Il Campania Teatro Festival 2026 prende il via dal Teatro Mercadante di Napoli con un debutto di grande rilievo artistico e culturale: venerdì 12 giugno alle ore 21.00 e sabato 13 giugno alle ore 19.00, il teatro di piazza Municipio ospita in prima assoluta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett e Press Conference di Harold Pinter, interpretati da Renato Carpentieri con la regia di Roberto Andò. Lo spettacolo, concepito come un dittico sulla parola, sulla memoria e sul potere, apre la XIX edizione del festival e anticipa un nuovo percorso scenico destinato a segnare anche la prossima stagione teatrale napoletana.
Dopo le due anteprime al Campania Teatro Festival 26, infatti, lo spettacolo inaugurerà il 21 ottobre al Mercadante la Stagione 2026|2027 del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, per poi proseguire in tournée in diverse città italiane, tra cui Milano, Roma, Genova e Torino. La produzione nasce dalla collaborazione tra Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival 26, confermando il ruolo di Napoli come centro di elaborazione culturale capace di dialogare con i grandi testi della drammaturgia europea del Novecento.
Al centro della scena c’è Renato Carpentieri, figura tra le più autorevoli del teatro e del cinema italiano, chiamato a dare voce e corpo a due testi firmati da due Premi Nobel per la Letteratura: l’irlandese Samuel Beckett, insignito nel 1969, e il britannico Harold Pinter, premiato nel 2005. L’ultimo nastro di Krapp viene presentato nella traduzione di Carlo Fruttero, mentre Press Conference è proposto nella traduzione di Alessandra Serra. La durata complessiva dello spettacolo è di un’ora, ma la densità del progetto scenico lascia intuire un attraversamento profondo dei grandi temi della modernità: il tempo, l’identità, il linguaggio, la responsabilità e la manipolazione della verità.
La scelta di accostare L’ultimo nastro di Krapp e Press Conference nasce da una precisa visione registica di Roberto Andò, che individua nei due testi non un semplice abbinamento, ma una risonanza teatrale e morale. Da una parte, Beckett mette in scena un uomo solo davanti alla propria voce registrata, costretto a misurarsi con il fantasma di sé stesso e con i relitti di una vita attraversata da fallimenti, ironia, desiderio e disillusione. Dall’altra, Pinter sposta la parola nello spazio pubblico, trasformandola in strumento di dominio, ambiguità e minaccia politica. In entrambi i casi, il linguaggio non consola e non chiarisce: rivela, ferisce, svuota, oppure maschera.
Ne L’ultimo nastro di Krapp, il protagonista ascolta una registrazione realizzata circa trent’anni prima e si trova di fronte a un dialogo impossibile con la propria memoria. La voce del passato diventa archivio, residuo, traccia sonora di ciò che è stato e non può più essere recuperato. Krapp appare come un “archivista del nulla”, sospeso tra lucidità e disfatta, tra comicità amara e struggimento. Il nastro che gira, la voce che ritorna, il corpo anziano che ascolta e commenta creano una delle immagini più potenti del teatro beckettiano: l’uomo davanti alla sopravvivenza dei propri frammenti, incapace di riconoscersi pienamente in essi.
Il rapporto tra memoria e identità, così centrale nell’opera di Beckett, trova nella regia di Roberto Andò una chiave particolarmente intensa. Nelle sue note, il regista richiama il legame del testo con l’eredità di James Joyce e con il tema della memoria affrontato dallo stesso Beckett nel suo saggio su Marcel Proust. La memoria non è qui un deposito ordinato di ricordi, ma una materia instabile, dolorosa, quasi impossibile da governare. L’uomo che tenta di riconoscersi nella propria voce registrata scopre non la continuità della propria vita, ma la sua frattura.
In ideale contrappunto, Press Conference di Harold Pinter porta il conflitto dalla dimensione privata a quella pubblica. Il protagonista è un portavoce governativo che risponde ai giornalisti con un linguaggio apparentemente controllato, ma in realtà attraversato da violenza, minaccia e manipolazione. Attraverso l’ironia tagliente e inquietante di Pinter, la parola politica viene mostrata come dispositivo di controllo, capace di produrre vuoto di senso e di trasformare la comunicazione istituzionale in esercizio di potere. Se Beckett scava nel silenzio interiore, Pinter mette in scena il rumore minaccioso del potere pubblico.
