugurate, sono prede del calcare e opache con le erbacce di ortica alte come allori: l’unica fabbrica produttiva in progress di questi luoghi è quella edificativa.
È un piacere constatare che miriadi di muratori, fabbri, imbianchini e altri artigiani siano occupati in una rinascita lavorativa (sperando non siano impiegati a nero e senza garanzie, speranza vana), e al contempo è un dolore immenso veder crescere palazzoni anonimi di sei piani, formicai alti come la Misericordia di Dio, senza un albero né un’aiuola lasciata tra uno stabile e un altro.
A ridosso del boom economico e fino alla fine degli anni ’70 vi erano impiantate miriadi di fabbrichette artigianali, con una discreta dignità occupazionale, col terremoto dell’80 e l’arrivo dei soldi per la ricostruzione ai piccoli imprenditori non conveniva più e si riconvertirono in costruttori edili.
Un quarto degli operai diventarono imbianchini e muratori, un altro quarto emigrò al nord, l’altra metà fu assunta dai clan.
È avanzato un popolo assuefatto, ameba e ideologicamente attirato nell’anarchismo dilagante dove le forze di polizia dovendo occuparsi dell’emergenza criminale non potevano badare all’ordine pubblico ed è diventato irreprensibile nell’illegalità.
Così puoi sentir dire, a una mancata precedenza alle rotatorie: «Cosa vuoi? Vengo dalla via grande!», oppure: «La precedenza è di chi se la piglia!».
Un traffico di vetture di ultima generazione, spesso con targhe dei paesi dell’est, tra cui spiccano quelle polacche, ingorgano a ogni ora del giorno questa lunga suburra viaria.
Nessuno comprende che tipo di attività possano svolgere questi viaggiatori in suv da quarantamila euro in orari dove in altri posti del mondo, a parte Mumbai e Mexico City, dovrebbero essere seduti a scrivanie, in officine o in catene di montaggio.
Si sente dire “Sono delinquenti”, eh ma poi a chi rubano, a loro stessi?
Si ricorda quella battuta in tempi di Tangentopoli, dove i poveri socialisti erano trattati universalmente da ladri, e Beppe Grillo, allora pregevole comico, disse: «In Cina sono tutti socialisti! E a chi rubano?»
Credit – Settimana Enigmistica nr. 4922
Rentato Guttuso “Gita inVespa” 1956
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