di Ferdinando Capuozzo
È bastato un +0,4% di revisione sulla stima del PIL 2026 per far tirare un sospiro di sollievo ai palazzi della politica e dell’economia finanziaria. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio alza l’asticella della crescita allo 0,9% e subito scatta la narrazione della “resilienza” e della “capacità di tenuta” dell’economia italiana di fronte alle tempeste geopolitiche. Ma a chi serve davvero festeggiare questi decimali quando l’esperienza quotidiana delle persone racconta una storia diametralmente opposta?
Siamo vittime, ormai da decenni, del dogma del Prodotto Interno Lordo: un indicatore contabile ideato per misurare la produzione industriale, tragicamente trasformato nella bussola unica della felicità e del successo collettivo. L’inflazione raddoppia e tocca il 3,1% nel 2026, mentre il costo del lavoro aumenta a un ritmo nettamente inferiore rispetto ai prezzi al consumo. Tradotto dal burocratese: i salari reali si stanno sbriciolando e le famiglie si impoveriscono.
Il PIL ha un difetto strutturale e grottesco: misura la produzione economica, ma non è progettato per rappresentare il benessere complessivo di una società, registra le transazioni monetarie, non il valore sociale. Se l’inflazione spinge al rialzo i costi dei beni di prima necessità e dell’energia (+3% nel secondo trimestre), la spesa nominale aumenta e il PIL compie un balzo in avanti. Ma quella spesa non è il segno di una prosperità diffusa; è il costo della pura sopravvivenza. Nel primo trimestre i consumi delle famiglie sono stati sostenuti dal “recupero del potere d’acquisto”, salvo poi verificare che l’accelerazione dei prezzi eroderà nuovamente i redditi da lavoro e genererà forte incertezza. È il classico gioco delle tre carte della macroeconomia contemporanea: si festeggia un incremento congiunturale mentre le fondamenta sociali continuano a deteriorarsi.
La crescita del 2026 risulta inoltre dopata dagli investimenti legati al PNRR (+2,5%). Tuttavia, le previsioni del 2027, con l’esaurirsi del piano europeo, la spinta crollerà ad un misero 0,9%. Stiamo assistendo a una fiammata congiunturale sostenuta dai fondi pubblici che non crea uno sviluppo autopropulsivo né risolve le fragilità strutturali del nostro sistema produttivo e del mercato del lavoro.
Il mercato del lavoro viene descritto in “costante miglioramento” per via del calo della disoccupazione. Ma quale lavoro? L’Ufficio Parlamentare Bilancio stesso deve ammettere che il tasso di partecipazione rimane bassissimo, specialmente tra i giovani. Si crea lavoro precario, sotto-retribuito, incapace di stare al passo con un costo della vita spinto dalle speculazioni energetiche. È il trionfo della quantità sulla qualità: più occupati contabili, ma più lavoratori poveri.
Rimanere incatenati alla frazione di punto del PIL impedisce alle classi dirigenti di affrontare la vera crisi del Paese: l’equità distributiva delle risorse, la tenuta dei servizi pubblici essenziali e la sostenibilità sociale. Un Paese con il PIL allo +0,9% ma con le retribuzioni reali bloccate, l’inflazione al 3,1% e la povertà giovanile ai massimi non è un Paese che cresce: è un Paese che si sta consumando dall’interno.
Un Paese non prospera quando aumenta ciò che produce, ma quando migliora la vita di chi la abita. Se gli indicatori economici raccontano una crescita mentre i cittadini sperimentano un impoverimento, non è la realtà a essere sbagliata: è il metro con cui continuiamo a misurarla.
