L’intelligenza artificiale non è mai davvero neutrale, soprattutto quando viene addestrata su dati che riflettono stereotipi, squilibri e pregiudizi già presenti nella società. È da questa consapevolezza che ha preso le mosse l’incontro ospitato dall’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, dove studenti, istituzioni, mondo accademico e operatori del sociale si sono confrontati su uno dei temi più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra nuove tecnologie, discriminazione razziale, inclusione e diritti. L’iniziativa, dal titolo “La Città Metropolitana e i giovani: Cultura condivisa dell’inclusione. Educazione, diritti e contrasto alla discriminazione razziale”, si è svolta nell’ambito della XXII Settimana di azione contro il razzismo promossa da UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l’obiettivo di coinvolgere le nuove generazioni in un percorso di consapevolezza e responsabilità civile.

Il senso dell’iniziativa è stato chiaro sin dall’apertura dei lavori: parlare di inclusione oggi significa non solo riflettere sulle parole, sui comportamenti e sulle politiche pubbliche, ma anche interrogarsi sugli strumenti digitali che sempre più orientano la percezione della realtà. In questo quadro, la questione dell’intelligenza artificiale si inserisce come una frontiera delicatissima, perché gli algoritmi possono diventare sia strumenti di emancipazione sia moltiplicatori di disuguaglianze. A sottolinearlo è stata Agnese Nadia Canevari, dirigente UNAR, che ha richiamato la necessità di sensibilizzare i giovani nel processo di inclusione e di contrasto al razzismo, per costruire una società più coesa. Un messaggio rilanciato anche dal vicesindaco metropolitano Giuseppe Cirillo, che ha spiegato come l’iniziativa abbia voluto mettere in dialogo il mondo accademico, quello istituzionale, quello associativo e soprattutto gli studenti, chiamati a una riflessione profonda sul valore dell’accoglienza e sul principio secondo cui l’altro non rappresenta un pericolo, ma una risorsa.
Il ruolo dell’ateneo è stato centrale non solo come sede ospitante, ma come presidio culturale. Il rettore Lucio d’Alessandro ha ricordato che tra i pilastri del sistema didattico del Suor Orsola vi è l’attenzione all’integrazione sociale, razziale e culturale, un orientamento che trova una traduzione concreta anche nella formazione dei futuri professionisti del servizio sociale. In questo senso, l’incontro non è stato un semplice evento celebrativo, ma una tappa coerente di un percorso educativo più ampio, in cui i temi dei diritti, dell’inclusione e del contrasto a ogni forma di discriminazione vengono affrontati come parte integrante della crescita civile e professionale degli studenti.
Dopo una prima parte più istituzionale e teorica, l’appuntamento è entrato nel vivo con una sessione laboratoriale pensata per coinvolgere direttamente gli studenti degli istituti superiori. La seconda parte dei lavori, introdotta dalla referente UNAR della Città Metropolitana di Napoli Renata Monda, ha dato spazio a una tavola rotonda dedicata alle storie di migrazione, al dialogo tra testimonianze e ricerca, e alle pratiche concrete di inclusione. A moderare il confronto è stata Maria Savarese della SSM, mentre tra gli interventi si sono alternati quelli di Alessandra Belluccio, Paola Villani, Stefania Ferraro, Paolo Masini, Luigi Maria Sicca, Giorgio Ventre e Anita Romano. Un mosaico di voci differenti, ma convergenti nel mostrare come l’inclusione non sia un concetto astratto, bensì una costruzione quotidiana che passa per l’educazione, il lavoro, la cultura, l’ascolto delle esperienze migratorie e la capacità di mettere in discussione stereotipi consolidati.
Uno degli aspetti più significativi dell’incontro è stato proprio il protagonismo degli studenti, chiamati non soltanto ad ascoltare, ma a partecipare attivamente attraverso materiali multimediali e momenti di confronto diretto con i relatori. Il dibattito che ne è nato ha mostrato quanto il tema dell’inclusione sia sentito dalle giovani generazioni, soprattutto quando viene affrontato con strumenti capaci di intrecciare testimonianza, analisi critica e linguaggi contemporanei. Parlare di migrazione, di discriminazione e di diritti davanti ai ragazzi significa infatti offrire loro categorie per leggere il presente, ma anche responsabilizzarli rispetto al futuro che saranno chiamati a costruire.
