di Luca Sorbo
Il percorso fotografico di Sergio Riccio è prima di tutto un interrogarsi sulle possibilità di tradurre in immagine il pensiero. Tutte le sue ricerche visive confluite in numerosi libri sono caratterizzate da questo denominatore comune. È un’esigenza interiore profonda ed ineliminabile che lo guida nelle sue scelte. Cerca di sviluppare un tema dialogico o filosofico attraverso il linguaggio fotografico.
Si avvicina alle impronte di luce in età matura. Conosce e frequenta Luciano D’Alessandro, Mimmo Jodice ed altri autori della scena napoletana. È interessato alle possibilità del linguaggio e per questo approfondisce le conoscenze tecniche per verificare quale è lo strumento più adeguato per i suoi fini.
La sua è una fotografia lenta, che cerca un contatto profondo con il reale. Utilizza dal banco ottico a macchine amatoriali come le Lomo a seconda dei progetti. Le sue immagini sono sempre contrastate sia quando realizzate con le luci artificiali che naturali.
La prima esperienza espositiva è del 1980 a Roma sul barocco, ma la prima mostra di successo è del 1981 a Sorrento dal titolo Viaggio oltre l’astratto con 65 opere.
Scrisse su di lui Luigi Carluccio su Panorama e anche grazie ad altri articoli su Photo e Mattino ebbe una prima notorietà nazionale.
Giuseppe Montesano ha scritto un testo per il libro Le luci di Napoli e con cui ha avuto un intenso dialogo intellettuale.
Il suo libro più famoso è il Vesuvio in cui indaga una delle icone dell’immaginario su Napoli in modo originale.
L’importante, sottolinea, è l’idea con cui ti approcci al soggetto. È convinto che la fotografia abbia un grande futuro, poiché la sua specificità non è sostituibile con altri mezzi espressivi.
Da ricordare la sua amicizia con l’architetto e designer Riccardo Dalisi di cui è stato il fotografo in numerose pubblicazioni.
