di Ferdinando Capuozzo
Ci sono momenti in cui la storia economica di un Paese cambia direzione senza fare rumore. Non servono annunci solenni: basta un documento, un’offerta, una sigla OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) per capire che qualcosa, nel cuore della finanza pubblica italiana, si è trasformato.
L’operazione con cui Poste Italiane punta al controllo di TIM è uno di questi passaggi. Il gesto più semplice e quotidiano (il cittadino che deposita cento euro allo sportello, fidandosi di un sistema percepito come vicino allo Stato) entra simbolicamente in relazione con i cavi sotterranei, i data center, le reti 5G e il futuro della principale infrastruttura italiana delle telecomunicazioni.
Poste, nell’immaginario collettivo, resta il luogo della prossimità: il portalettere, il libretto, il buono fruttifero. Ma dietro questa immagine vive ormai un grande gruppo finanziario e industriale, capace di svolgere un ruolo centrale nell’economia italiana. Quando un soggetto di queste dimensioni entra nel futuro di TIM, cambia il significato stesso dell’operazione.
L’OPAS non è soltanto finanza. È una narrazione di potere. Racconta come la fiducia raccolta attorno al sistema postale, la forza delle grandi partecipate e la presenza pubblica nell’economia possano convergere nelle grandi partite considerate strategiche.
Non esiste, naturalmente, un filo diretto tra il singolo libretto postale e l’acquisto di un’azione TIM. Ma esiste un sistema finanziario nel quale la fiducia dei risparmiatori, la forza delle grandi istituzioni pubbliche e la capacità di indirizzo dello Stato contribuiscono a sostenere operazioni industriali di rilevanza nazionale.
Al centro c’è un triangolo politico-economico: Poste Italiane, terminale della fiducia quotidiana dei cittadini; TIM, gigante ferito ma ancora indispensabile; Cassa Depositi e Prestiti, uno dei principali strumenti attraverso cui lo Stato interviene nei settori strategici. È qui che si coglie il cambiamento: il sistema finanziario pubblico non si limita più a custodire e amministrare risorse, ma contribuisce alla ricomposizione degli asset industriali considerati strategici..
La narrazione ufficiale parla di “campione nazionale”, di “infrastrutture critiche”, di “sicurezza digitale”. E non è soltanto retorica. Le reti di telecomunicazione sono ormai una componente della sovranità nazionale. Lasciare che il loro destino dipenda esclusivamente dalle logiche di mercato sarebbe probabilmente ingenuo.
Ma ogni grande operazione porta con sé un lato d’ombra. TIM non è una pagina bianca: è un colosso che arriva da vent’anni di debiti, scissioni e tentativi di rilancio. Quando lo Stato utilizza la propria forza finanziaria per intervenire in settori ad alta intensità di capitale, il confine tra strategia industriale e assunzione di rischio diventa inevitabilmente più sottile.
La domanda, allora, non è se lo Stato debba intervenire. La vera questione è: quali regole devono governare questo nuovo capitalismo pubblico?
Chi decide che un’impresa è strategica? Con quali criteri? Quali risultati economici e industriali vengono attesi? Quanto rischio è accettabile? E chi risponde se le promesse non vengono mantenute?
Un capitalismo pubblico può essere uno straordinario strumento di modernizzazione. Può però diventare un ammortizzatore degli errori privati se la parola “strategico” diventa il paravento dietro cui nascondere salvataggi privi di sostenibilità.
È questo il significato più profondo dell’operazione. Lo Stato ha scelto di non restare spettatore davanti al futuro di un’infrastruttura decisiva. Ma se il sistema costruito anche attorno alla fiducia del risparmio degli italiani entra, sia pure indirettamente, nella sala dei comandi dell’economia nazionale, allora i cittadini hanno il diritto di sapere non soltanto chi comanda, ma soprattutto perché, con quali risorse e per assumere quali rischi.
