Antonio Fiore appartiene a quella rara categoria di giornalisti e scrittori per i quali la critica non è mai soltanto giudizio, mestiere o esercizio di competenza, ma una forma di racconto, una pratica quotidiana dello sguardo, un modo di abitare il mondo attraverso il cinema. Con Occhio sempre più privato, nuova raccolta di scritti cinematografici, recensioni, incontri, ricordi e riflessioni, l’autore conferma una vocazione che da anni accompagna i lettori del Corriere del Mezzogiorno e del suo universo parallelo, ironico e coltissimo, quello del Critico Maccheronico.
Il volume sarà presentato venerdì 12 giugno, alle ore 21, a Villa Fondi De Sangro di Piano di Sorrento, con Antonio Fiore in dialogo con Salvatore Iorio e Paolo Speranza, autore della prefazione. La serata sarà un’occasione per attraversare il cinema secondo lo sguardo personalissimo dell’autore, tra recensioni, incontri, ricordi, ironia e passione cinefila, ma anche per raccontare la genesi di un libro che amplia e rinnova il percorso avviato con Occhio Privato, pubblicato nel 2017.
Nato a Napoli, Antonio Fiore ha attraversato molte stagioni del giornalismo italiano, cominciando come inviato speciale de Il Mattino, passando poi a Roma per il settimanale Tivù Tivù, diretto da Arrigo Levi per Canale 5. Dopo il ritorno a Napoli come redattore capo del Roma, l’esperienza milanese a L’Indipendente e poi a Epoca, Fiore rientra nella sua città nella seconda metà degli anni Novanta, approdando al Corriere del Mezzogiorno, dove il suo percorso assume una forma pienamente riconoscibile. Qui fonda la nazione virtuale di Maccheronia, se ne proclama imperatore con il nome di Grouchofiore e costruisce, tra gastronomia, cinema, umorismo e cultura, un’identità autoriale inconfondibile. Per quasi vent’anni firma la rubrica A Tavola, mentre continua a scrivere di cultura, costume, spettacolo e cinema, dando vita anche alla rubrica cinematografica Occhio Privato e agli ormai celebri Afiorismi.
Il punto più interessante di Occhio sempre più privato sta proprio in questa fusione di registri: il cinema non è trattato come materia specialistica chiusa in se stessa, ma come esperienza sentimentale, intellettuale e civile. Nella prefazione, Paolo Speranza coglie con precisione questo tratto, definendo il libro qualcosa che va oltre la semplice raccolta critica: non soltanto cinema, ma “poesia pura”, scrittura capace di trasformare la visione in memoria, l’analisi in racconto, la recensione in piccolo gesto letterario. È una definizione che aderisce bene alla figura di Fiore, autore lontano dal linguaggio paludato di certa critica accademica, più vicino invece alla tradizione degli umoristi, degli scrittori-giornalisti e dei narratori capaci di trovare nella battuta, nel calembour, nella deviazione ironica, una forma acuta di conoscenza.
Il cinema, per Antonio Fiore, è stato ed è “l’amore di una vita”, un rito laico da rinnovare giorno dopo giorno davanti al grande schermo. Ma ciò che rende particolare la sua scrittura è la capacità di non separare mai l’amore dall’intelligenza critica. Nelle sue pagine c’è la cinefilia, certamente, ma anche la Napoli del Novecento e del nuovo millennio, la memoria degli artisti, il dialogo con i grandi maestri, il piacere della frase precisa e insieme divagante, la curiosità per ciò che il cinema racconta della società prima ancora che di se stesso. La copertina del volume richiama Buone notizie, film di Elio Petri del 1979 con Giancarlo Giannini e Angela Molina, scelta che sembra già dichiarare una linea di lettura: il cinema come specchio inquieto, contraddittorio, spesso ironico e amaro, della realtà.
In primo piano, nel libro, c’è Napoli, o meglio quella “Napollywood” che Fiore ha contribuito a trasformare in formula critica, lessicale e affettiva. Non si tratta di una semplice etichetta spiritosa, ma di un modo per riconoscere la centralità cinematografica e culturale della città: da Sophia Loren a Vittorio De Sica, da Eduardo De Filippo a Totò, da Massimo Troisi fino a Mario Martone e Paolo Sorrentino, Napoli diventa non solo luogo geografico, ma archivio emotivo, patrimonio della memoria collettiva, laboratorio di immagini, linguaggi e maschere. In questo senso, Occhio sempre più privato non è soltanto un libro sul cinema visto da Napoli, ma un libro sul cinema che attraverso Napoli interroga il mondo.
