L’8 settembre al Trianon ritorna la Festa di Piedigrotta di Viviani per la regia di Nello Mascia
Testo e foto di Manuela Ragucci
L’8 settembre alle 21, al Trianon Viviani, torna Festa di Piedigrotta di Raffaele Viviani, nella messinscena firmata da Nello Mascia e scelta da Pierpaolo Sepe, neodirettore artistico del teatro, come prologo della stagione 2026-2027.
Non è un ritorno alla tradizione intesa come qualcosa da conservare intatto. È piuttosto un modo di rimetterla in circolo, di farle cambiare pelle senza perderne l’anima. Ciccio Merolla entra nella Festa di Piedigrotta attraverso il ritmo. Non quello soltanto delle percussioni, ma quello che sta già dentro le parole di Raffaele Viviani, nei suoi personaggi, nei dialoghi, nei gesti. Un ritmo che Nello Mascia, profondo conoscitore e interprete dell’opera vivianea, gli ha fatto scoprire e che Merolla porta ora sulla scena con il suo linguaggio, fatto di suono, rumore, corpo e materia.
Ed è qui che il lavoro di Merolla incontra quello di Mascia. Viviani ha già dentro la sua scrittura una musicalità precisa, una pulsazione che passa dalla lingua ai corpi, dalle pause ai rumori. Merolla la intercetta e la trasforma in suono.
Per lui, del resto, il rumore è musica da sempre. Fin da bambino lo affascina l’arte dei rumoristi, quella possibilità quasi alchemica di prendere un oggetto, un gesto, un suono qualsiasi e trasformarlo. A teatro questa ricerca diventa ancora più libera: una parola può avere un tempo, un respiro può diventare ritmo, un movimento può entrare nella partitura. La musica smette così di stare ai margini della scena e comincia a dialogare con gli attori, con i corpi e con tutto quello che accade davanti agli occhi dello spettatore.
La Festa di Piedigrotta nasce nel 1919, all’indomani della Prima guerra mondiale, come una «sagra popolare in due atti». È il bisogno di una società ferita di tornare a vivere, a fare rumore, a stare insieme. Ma dentro quella festa ci sono anche la fame, la disoccupazione, gli amori, la miseria e la violenza. È proprio questa materia che Mascia riporta nel presente, evitando qualsiasi ricostruzione da cartolina.
Il primo atto conduce nella Villa Comunale, tra cortei musicali, scugnizzi, amori e frastuono. Nel secondo, le vicende di disoccupati e lavandaie si intrecciano alla sfilata dei carri allegorici, fino al finale di danze popolari e fuochi d’artificio.
L’ispirazione alle Baccanti di Euripide spinge ancora più in là questa dimensione. La festa diventa perdita del controllo, rito, liberazione, follia. Sacro e profano si mescolano e il popolo può essere, nello stesso momento, vittima e carnefice. È una festa che ha il volto della liberazione, ma anche quello inquietante di una comunità che, per un momento, lascia cadere le proprie regole.
Dentro questo universo il ritmo di Merolla è parte della drammaturgia. E cambia anche il modo di intendere il groove. Nel live il ritmo si nutre direttamente dell’energia del pubblico; a teatro deve ascoltare la scena, seguire gli attori, stare dentro le parole e nei tempi della narrazione. È un’altra forma di libertà, che nasce proprio dal dialogo con ciò che accade sul palcoscenico.
Anche le musiche originali di Viviani vengono rielaborate da Eugenio Bennato, mantenendone la forza trasgressiva e anarchica. Le voci e le interpretazioni di Pietra Montecorvino e Ciccio Merolla contribuiscono a costruire una dimensione sonora che attraversa il tempo senza cercare di cancellarlo.
Sono 28 gli artisti in scena, tra cui lo stesso Nello Mascia, che li guida con grande maestria. Tra loro Oscar Di Maio, nel ruolo di Mimì di Montemuro, esponente di una celebre dinastia teatrale partenopea, Ernesto Lama, Ciro Capano e Gino Monteleone. Le coreografie sono di Ettore Squillace, i costumi di Francesca Romana Scudiero, le luci di Gianluca Sacco e l’audio di Daniele Chessa. Lo spazio scenico, essenziale e dinamico, è firmato da Raffaele Di Florio. La scelta di un cast in larga parte giovane apre però una questione che vale la pena porsi. Dare spazio alle nuove generazioni è necessario, soprattutto quando si affronta un autore come Viviani: la tradizione, per restare viva, ha bisogno di corpi nuovi e di sguardi capaci di attraversarla senza reverenza museale. Ma proprio per questo diventa interessante chiedersi quanto questi giovani interpreti abbiano davvero digerito la lezione vivianea. Perché Viviani non è soltanto Napoli, non è il colore dei vicoli, la vitalità, la musica, la sensualità di una città raccontata per immagini. Sottotraccia porta una materia molto più aspra: la fame, la violenza, la solitudine, la miseria, la rabbia, le ferite di un popolo che spesso ride perché non ha altro modo per resistere. Il rischio, quando si affronta la sua lingua e il suo mondo, è quello di fermarsi alla superficie seducente della napoletanità, a una sensualità un po’ ruffiana, a una cartolina che restituisce il folklore ma non il dolore.
È proprio qui che il lavoro di un cast giovane può diventare una scommessa interessante: capire se quei corpi e quelle voci riescano a restituire non soltanto il ritmo e l’energia di una festa che, in realtà, è altrove, come afferma il regista, ma proprio la parte più oscura che quella festa contiene, laddove il sorriso non cancella la ferita, ma la contiene senza nemmeno mascherarla.
Il ritorno di Festa di Piedigrotta assume inoltre un significato particolare perché coincide con il ventennale dell’acquisto dello storico spazio da parte della Regione Campania e della Provincia di Napoli, oggi Città metropolitana, che decisero di intitolarlo proprio a Raffaele Viviani.
Si replica fino al 13 settembre, sempre alle ore 21, tranne la recita domenicale alle ore 18.
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