Tra presenze che si urtano, soggettività e organizzazioni che si formano e voci, senza corpo che non possono sostituire l’urto dell’incontro umano.
(Nelle diverse forme: Jovanotti e Vittorio Lingiardi, Caterina Ventura e Riccardo Mercurio).
Il corpo, umano
Che arriva più lontano dello sguardo e della mano
Il corpo umano può uccidere a distanza, ma muore in una stanza se gli togli la speranza
E la speranza è l’ultima a morire
Il corpo umano ha bisogno di fiorire.
di Giovanna d’Elia *
In una mia stanza ascolto Jovanotti e “penso positivo” : dove comincia davvero un gruppo?
Entrare in un gruppo è sempre un atto di coraggio.
Non importa quante parole sappiamo usare o quante idee abbiamo imparato a difendere: nel momento in cui ci sediamo accanto agli altri, è il corpo a parlare per primo. Un gesto esitante, uno sguardo che cerca, un respiro che si sincronizza o si sottrae. È lì, in quella trama invisibile, che comincia la conoscenza dell’altro.
Il gruppo è un luogo dove la presenza non può essere mascherata.
Puoi controllare ciò che dici, ma non ciò che il tuo corpo rivela: la tensione delle spalle, la postura che si chiude, la mano che cerca un appoggio.
È un linguaggio primordiale, che nessuna tecnologia ha ancora saputo imitare.
E forse è proprio questo che ci spaventa: nel gruppo siamo esposti, vulnerabili, leggibili.
Oggi, mentre l’intelligenza artificiale si insinua in ogni spazio della nostra vita, questa dimensione rischia di diventare meno evidente, quasi superflua. Ma è proprio ora che il corpo torna a essere decisivo. Perché il gruppo non è un luogo di informazioni: è un luogo di trasformazioni.
E per trasformarsi serve una soggettività forte, capace di reggere l’urto dell’incontro, di non dissolversi nella comodità di un dialogo senza attrito.
Nel gruppo, ogni presenza è una nota che vibra.
C’è chi entra in punta di piedi, chi occupa lo spazio come una dichiarazione, chi si siede e sembra voler scomparire. Ma basta un gesto, un sorriso trattenuto, un’inclinazione del busto per rivelare più di quanto mille parole potrebbero dire.
Il corpo è un giornale aperto: racconta ciò che non sappiamo ancora di noi stessi.
Il gruppo è un acceleratore di verità.
Ci mostra ciò che non vediamo, ci restituisce ciò che non vogliamo ammettere, ci costringe a fare i conti con parti di noi che preferiremmo ignorare.
È un luogo dove l’identità non è mai statica: si muove, si espande, si contrae, si ridefinisce.
C’è però la tentazione della leggerezza artificiale.
Viviamo in un tempo in cui la relazione rischia di essere delegata.
L’intelligenza artificiale ci offre risposte rapide, conversazioni ordinate, un ascolto che non stanca mai. È una presenza che non pesa, non chiede, non pretende.
Ma proprio questa leggerezza può diventare un inganno: ci abitua a un mondo dove l’altro non disturba, non contraddice, non ci costringe a rivedere la nostra posizione.
L’IA è una relazione senza rischio.
E una relazione senza rischio è una relazione che non trasforma.
L’imprevisto che ci costruisce.
Nel gruppo, invece, l’altro è sempre un imprevisto.
È la parola che non ti aspetti, il silenzio che ti mette a disagio, la risata che rompe la tensione.
È la frizione che ti obbliga a ridefinirti.
Una soggettività forte nasce qui: nel confronto che non puoi controllare, nella vulnerabilità che non puoi programmare, nella presenza che non puoi simulare.
Il gruppo è un laboratorio di imprevedibilità.
E l’imprevedibilità è la materia prima della crescita.
Il prof. Riccardo Mercurio, Professore di Organizzazione Aziendale ed esperto dell’importanza pratica nelle organizzazioni del Gruppo, ricorda con chiarezza: il gruppo non è un semplice insieme di persone, ma un “sistema vivente”.
Un luogo dove l’identità non si dissolve, ma si affina.
Secondo Mercurio, il gruppo è il contesto in cui la soggettività si rafforza perché è costretta a misurarsi con l’altro, a negoziare significati, a sostenere il conflitto senza esserne travolta e a formare una leadership di gruppo.
È un organismo che respira, cambia, trasforma.
E soprattutto, dice Mercurio, il gruppo è un antidoto alla solitudine contemporanea: uno spazio di riconoscimento, di appartenenza, di senso.
Nessuna intelligenza artificiale può sostituire questo respiro collettivo.
Un algoritmo può analizzare un’emozione, ma non può partecipare alla vibrazione che un’emozione provoca in un corpo presente.
Il gruppo, nella visione di Mercurio, è anche un luogo di responsabilità condivisa: non si cresce da soli, si cresce perché qualcuno ci vede, ci ascolta, ci contraddice, ci sostiene.
