Dalla denuncia alla cultura: cosa deve cambiare davvero anche nelle organizzazioni. (Riflettiamo tra pensiero di Gloria Steinem e linguaggi di Vera Gheno).
di Giovanna d’Elia *
«Stiamo assistendo a una recrudescenza della misoginia, legata a una crisi del maschile. La mia speranza è che sia solo una fase e che venga superata abbastanza in fretta. Temo però che non abbiamo ancora toccato il fondo.»
Sono le parole della sociolinguista Vera Gheno, e non sono parole che ci si può permettere di ascoltare distrattamente. Perché il linguaggio non è un dettaglio estetico, non è un vezzo da editor attento: è l’infrastruttura invisibile su cui costruiamo relazioni, ruoli, potere. E oggi, in troppi luoghi pubblici e privati, comprese le aziende quell’infrastruttura sta franando sotto i colpi di un odio che si è ripulito la faccia e si è seduto ai tavoli che contano.
Nei discorsi pubblici di politici e influencer sono tornate a circolare, senza pudore, frasi che sembrano uscite pari pari dal mondo incel: quell’universo di uomini che scarica sull’emancipazione femminile il proprio fallimento, la propria rabbia, la propria incapacità di stare al mondo. Non è folklore da bar. È un vocabolario che si sta normalizzando e i luoghi di lavoro, per quanto vogliano crederlo, non sono un fortino a prova di questa deriva.
Le parole non restano parole
Diciamolo con chiarezza, senza addolcire: l’idea che una donna sia una proprietà da controllare non evapora nei commenti social. Diventa comportamento possessivo, escludente, a volte omicida. Due femminicidi in due giorni, a Finale Ligure e a Barberino di Mugello, non sono un incidente statistico: sono la punta visibile di un iceberg linguistico e culturale che troppe organizzazioni continuano a trattare come “non affar loro”.
Gheno lo spiega con un meccanismo semplice e devastante: quando una figura pubblica normalizza un linguaggio apertamente misogino, il permesso si diffonde. «Se lo dice lui, lo posso dire anch’io». E questo permesso non si ferma davanti alla porta di un ufficio. Entra nelle chat di lavoro, nelle battute in riunione, nei giudizi non detti su chi merita di fare carriera e chi no.
Il patriarcato non fa sconti a nessuno
Un chiarimento che dovrebbe essere scolpito nei programmi di formazione: «Il patriarcato non è una faccenda di maschi contro femmine. È un’ideologia alla quale possono aderire uomini e donne, che poi lede sia gli uomini che le donne». Non è un problema di genere contro genere. È un sistema e i sistemi si smontano solo se qualcuno decide di smontarli, non se si aspetta che si sfaldino da soli.
La consapevolezza che agli uomini non è mai stata richiesta
C’è un punto dell’analisi di Gheno che taglia corto su molte ambiguità: le donne, fin dall’adolescenza, imparano a proprie spese cosa significhi essere donna — un catalogo di precauzioni, adattamenti, rinunce silenziose. Gli uomini questo esercizio non hanno mai dovuto farlo, «perché da sempre sono considerati il genere base. Come nella lingua, così nella società».
Quando la domanda «cosa vuol dire essere uomo oggi?» si pone per la prima volta e in molti la stanno ponendo solo adesso — la risposta più comoda, offerta da modelli pubblici tossici, è colpevolizzare le donne per il disagio maschile. È la scorciatoia. Ed è una scorciatoia che le organizzazioni, se restano in silenzio, finiscono per avallare.
Dall’alterizzazione alla deumanizzazione: la stessa china
Gheno la chiama “alterizzazione”: trovare un capro espiatorio fuori dal gruppo per non guardare in faccia un malessere che è interno al gruppo. Il passo successivo è la deumanizzazione nel gergo incel le donne diventano femoid, “umanoidi”, non del tutto persone. È un vocabolario estremo, per fortuna ancora marginale. Ma la logica che lo alimenta ridurre una persona a categoria, a funzione, a oggetto — è la stessa che si insinua, in forme più educate ma non meno tossiche, in certe culture aziendali: nei soprannomi, nelle battute su chi “fa carriera facendo altro”, nei silenzi quando qualcuno viene messo in imbarazzo in una call.