È proprio in questa tensione che il dittico trova la sua forza. In Beckett, la voce registrata scava nell’identità fino a mostrarne il vuoto; in Pinter, la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse si incontrano nello stesso spazio scenico: quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità. Il risultato è un discorso teatrale unico sulla responsabilità della parola, tema oggi quanto mai attuale in un’epoca segnata da comunicazione permanente, propaganda, crisi della memoria collettiva e fragilità del linguaggio pubblico.
La presenza di Renato Carpentieri conferisce al progetto una particolare profondità. L’attore ha raccontato di aver desiderato fin da giovane di misurarsi con L’ultimo nastro di Krapp, ricordando con ironia la curiosità per le celebri banane presenti nel testo beckettiano. Solo ora, a 83 anni, arriva per lui il confronto con questo capolavoro, in una fase della vita artistica in cui il tema del tempo, della memoria e del confronto con sé stessi assume un’evidenza ancora più intensa. La maturità dell’interprete diventa così parte stessa della drammaturgia: non semplice esecuzione, ma corpo vivente del testo.
Accanto a Renato Carpentieri recita il piccolo Agostino Cossia, in scena nel ruolo del bambino. Le voci della stampa sono affidate a Valentina Acca, Annalisa D’Amato, Patrizia Lopez, Andrea Renzi e Lorenzo Vacalebre. La costruzione scenica è completata dal lavoro di Gianni Carluccio, autore delle scene e delle luci, dai costumi di Daniela Cernigliaro, dal suono di Hubert Westkemper, dall’aiuto regia di Luca Bargagna e dalla direzione di scena di Teresa Cibelli. Ogni elemento tecnico concorre a costruire un ambiente essenziale e carico di tensione, coerente con la natura dei testi e con la loro radicale concentrazione drammatica.
Nelle note di regia, Roberto Andò racconta anche un ricordo personale legato a Harold Pinter. Nel 2006, Pinter interpretò L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court Theatre di Londra con la regia di Ian Rickson, annunciando a Andò che sarebbe stato il suo congedo dalle scene. Il regista ricorda quella serata come memorabile e indelebile, segnata dall’ultima occasione in cui vide Pinter. Da quel ricordo nasce anche il senso profondo dell’accostamento tra Beckett e Pinter: non un montaggio arbitrario, ma una dedica, una traccia di eredità, una risonanza artistica e umana.
Secondo Roberto Andò, mettere insieme L’ultimo nastro di Krapp e Press Conference significa chiudere un cerchio della memoria, confrontandosi con un vertice assoluto della drammaturgia del Novecento e con l’ultimo Pinter, capace in poche pagine di spaventare e, nello stesso tempo, di gelare lo spettatore in una risata angosciata. Il riferimento alla forma musicale è decisivo: il regista invita a considerare i due testi come parti di un concerto, prima un lungo lied e poi una suite brevissima. Una metafora che aiuta a comprendere la struttura dello spettacolo, fondato non sulla somma di due opere, ma sulla vibrazione che nasce dal loro incontro.
L’apertura del Campania Teatro Festival 2026 con questo spettacolo assume dunque un valore simbolico forte. Napoli accoglie un progetto che interroga il Novecento e il presente, il teatro e la politica, la memoria individuale e la responsabilità collettiva. In un tempo in cui le parole sembrano consumarsi rapidamente, il teatro torna a mostrarne il peso, la fragilità e la pericolosità. Con Renato Carpentieri e Roberto Andò, L’ultimo nastro di Krapp e Press Conference diventano non soltanto due testi da rappresentare, ma due specchi attraverso cui osservare ciò che resta dell’uomo quando la memoria vacilla e ciò che accade alla società quando il linguaggio del potere smette di cercare la verità.
Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Mercadante di Napoli venerdì 12 giugno alle ore 21.00 e sabato 13 giugno alle ore 19.00, come prima rappresentazione assoluta nell’ambito del Campania Teatro Festival 26. Dal 21 ottobre tornerà poi sullo stesso palcoscenico come spettacolo inaugurale della Stagione 2026|2027 del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.
Teatro di Napoli: www.teatrodinapoli.it
Campania Teatro Festival: campaniateatrofestival.it
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(foto di Lia Pasqualino fornite dall’Ufficio stamoa in allegato al comunicato)


