di Alberto Vito *
Hanno suscitato un dibattito le recenti dichiarazioni del prof. Giuseppe Remuzzi, direttore del Centro di Ricerche Mario Negri, che ha affermato come l’Intelligenza Artificiale sia in grado di porre diagnosi mediche più precise ed appropriate rispetto a qualsiasi specialista e in tal modo già oggi sarebbe in grado di ridurre le morti conseguenti ad errori di valutazione clinica.
In effetti, a ben pensarci, questo è abbastanza scontato. Infatti, l’I.A. può disporre di tutte le meta-analisi più recenti e può immagazzinare un numero di informazioni tanto ampio che anche il medico più studioso non potrà mai possedere. Conoscere le raccomandazioni di tutte le società scientifiche meglio accreditate, le linee guida di tutto il mondo, gli aggiornamenti farmacologici più recenti sicuramente può essere d’aiuto, anche se probabilmente nella maggior parte delle valutazioni cliniche non è necessario.
Peraltro, la stessa telemedicina, invocata da più parti nel nostro paese a partire dai recenti anni del covid, ha senz’altro degli indubbi vantaggi, potendo fornire primi consulti in tempi molto celeri e consentendo esami a distanza, senza obbligare i pazienti e i loro familiari a costosi viaggi.
Tuttavia, nel campo della psicoterapia è evidente, anche per gestire un incontro virtuale servono competenze relazionali. Ad esempio, comunicare una diagnosi rimane un atto comunicativo complesso, pure all’interno di un colloquio online. Pertanto, pur disponendo di minori informazioni, è nell’abilità relazionale che l’uomo, almeno per adesso, vince sulla macchina.
D’altro canto, questa posizione è condivisa dallo stesso Remuzzi, il quale chiarisce come l’I.A. rappresenti un utilissimo strumento a disposizione del medico e non un suo sostituto. Il punto è che non solo un medico deve continuare a studiare tutta la vita, non potendo certo accontentarsi delle acquisizioni universitarie e deve aggiornarsi in continuazione. Per questo, la tecnologia virtuale costituisce sicuramente un prezioso aiuto.
Ma il medico deve fare anche altro e qui entrano in gioco le abilità comunicative. La relazione con il paziente e, sempre più spesso, con i suoi familiari è il contesto relazionale entro cui si situa la cura. Rendere il paziente protagonista di questo processo, metterlo al centro delle scelte cliniche, pur nella disparità delle conoscenze scientifiche, è ciò che viene richiesto al bravo medico. Egli deve saper ascoltare il paziente, sia i suoi dubbi che le sue paure. Conosce come le aspettative, le emozioni, finanche gli aspetti irrazionali del paziente possano condizionare e giocare un ruolo sugli esiti della cura e sulla qualità della vita.
Il grado di fiducia verso il proprio medico, ad esempio, incide su quanto il paziente rispetterà o meno le prescrizioni dello specialista. Come il medico parla, le parole che usa possono avere effetti importanti sul benessere psicologico del paziente, soprattutto nel caso di patologie gravi. Ma una relazione di fiducia ha bisogno di durata per potersi instaurare.
Per fare tutto questo al medico serve tempo, la visita non può essere frettolosa: l’ascolto corretto ha sue ineludibili regole. Tempo che, soprattutto nei servizi pubblici e nella medicina generale, lo specialista non ha a disposizione, considerate il numero di visite quotidiane che deve svolgere.
E così, il vero nemico della medicina non è l’intelligenza artificiale, ma sono l’organizzazione istituzionale, i costi della sanità, le incombenze burocratiche. Questioni, ahimè, ripetute e stanche, come cantava Gaber.
(*) psicologo, psicoterapeuta, sociologo
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