Il femminismo non è mai stato “contro” gli uomini
Su questo, la voce di Gloria Steinem resta un correttivo necessario. Come diceva lei stessa, «il femminismo è la strana idea che le donne siano persone». Una frase quasi sarcastica nella sua semplicità, che smonta in una riga chi ancora oggi legge il femminismo come una minaccia agli uomini, invece che come il riconoscimento di un’ovvietà rimasta troppo a lungo negata. Steinem ha sempre rifiutato la lettura del femminismo come guerra tra generi, insistendo su un progetto molto più radicale: liberare tutte le persone dai ruoli rigidi che una società patriarcale impone. Per decenni abbiamo insegnato alle figlie che potevano ambire a ciò che un tempo era riservato ai figli studiare, comandare, guidare. Abbiamo fatto pochissimo, quasi nulla, per insegnare ai figli che potevano abitare senza vergogna gli spazi da sempre etichettati come femminili: la cura, l’accudimento, la vulnerabilità.
È esattamente lì che si è aperta la voragine che oggi chiamiamo “crisi del maschile”: un’emancipazione a senso unico, che ha spostato le donne verso il modello di successo maschile senza offrire, in cambio, un nuovo modello legittimo di essere uomini. Dove questo secondo movimento non è avvenuto, si è insediato il discorso incel, sovranista, neotradizionalista: la promessa di un ordine semplice per chi si sente smarrito da un cambiamento incompiuto.
Dalla denuncia alla cultura: cosa deve cambiare davvero
Non basta indignarsi. Non basta condividere l’ennesimo articolo. Se il linguaggio è cultura, allora la cultura si costruisce o si lascia marcire con scelte precise, ripetute, quotidiane. Per chi si occupa di organizzazioni, questo significa concretamente:
- Non lasciar correre. Ogni battuta, ogni soprannome, ogni commento che riduce una collega a corpo o categoria va nominato, subito, da chi lo sente non archiviato come “carattere” di chi lo dice.
- Misurare, non solo dichiarare. Percorsi di carriera, promozioni, accesso ai ruoli apicali: se i numeri raccontano un’altra storia rispetto ai valori scritti nel codice etico, è la cultura reale, non quella di facciata, a dover essere corretta.
- Dare ai modelli di leadership maschile un vocabolario nuovo. Ascolto, cura, vulnerabilità non sono “soft skills” di serie B: vanno riconosciute, valutate, premiate quanto assertività e decisionismo altrimenti l’emancipazione resta a senso unico, ed è in quel senso unico che attecchisce il risentimento.
- Formare, non informare. Un webinar all’anno sul rispetto non cambia una cultura. Cambiano le conversazioni difficili fatte bene, ripetute, sostenute dal vertice non delegate a un ufficio HR lasciato solo.
Una fase, non un destino, se qualcuno se ne occupa
Chiudo con la stessa cautela di Gheno: la speranza è che questa recrudescenza sia una fase, e che si superi in fretta. Ma le fasi non si superano da sole. Si superano se qualcuno, ogni giorno, nelle proprie stanze di potere , anche piccole, anche una sala riunioni , decide di non lasciar passare ciò che va fermato. Steinem ce lo ricorda meglio di chiunque: il femminismo non è mai stato un progetto per sostituire un genere base con un altro, ma per liberare tutti dai ruoli che stanno stretti. Il fattore umano, ancora una volta, non è un concetto da slide. È una pratica quotidiana, fatta di parole che si scelgono e di parole che si scelgono di non lasciar passare.
(*) People e Culture Director Focus Consulting
