di Francesco Bellofatto
La mostra Il silenzio delle carte. La voce del corpo, ospitata dal 24 settembre al 22 ottobre 2026 nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, offre una chiave particolarmente felice per leggere il lavoro di Giuseppe Leone. A Palazzo Ricca, le sue opere incontrano registri, grafie e documenti che custodiscono secoli di vita del Mezzogiorno. È un incontro che riguarda da vicino la storia dell’artista: per oltre cinquant’anni Leone ha cercato nelle carte usate, negli oggetti dimenticati e nei segni lasciati dalle persone una materia ancora capace di parlare.
Il punto di partenza è concreto. Tra gli anni Settanta e Ottanta, nelle strade attorno a via dei Tribunali, Leone cercava carte antiche, ex voto, documenti notarili e fedi di credito da portare nel proprio lavoro. Tornare oggi in un archivio napoletano significa misurare la distanza percorsa da quei primi ritrovamenti. Allora l’artista sceglieva ciò che rischiava di andare disperso; qui incontra un’istituzione che conserva e rende consultabili le tracce della vita collettiva. La mostra vive della vicinanza fra questi due gesti: custodire una testimonianza e affidarla, attraverso l’arte, a una nuova esperienza.
Nelle opere di Leone una carta non vale soltanto per le parole che contiene. Contano la grafia, le pieghe, la pressione della mano, le abrasioni, il colore assunto nel tempo. Una firma può essere impossibile da ricondurre a un volto e conservare ugualmente la presenza di chi l’ha tracciata. L’artista ha definito questi materiali «tracce di esistenze, frammenti di vite anonime, reliquie laiche», parole riportate nel testo di presentazione della mostra. È una definizione precisa: riconosce il valore umano del frammento senza pretendere di ricostruire per intero la vita da cui proviene.
Per comprendere questa attenzione bisogna guardare alla varietà della sua storia artistica. Leone ha attraversato pittura, fotografia, incisione, scrittura, poesia visiva, assemblaggio e lavoro sulla materia. Il passaggio da un linguaggio all’altro non è, nel suo caso, una successione di formule. È il modo in cui una ricerca continua trova ogni volta la forma adatta all’oggetto che ha davanti. In un’intervista l’artista lo ha detto con franchezza: «il concetto stesso di “stile”, per me, non esiste», se stile significa ripetersi senza cambiare. Ha descritto invece una pratica in cui qualcosa «si rompe e rinasce, cambia forma, aspetto».
La sua cifra stilistica sta proprio in questa libertà, riconoscibile anche quando cambiano i mezzi. Leone osserva un resto materiale, ne ascolta la storia visibile e lavora perché sulla superficie affiori una relazione nuova. Il segno non decora la carta: ne incontra le ferite, le resistenze, gli spazi lasciati vuoti. La materia porta già con sé una parte dell’opera; l’intervento dell’artista le dà ritmo e direzione. Per questo il risultato mantiene spesso una tensione feconda tra ciò che possiamo leggere e ciò che possiamo soltanto intuire.
La Scrittura Afona rende questa tensione evidente. Qui la scrittura perde la funzione immediata di trasmettere un messaggio, ma conserva l’energia del gesto. La grafia diventa movimento, incisione, presenza fisica. Davanti a quei segni viene spontaneo cercare una parola; poi lo sguardo rallenta e comincia a seguire la mano che sembra averli prodotti. Il titolo della mostra trova così una spiegazione nelle opere stesse: il silenzio appartiene a ciò che la carta non può più raccontare compiutamente; la voce del corpo sopravvive nel modo in cui qualcuno l’ha toccata e scritta.
Anche le Scarabattole, gli ex voto e gli oggetti minori raccolti negli anni partecipano di questa poetica. Leone non li sceglie per il loro prestigio. Lo interessa ciò che rimane quando la funzione originaria si è esaurita: una forma consumata, un gesto di devozione, una storia parziale. Il rischio, con materiali tanto carichi di passato, sarebbe usarli come semplici segni di autenticità. Il lavoro dell’artista è più esigente. Lascia che il frammento mantenga la propria opacità e chiede allo spettatore di sostare davanti a essa.
Questa sensibilità ha radici lunghe. Leone, artista sannita e per molti anni docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha descritto la propria pittura come un intreccio di «segni, materia, scrittura, gessi». Ha parlato inoltre della memoria come di un patrimonio condiviso, del quale ciascuno porta un frammento. In quella stessa intervista ricordava il frammento di specchio, presente nella sua ricerca dagli anni Ottanta: un elemento in cui l’immagine personale rimanda anche a un’esperienza umana più ampia. Sono dichiarazioni che aiutano a leggere le carte esposte a Palazzo Ricca: il particolare, per Leone, apre continuamente verso altre vite.
C’è poi un rapporto con il tempo che rende la mostra particolarmente coerente con il suo percorso. Raccontando la nascita del libro I giorni della clessidra. O la libertà del cuore, Leone ha ricordato di aver riaperto cartelle di disegni, bozzetti e lavori incompiuti, scegliendo di guardarli nuovamente. Il recupero, dunque, riguarda anche il proprio archivio: ciò che era rimasto in sospeso può tornare a generare una forma. Nella stessa conversazione l’artista ha parlato della ricerca come di una pratica continua, alimentata dalla curiosità di guardare e trasformare oggetti e idee.
È qui che Il silenzio delle carte. La voce del corpo supera la semplice affinità fra un artista e un luogo. L’Archivio Storico del Banco di Napoli conserva i documenti perché restino disponibili alla conoscenza; Leone lavora sulle tracce perché tornino a interrogarci. Una fede di credito, un registro o una scrittura privata possiedono un significato storico preciso. Nell’opera, senza perdere il peso della loro provenienza, possono suscitare anche una domanda sul lavoro, sul bisogno, sull’attesa e sulle persone che attraversarono quelle pagine. La mostra riesce quando permette di percepire entrambe le dimensioni.
Accompagna il progetto è la presentazione in anteprima nazionale dello short film Francesco Branchetti legge Giuseppe Leone, diretto da A. Nigro, alla presenza dell’attore e del cast. Il passaggio alla voce e all’immagine in movimento prolunga il tema dell’esposizione: le carte vengono lette, osservate e rimesse in circolazione attraverso un altro linguaggio. Resta però nelle opere il nucleo più persuasivo della proposta. Leone mostra che una traccia può essere fragile, incompleta, perfino indecifrabile, e meritare ugualmente attenzione.
A Palazzo Ricca, la sua lunga storia artistica trova un luogo in cui questa convinzione diventa visibile.
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(foto per gentile concessione dell’Artista)







