Il Semestre Aperto Medicina 2025 avrebbe dovuto rappresentare la rivoluzione dell’accesso ai corsi di Medicina e Chirurgia, un passaggio graduale e meritocratico dal superamento dei quiz alla frequenza del primo semestre universitario. Invece, il primo appello del 20 novembre si è trasformato in una tempesta perfetta fatta di irregolarità, sospetti, risultati bassissimi e migliaia di ricorsi. I dati diffusi nelle scorse settimane, infatti, raccontano un quadro tutt’altro che omogeneo tra le 44 sedi coinvolte. In atenei come Milano Statale, ad esempio, solo il 12% dei candidati ha superato Fisica, mentre appena il 24% è riuscito a passare Chimica, con numeri appena più alti per Biologia. Una percentuale di promossi decisamente inferiore alle attese, se si considera che i posti disponibili quest’anno sono 24.029 a fronte di circa 50.000 aspiranti.
Il vero problema, però, non è solo il livello delle prove. Decine di testimonianze, raccolte da fonti come Skuola.net, hanno riportato buste non sigillate, candidati con i telefoni ancora addosso, vigilanza considerata insufficiente e perfino foto delle prove circolate su WhatsApp e Telegram durante lo svolgimento del test. In alcuni casi gli studenti parlano di aule in cui era possibile spostarsi liberamente, scambiarsi informazioni e perfino consultare materiale non consentito. Un contesto che ha fatto sentire penalizzati migliaia di ragazzi che hanno rispettato le regole, alimentando la sensazione di una competizione falsata e iniqua.
Di fronte alle segnalazioni, l’Unione degli Universitari (Udu) ha annunciato un ricorso collettivo, pronto ad arrivare fino al Comitato Europeo dei Diritti Sociali, mentre gli avvocati specializzati nei test di accesso hanno confermato che un candidato su dieci ha già avviato ricorsi individuali o di gruppo. Un numero impressionante, segnale evidente di un malcontento generalizzato. Nel mirino finiscono soprattutto le differenze nella gestione delle prove tra un ateneo e l’altro: sedi considerate rigidissime contrapposte ad altre descritte come eccessivamente permissive. Paradossalmente, più che test identici, gli studenti avrebbero affrontato condizioni diverse, quasi “lotterie” locali in cui la severità del controllo e l’organizzazione di ogni università hanno influito tanto quanto la preparazione.
Il Ministero dell’Università e della Ricerca, però, respinge l’idea di un test “truccato” o compromesso in modo sistemico. La ministra ha parlato apertamente di una “sequenza di fake news” circolate sui social e ha sottolineato che non tutti coloro che hanno denunciato irregolarità hanno fornito prove concrete. Alcuni episodi sospetti sarebbero già stati verificati e isolati: le prove annullate riguardano solo i singoli candidati coinvolti, non l’intera sessione. La linea del ministero è chiara: punire i colpevoli, senza penalizzare chi ha sostenuto correttamente l’esame.
Intanto, mentre le verifiche interne proseguono e i ricorsi continuano ad aumentare, l’attenzione si sposta sulle prossime tappe. Gli studenti che hanno superato tutte e tre le prove accederanno alla graduatoria nazionale, prevista per gennaio 2026, mentre per chi è stato bocciato resta la possibilità del secondo appello, fissato per il 10 dicembre. Non è escluso, però, che i TAR, i tribunali civili e le autorità europee possano intervenire nei prossimi mesi, soprattutto se il numero di ricorsi dovesse crescere ancora.
Il quadro complessivo, insomma, è quello di una riforma nata per superare i limiti del vecchio test unico, ma che rischia ora di amplificarne le criticità. Una selezione che dovrebbe premiare la meritocrazia finisce sotto accusa per la disomogeneità delle condizioni e per la percezione di ingiustizia diffusa tra gli studenti.
Il futuro del Semestre Aperto passerà proprio da qui: dalla capacità delle istituzioni di ascoltare le testimonianze, analizzare davvero le irregolarità, garantire parametri di controllo uniformi e ripristinare fiducia in un sistema che, soprattutto nel settore della sanità, non può permettersi zone d’ombra.
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