di Ferdinando Capuozzo
I dati più recenti sull’economia della Campania delineano un quadro dalle sfumature complesse, da un lato si registrano segnali di dinamismo macroeconomico, con settori in espansione e un Prodotto Interno Lordo in tenuta o leggera crescita; dall’altro persistono divari strutturali che impediscono a questa ripresa di manifestarsi uniformemente nel tessuto sociale.
È la dinamica della cosiddetta crescita “nonostante”: un’economia che avanza spinta dal vigore del settore privato, dal turismo e da alcuni comparti industriali d’eccellenza, pur dovendo fare i conti con ritardi infrastrutturali, burocrazia complessa e la progressiva erosione dei servizi pubblici essenziali.
Se l’analisi si fermasse ai soli indicatori di bilancio, il quadro regionale apparirebbe rassicurante. Tuttavia, la tenuta dei saldi non equivale automaticamente al benessere della popolazione. L’inflazione degli ultimi anni ha intaccato pesantemente il potere d’acquisto della classe media e dei lavoratori a basso reddito, mentre la precarietà contrattuale continua a penalizzare le giovani generazioni, spingendo molti talenti ad abbandonare la regione. Allo stesso modo, la straordinaria capacità di spesa legata ai fondi europei e al PNRR rischia di rivelarsi un’opportunità sprecata se non accompagnata da una visione industriale e sociale di lungo termine.
Per evitare che la ripresa rimanga un fenomeno circoscritto, diventa indispensabile cambiare prospettiva: l’indice di sviluppo di un territorio non si misura soltanto con il PIL, ma con la capacità di convertire la ricchezza prodotta in benessere sociale, sanità efficiente, trasporto pubblico dignitoso e opportunità lavorative stabili. Una regione che cresce ma non distribuisce è una regione che accumula fragilità per il domani.
Se l’aumento del PIL non si traduce in un recupero del potere d’acquisto dei salari e in servizi primari efficienti per le famiglie, lo sviluppo rischia di rimanere un’illusione statistica. La politica ha il dovere morale e costituzionale di ricucire la frattura tra gli indicatori macroeconomici e la vita reale dei cittadini.
Occorre promuovere un grande “Patto per la Campania” che metta al centro il lavoro dignitoso, la contrattazione territoriale e interventi mirati nei servizi sociali, nella rigenerazione urbana e nella formazione.
La sfida dei prossimi mesi sarà dunque quella di passare dalla semplice rendicontazione delle risorse alla costruzione di una strategia integrata. Senza un’azione corale tra istituzioni, parti sociali e mondo produttivo, il rischio è che i numeri positivi di oggi si trasformino nei problemi strutturali di domani.
La Campania non può accontentarsi di una crescita che resta confinata alle statistiche: il vero giudizio sul progresso di una regione si misura nella qualità della vita delle sue comunità più fragili. Solo riducendo le diseguaglianze e valorizzando il capitale umano la crescita economica saprà trasformarsi in un vero riscatto collettivo, fondato sulla dignità del lavoro e su quel patrimonio culturale che rende questa terra unica. Non c’è sviluppo vero senza giustizia sociale.
