di Francesco Di Domenico
O attraversi la storia, come un Maradona e un Pino Daniele, o la storia ti attraversa come un Forrest Gump e alcuni di noi erano come il personaggio del film, come ora qui, su una panchina a raccontare.
Il sole di stamane mi ricorda un sabato di primavera di mezzo secolo prima, quando l’amico di allora, uno dei pochi fratelli, Enzo Ciervo, straordinaria voce rock con un’altezza superiore ai centocinquanta Hz, mi telefonò.
“Pilota! – mi chiamava così per le curve che facevo con la Mini Minor rossa lanciata al Corso Vittorio Emanuele – accompagnami dai, c’è uno che sta mettendo su una band e ha bisogno di un cantante“»”. E andammo.
Il gruppo si chiamava Batracomiomachia – E che significa?
– Nun’o ssaccio, ‘na cosa di Leopardi…
– Ah, ‘o poeta d’a tristezza?
Con quello scapocchione grosso e buono, che già a maggio cominciava a indossare gli zatteroni di legno olandesi, facevamo scorribande in pizzerie di quartiere sempre sulla mia Mini, e con quella voce flebile, con cui poi avrebbe cantato egli stesso i suoi pezzi, a dirmi: “‘O pilota, e vaje chiano che capotiamo!“.
Si chiamava Pinotto, il cognome lo scoprii anni dopo quando lo dovette scrivere sulla bustina del 45 giri: ‘A tazzulélla ‘e cafè.
Aveva dentro una malinconia antica, quella che a Napoli nascondiamo facendo finta di essere allegri.

Nel 1973 nessuno di noi aveva vent’anni e durante l’epidemia di colera cii trovammo a far parte del primo embrione musicale di Pino Daniele, io al massimo guidavo e infilavo spinotti. Giù alle Fontanelle, all’ospedale San Camillo, c’era il comando medico della Nato che interagiva per aiutare noi napoletani.
Andammo tutto il gruppo a farci il vaccino, che non era il classico siringone di allora ma un lieve “snap” fatto con una pistola (maledetti yankee: avanti su tutto).
Andammo allegramente e lo ricordo bene, quello che non ricordo è come uscimmo, perché mi ritrovai steso sul cofano di una 850 Fiat svenuto e con Pino Daniele che gridava: “‘O pilota: vai mò, scètate!“.
Credo che il Vai mò nacque allora.
Un pomeriggio di settembre: “Pilota, vienimi a prendere, dobbiamo visionare un ragazzino che suona il basso, in via Caravaggio“.
Alla fine dei sette piani al ragazzino smilzo che aprì la porta, Pinotto, ansimando, chiese: “Guaglio’, chi è che suona il basso?“.
Era lui, erano quei cinquanta chili sparsi di scugnizzo.
Quando imbracciò il Fender Jazz Bass, dopo la prima scala eseguita Pino quasi sbiancava: “Ummadonna! Guaglio’, vuoi suona’ con noi?“.
Si chiamava Rino Zurzolo quel ragazzo. Il Neapolitan Sound non nasceva quel pomeriggio, già c’era, ma nacque la leggenda.
(nella foto del gennaio 1974 Francesco Di Domenico con la sua Mini rossa)
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