di Ferdinando Capuozzo
Oggi parliamo di un’enorme illusione collettiva, un paradosso tutto italiano che i talk show evitano con cura ma che i numeri gridano a gran voce: l’Italia è un Paese con una ricchezza privata elevatissima e, allo stesso tempo, con una scarsa capacità di generare nuova ricchezza. Siamo una nazione che dispone di risorse ingenti, ma che le tiene congelate per paura del futuro, trasformando l’abbondanza in immobilismo.
Guardiamo i dati reali. Quando si analizza il patrimonio privato delle famiglie, siamo sul podio mondiale. In cinquant’anni, la nostra ricchezza accumulata rispetto al reddito nazionale netto è decollata dal 250% a oltre il 700%. Una diga colossale che compensa il nostro spauracchio storico: il debito pubblico. Se sommiamo debito pubblico e privato, il debito aggregato italiano si ferma al 232% del PIL. Una performance migliore di chi spesso viene indicato come modello: gli Stati Uniti sono al 252%, la Svizzera al 278% e la Francia al 354%. Certo, questo non sostituisce il tema della crescita, ma fotografa una realtà ignorata: il nostro settore privato è tra i meno indebitati del mondo sviluppato.
La verità è che l’Italia galleggia su un mare d’oro. Ma è un oro sterile, congelato dalla sfiducia. Soffriamo di una patologia del risparmio: accumuliamo per difenderci, non per costruire. Il termometro di questa paralisi è clamoroso: nei soli libretti e buoni fruttiferi di Poste Italiane teniamo blindati oltre 320 miliardi di euro. Una parte di queste risorse finanzia indirettamente l’economia pubblica attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, ma il dato racconta qualcosa di profondo: non è semplice prudenza, è un monumento all’incertezza e alla totale mancanza di alternative credibili.
Mentre questa ricchezza resta immobile, il sistema pubblico deperisce. Infrastrutture arretrate, sanità sotto pressione, salari fermi da trent’anni e disuguaglianze che galoppano: tra il 2011 e il 2025, il 10% più ricco è passato dal controllare la metà del patrimonio nazionale a quasi i due terzi.
E qui la politica abdica, rifugiandosi in un dibattito sterile. Da una parte si evoca lo spauracchio della tassa patrimoniale come miracolosa scorciatoia punitiva. Ma la patrimoniale è una risposta pigra: non cura la malattia, spinge solo a nascondere meglio le chiavi della cassaforte, alimentando il corto circuito tra Stato e cittadini.
Il vero compito della politica non è requisire la ricchezza, ma creare le condizioni per smuoverla. Chi governa deve costruire canali affidabili, incentivi intelligenti e tutele giuridiche che rendano conveniente e sicuro investire nell’economia reale, nelle imprese e nell’innovazione. Oggi un risparmiatore preferisce il rendimento modesto di un libretto postale piuttosto che scommettere sul proprio territorio. Questo è il fallimento più grande dello Stato: l’incapacità di generare fiducia.
Avere sotto il cofano il motore di una Ferrari (la straordinaria forza di famiglie e imprese) non serve a nulla se la politica ci costringe a guidarla su una mulattiera dissestata. Senza un telaio istituzionale solido e riforme serie, quella potenza va solo su di giri restando ferma, consumando carburante mentre il resto d’Europa corre.
Al prossimo dibattito elettorale pretendiamo risposte concrete: quali strumenti e quali garanzie intende offrire la politica per trasformare questo immenso tesoro privato in sviluppo? Continuare a essere ricchi in privato mentre si diventa più deboli insieme è una contraddizione nazionale che non possiamo più permetterci di ignorare.