Il passaggio forse più attuale e di maggiore impatto pubblico è arrivato con il workshop su intelligenza artificiale, bias e discriminazione, coordinato da Isabella Ducros. Qui il tema della discriminazione è stato affrontato nella sua dimensione più contemporanea: quella algoritmica. L’idea che la tecnologia sia neutra è stata messa radicalmente in discussione. È stato evidenziato, infatti, che i modelli di intelligenza artificiale apprendono dai dati con cui vengono addestrati e, proprio per questo, possono assorbire e riprodurre pregiudizi presenti nella società. Un esempio citato nel corso del laboratorio riguarda Flux Fast 1.1, tra i generatori di immagini AI più utilizzati: quando gli viene chiesto di ambientare una scena in una prigione, tende automaticamente a rappresentare persone dalla pelle scura, anche in assenza di indicazioni esplicite da parte dell’utente. Un caso che mostra come determinati bias, soprattutto se radicati nel contesto sociale e culturale da cui provengono i dati di addestramento, possano tradursi in automatismi discriminatori apparentemente invisibili, ma in realtà potentissimi.
Il problema non riguarda solo la rappresentazione visiva, ma anche il linguaggio. Nel corso dell’incontro è stato richiamato uno studio UNESCO secondo cui i modelli linguistici di grandi dimensioni descrivono le donne in ruoli domestici fino a quattro volte più spesso degli uomini, associandole con maggiore frequenza a termini come casa, famiglia e figli, mentre i nomi maschili vengono più facilmente collegati a carriera, business ed executive. È un dato che aiuta a capire un punto decisivo: i bias non vengono soltanto copiati dai modelli generativi, ma spesso amplificati e restituiti come inferenze statistiche normalizzate. In altre parole, l’intelligenza artificiale rischia di consolidare pregiudizi sociali già esistenti, offrendo loro una parvenza di oggettività tecnica che li rende ancora più insidiosi.
Ed è proprio qui che il tema del razzismo tecnologico si salda con quello dell’educazione. Se un algoritmo associa in modo ricorrente la marginalità, la devianza o il crimine a determinati gruppi etnici, non sta solo commettendo un errore tecnico: sta contribuendo a costruire una rappresentazione del mondo che può influenzare immaginari, decisioni e comportamenti. Questo vale nella produzione di immagini, ma anche nei processi di selezione del personale, nell’accesso ai servizi, nella profilazione automatica e persino nei sistemi informativi che orientano il dibattito pubblico. Per questo il workshop non si è limitato a una denuncia dei rischi, ma ha assunto la forma di un laboratorio di alfabetizzazione digitale, cioè di un esercizio concreto per imparare a riconoscere i meccanismi nascosti dietro l’automazione e a sviluppare strumenti critici per contrastarli.
L’incontro del Suor Orsola si inserisce nelle celebrazioni della XXII Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e rientra nelle azioni della Rete delle Città metropolitane per l’inclusione, insieme alle iniziative promosse nelle altre tredici Città metropolitane italiane. Gli eventi sono finanziati con le risorse del PN Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, nell’ambito del finanziamento FSE+. Ma al di là della cornice istituzionale e programmatica, ciò che resta è il valore concreto di una giornata che ha saputo mettere in relazione fenomeni spesso trattati separatamente: migrazione, educazione, cittadinanza, diritti, linguaggi della contemporaneità e tecnologia.
La lezione che emerge da questa tappa napoletana della Settimana contro il razzismo è netta: contrastare la discriminazione oggi significa anche imparare a leggere criticamente l’intelligenza artificiale. Non basta affidarsi all’innovazione in quanto tale, perché ogni strumento digitale porta con sé la qualità, i limiti e le deformazioni del contesto umano che lo genera. Per questo il coinvolgimento dei giovani è decisivo. Formare cittadine e cittadini consapevoli vuol dire aiutarli a comprendere che il futuro dell’inclusione si gioca tanto nelle aule, nei territori e nelle relazioni sociali quanto nei codici, nei dataset e negli algoritmi che organizzano la nostra vita quotidiana. Ed è forse proprio questa la sfida più grande lanciata dall’iniziativa promossa a Napoli: costruire una cultura condivisa dell’inclusione capace di unire diritti, memoria, responsabilità pubblica e innovazione tecnologica, senza lasciare che il progresso diventi un nuovo veicolo di esclusione.
#IntelligenzaArtificiale #Razzismo #BiasAlgoritmici #Inclusione #Napoli #SuorOrsola #UNAR #Diritti #Giovani #CittàMetropolitanaDiNapoli #AlfabetizzazioneDigitale #SudNotizie
(foto fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
