La Manovra 2026 arriva al traguardo parlamentare dopo settimane di tensioni politiche, riscritture e compromessi interni alla maggioranza. Il testo finale, frutto di un accordo definito “sofferto”, approvato in Commissione prima di approdare in Aula lunedì, ridisegna in modo significativo il quadro di pensioni, TFR, fisco, imprese, investimenti pubblici e spesa sociale, con effetti che si dispiegheranno soprattutto tra il 2026 e il 2028. Al centro restano la sostenibilità dei conti pubblici, il rafforzamento della previdenza complementare e un riequilibrio del prelievo fiscale, mentre alcune misure simboliche vengono rinviate o rimodulate.
Il capitolo pensioni è quello che ha generato più frizioni. La temuta stretta generalizzata salta nella sua versione più dura, ma il sistema viene comunque irrigidito attraverso interventi selettivi. Viene allungata la finestra mobile per l’accesso alla pensione anticipata, aumentando il tempo tra la maturazione dei requisiti e l’uscita effettiva dal lavoro. Per alcune categorie viene limitata la cumulabilità tra pensione anticipata e previdenza complementare, mentre per i lavoratori cosiddetti “precoci” il vantaggio economico dell’uscita anticipata risulta ridotto. Non è una riforma strutturale, ma un aggiustamento che mira a contenere la spesa senza toccare direttamente l’età pensionabile.
Molto più incisivo è l’intervento sul TFR. Dal 2026 una quota sempre più ampia del trattamento di fine rapporto confluirà obbligatoriamente nel Fondo INPS, coinvolgendo in modo strutturale le imprese medio-grandi. Parallelamente viene introdotto il meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti a partire da luglio 2026, con il sistema del silenzio-assenso e una finestra temporale per il recesso. È una svolta che punta a rafforzare il secondo pilastro previdenziale e a garantire risorse stabili di lungo periodo, ma che solleva perplessità sia tra i sindacati sia tra le aziende.
Sul fronte fiscale, la Manovra ridisegna il prelievo con una logica di micro-interventi diffusi. Viene confermata la tassa sui piccoli pacchi extra-UE sotto i 150 euro, con l’obiettivo dichiarato di colpire l’e-commerce internazionale a basso costo. Cresce la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie e aumentano le imposte su alcune polizze assicurative, mentre per il settore bancario e assicurativo vengono introdotti contributi aggiuntivi e correttivi sulla deducibilità delle perdite. Gli affitti brevi entrano in una nuova fase regolatoria, con un inasprimento fiscale che mira a riequilibrare il mercato immobiliare urbano, anche se la disciplina finale resta il risultato di compromessi.
Per le imprese, il quadro è ambivalente. Da un lato vengono prorogati i programmi Transizione 4.0 e 5.0, ma con risorse più selettive e criteri stringenti; dall’altro aumentano alcuni oneri indiretti. Le Zone Economiche Speciali vengono rifinanziate ma con una governance più centralizzata, mentre gli incentivi vengono orientati in modo più netto verso digitalizzazione ed energia.
Il capitolo investimenti pubblici resta fortemente simbolico. Il Ponte sullo Stretto di Messina non viene cancellato, ma il finanziamento viene spalmato sugli anni successivi, rinviando la spesa più consistente oltre il 2030. Una scelta che consente di alleggerire l’impatto immediato sui conti pubblici senza rinunciare formalmente all’opera. Restano invece risorse più limitate per il piano casa e per alcune misure di welfare locale, ridimensionate rispetto alle bozze iniziali.
Dal punto di vista politico, la Manovra consolida l’asse del governo guidato da Giorgia Meloni, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che difende l’impianto del testo e respinge le ipotesi di dimissioni. Il risultato è una legge di bilancio meno espansiva del previsto, costruita più per tenere in sicurezza i conti che per imprimere una svolta economica, e destinata a produrre i suoi effetti principali nel medio periodo.
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