La dimensione biografica dell’autore entra nel volume senza mai diventare puro narcisismo. La carriera di Antonio Fiore è fatta di giornali, rubriche, viaggi, incontri, recensioni, tavole imbandite, sale cinematografiche, festival, amicizie e passioni. È stato co-sceneggiatore di Matilda, ha partecipato a un saggio collettivo su François Truffaut, ha scritto per il teatro la trilogia di Zero, interpretata da Tonino Taiuti, e ha firmato i dialoghi di Ritorno ad Alphaville di Mario Martone, spettacolo di Teatri Uniti rappresentato in importanti rassegne europee e in America Latina. Nel 2019 è anche tra i protagonisti del documentario L’uomo che rapì Truffaut, presentato nella cinquantesima edizione del Giffoni Film Festival.
La figura di Truffaut, evocata anche nella prefazione attraverso il celebre “rapimento” cinefilo, è fondamentale per comprendere il rapporto di Fiore con il cinema. Non è soltanto un riferimento culturale, ma quasi un emblema: il cinema come educazione sentimentale, come scoperta adolescenziale che non finisce, come bisogno di guardare il mondo continuando a stupirsi. In questo senso l’aggettivo “privato” del titolo non indica chiusura, ripiegamento o intimismo autoreferenziale, ma esattamente il contrario: uno sguardo personale che diventa condivisibile perché autentico, capace di trasformare l’esperienza individuale della visione in racconto collettivo.
Il libro, come suggerisce la quarta di copertina, raccoglie letture acute e spesso originali di film provenienti da ogni parte del mondo e approdati nelle sale italiane, insieme a interviste, incontri, ricordi e riflessioni sul cinema di oggi e su quello che sarà. La prima edizione di Occhio Privato, pubblicata nel 2017 in sinergia tra CinemaSud e Corriere del Mezzogiorno, aveva già mostrato il successo di una formula capace di tenere insieme critica, racconto e piacere della scrittura. Occhio sempre più privato amplia quella traiettoria, spostandola verso una dimensione ancora più ricca, in cui alle recensioni si affiancano profili, memorie e ritratti di figure amate e perdute della comunità culturale napoletana e nazionale.
C’è, nelle pagine di Antonio Fiore, una rara capacità di far convivere leggerezza e profondità. La battuta non cancella il pensiero, lo rende più penetrante; l’ironia non abbassa il discorso, lo libera dalla retorica; la cultura non si esibisce, ma affiora naturalmente, come parte di una lunga consuetudine con i libri, i film, gli amici, i maestri e i fantasmi della memoria. Per questo il suo lavoro appare prezioso in un tempo in cui la critica cinematografica rischia spesso di essere compressa tra la promozione, il giudizio rapido e il consumo digitale. Fiore, invece, restituisce alla recensione il suo valore originario: non semplice consiglio per lo spettatore, ma forma breve di racconto culturale.
A rendere ancora più intenso il volume è il capitolo dedicato agli amici scomparsi, agli intellettuali, agli artisti e ai compagni di strada che hanno attraversato la vita dell’autore. Qui la scrittura si fa più emotiva, ma non perde mai misura; diventa elegia, memoria, omaggio a una Napoli migliore, capace di produrre eccellenze nel diritto, nell’architettura, nelle scienze, nelle arti visive, nel teatro, nel giornalismo e naturalmente nel cinema. È una Napoli colta e popolare, severa e giocosa, profondamente umana, che nel libro emerge come vera protagonista accanto al cinema.
Occhio sempre più privato è dunque molto più di una silloge di recensioni. È il ritratto di un modo di guardare, di scrivere e di vivere. È il diario indiretto di un autore che ha scelto il cinema come compagno di strada, Napoli come osservatorio privilegiato, l’ironia come strumento critico e la memoria come forma di fedeltà. In un panorama culturale spesso frammentato, il libro di Antonio Fiore ricorda che la critica può essere ancora letteratura, che la cinefilia può essere ancora passione civile, e che davanti al grande schermo è possibile, ogni volta, tornare a essere spettatori della prima volta.
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