È un processo di co‑costruzione che nessuna tecnologia può replicare.
La perfezione non trasforma.
Il gruppo è un luogo dove si cresce perché si è costretti a sentire.
E sentire è un atto profondamente umano, irriducibile, non delegabile.
È un esercizio di coraggio quotidiano: restare, anche quando sarebbe più facile uscire dalla stanza e rifugiarsi in un dialogo più docile, più prevedibile, più “perfetto”.
La perfezione non trasforma. L’incontro sì.
E allora cosa rischiamo davvero di perdere?
Forse la vera sfida non è capire cosa l’IA potrà fare, ma cosa noi rischiamo di non fare più.
Se smettiamo di stare nel gruppo con tutto ciò che siamo — corpo, emozioni, fragilità, contraddizioni — non perdiamo solo una modalità di relazione: perdiamo un pezzo della nostra identità.
Il gruppo ci chiede presenza, non perfezione.
Ci chiede di ascoltare con il corpo, di tollerare il conflitto, di lasciarci cambiare dall’imprevedibilità dell’altro.
Ci chiede di essere vulnerabili, e proprio per questo autentici.
L’IA parla alla mente, il gruppo parla al corpo.
Ed è nel corpo che diventiamo qualcuno.
Entrare in un gruppo è sempre un atto di coraggio.
Non importa quante parole sappiamo usare o quante idee abbiamo imparato a difendere: nel momento in cui ci sediamo accanto agli altri, è il corpo a parlare per primo. Un gesto esitante, uno sguardo che cerca, un respiro che si sincronizza o si sottrae. È lì, in quella trama invisibile, che comincia la conoscenza dell’altro.
Il gruppo è un luogo dove la presenza non può essere mascherata.
Puoi controllare ciò che dici, ma non ciò che il tuo corpo rivela: la tensione delle spalle, la postura che si chiude, la mano che cerca un appoggio. È un linguaggio primordiale, che nessuna tecnologia ha ancora saputo imitare.
E forse è proprio questo che ci spaventa: nel gruppo siamo esposti, vulnerabili, leggibili.
Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, lo dice con una chiarezza che attraversa: “il corpo è la nostra prima casa psicologica”.
È il luogo dove le emozioni prendono forma, dove la memoria si annida, dove la relazione si radica.
Nel gruppo, questa casa si apre, si espone, si lascia attraversare.
Oggi, mentre l’intelligenza artificiale si insinua in ogni spazio della nostra vita, questa dimensione rischia di diventare meno evidente, quasi superflua. Ma è proprio ora che il corpo torna a essere decisivo. Perché il gruppo non è un luogo di informazioni: è un luogo di trasformazioni.
E per trasformarsi serve una soggettività forte, capace di reggere l’urto dell’incontro, di non dissolversi nella comodità di un dialogo senza attrito.
Viviamo in un tempo in cui la relazione rischia di essere delegata.
Ma proprio questa leggerezza può diventare un inganno: ci abitua a un mondo dove l’altro non disturba, non contraddice, non ci costringe a rivedere la nostra posizione.
L’IA è una relazione senza rischio.
E una relazione senza rischio è una relazione che non trasforma.
Nel gruppo, invece, l’altro è sempre un imprevisto.
È la parola che non ti aspetti, il silenzio che ti mette a disagio, la risata che rompe la tensione. È la frizione che ti obbliga a ridefinirti.
Una soggettività forte nasce qui: nel confronto che non puoi controllare, nella vulnerabilità che non puoi programmare, nella presenza che non puoi simulare.
Jovanotti lo canta con una semplicità disarmante: “Siamo il movimento delle cose che cambiano.”
Il gruppo è proprio questo: movimento, trasformazione, attrito fertile.
Vittorio Lingiardi, psicanalista e scrittore scrive nel suo libro Corpo, umano: “che siamo fatti di incontri”.
E se gli incontri diventano solo digitali, perdiamo la parte più viva di noi.
Il gruppo ci chiede presenza, non perfezione.
Ci chiede di ascoltare con il corpo, di tollerare il conflitto, di lasciarci cambiare dall’imprevedibilità dell’altro.
Ci chiede di essere vulnerabili, e proprio per questo autentici.
“Ne diventa bellezza, cura, amplificazione e sguardo umano” come mettiamo in pratica con Caterina Ventura, psicologa e psicoterapeuta, con l’Arte che Cura.
L’IA parla alla mente, il gruppo parla al corpo.
Ed è nel corpo che diventiamo qualcuno.
La tecnologia può aiutarci in parte a capire il mondo, ma solo gli altri esseri umani possono aiutarci a capire noi stessi.
Jovanotti lo direbbe così: “La vita è un viaggio che nessuno può fare da solo.”
(*) HR e Culture Director
Focus Consulting
