Il modo in cui i media raccontano il Sud non passa soltanto dalle parole apertamente negative. Stereotipi e pregiudizi possono sedimentarsi anche attraverso associazioni ricorrenti, confronti territoriali, metafore e formule apparentemente neutrali. È uno dei principali risultati della ricerca L’informazione (s)corretta: giornalismo e narrazione del Sud tra stereotipi e pregiudizi, che ha analizzato il racconto del Sud nei media italiani per comprendere quanto le rappresentazioni giornalistiche possano contribuire a rafforzare immagini consolidate del Mezzogiorno.
La ricerca parte da una domanda precisa: la stampa può contribuire alla costruzione di un vero e proprio “archivio del pregiudizio” nei confronti del Sud? L’obiettivo del progetto è stato infatti quello di analizzare lo sviluppo e la persistenza degli stereotipi nella stampa italiana, osservando in particolare il modo in cui viene rappresentato il divario tra Nord e Sud. Nel report viene richiamata una contrapposizione che attraversa da tempo il discorso pubblico: il Nord associato allo sviluppo e alla crescita, il Sud più frequentemente ricondotto alla stagnazione e a un ritardo strutturale.

Il progetto è stato promosso dal Sindacato unitario giornalisti della Campania (Sugc) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana (Usi) e l’Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo). Alla sua realizzazione hanno partecipato anche Camera di Commercio di Napoli, attraverso Si Impresa – Azienda Speciale Unica, Innovaway, Protom, Dac – Distretto Aerospaziale della Campania, Materias, P4M, Stress – Distretto Tecnologico per le Costruzioni Sostenibili, Tecno e Tds.
Tra le testate partner del progetto figurano Economy, Il Denaro, Sud On Line e Video Informazioni, che hanno affiancato il percorso sul versante editoriale e della diffusione dei temi affrontati dalla ricerca. La presenza di realtà dell’informazione accanto a università, organismi professionali e partner del mondo produttivo assume un significato particolare proprio perché uno degli obiettivi dello studio è portare la riflessione all’interno della comunità giornalistica. Il report descrive infatti esplicitamente la seconda fase come un’occasione per stimolare un processo autoriflessivo tra i professionisti dell’informazione e favorire modalità più accurate di rappresentazione dei territori.
Sul versante universitario, il lavoro ha coinvolto il Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II e l’Istituto di Media e Giornalismo dell’Usi di Lugano, insieme all’Ejo. Il responsabile scientifico è stato Stefano Bory, con un gruppo di ricerca composto da Luca Bifulco, Philip Di Salvo, Rosaria Lumino, Marcus Pingitore e Anna Granitto.
Uno dei numeri che restituisce immediatamente la dimensione del fenomeno arriva dalla prima fase dell’indagine. Sono stati analizzati 278 articoli relativi al periodo compreso tra il primo febbraio e il 31 agosto 2020: il 21 per cento è stato classificato come caratterizzato da un tono negativo nei confronti del Mezzogiorno, il 54 per cento come neutro e il 25 per cento come positivo. In termini immediati, poco più di un articolo su cinque presenta quindi un registro esplicitamente negativo verso il Sud.
Il corpus comprende articoli pubblicati da Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Gazzetta dello Sport, Il Giorno e Il Mattino, ai quali si aggiungono le edizioni locali di Napoli, Palermo e Bari di la Repubblica. I testi sono stati raccolti attraverso Factiva e analizzati in diversi passaggi, prendendo in considerazione elementi come testata, autore, tema, tono dell’articolo e frame utilizzato per rappresentare il Mezzogiorno. Una fase successiva si è concentrata invece sui contenuti e sulle strutture argomentative ricorrenti, mentre l’approfondimento qualitativo ha preso in esame editoriali, commenti e interviste per individuare forme più sottili di stereotipizzazione.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti del lavoro. Un articolo dal tono negativo non è automaticamente un articolo discriminatorio; allo stesso modo, però, un testo classificato come neutro può continuare a veicolare una rappresentazione stereotipata. Il problema, secondo la ricerca, non va cercato soltanto nella parola apertamente offensiva, ma anche nelle cornici entro cui i fatti vengono inseriti. Un linguaggio formalmente corretto può infatti riproporre nel tempo una gerarchia implicita tra i territori.
Il Sud tende così a comparire in relazione a difficoltà economiche, insufficienza dei servizi, inefficienze, debolezza della governance, necessità di risorse pubbliche e minore capacità di sviluppo. Il Nord, al contrario, viene più frequentemente collocato all’interno di un repertorio composto da efficienza, innovazione, crescita, produttività e capacità di trainare l’economia nazionale.
È una differenza importante perché mostra come lo stereotipo possa costruirsi anche per accumulo. Se un territorio viene ripetutamente raccontato come quello che produce e innova e un altro come quello che deve recuperare, ricevere risorse o colmare un ritardo, la contrapposizione può progressivamente apparire come una rappresentazione naturale della realtà e non più come una particolare chiave interpretativa.
Proprio per descrivere questo meccanismo la ricerca utilizza il concetto di “naturalizzazione del divario”. Le differenze tra Nord e Sud vengono talvolta presentate come storiche, geografiche, strutturali o addirittura “ataviche”. Il rischio è che disuguaglianze determinate anche da decisioni politiche, infrastrutturali, istituzionali ed economiche vengano percepite come caratteristiche quasi inevitabili dei territori.
Il report finale approfondisce il fenomeno attraverso le parole dei professionisti dell’informazione. Formule che insistono sull’“oggettività” del divario o sulla sua natura geografica possono finire per spostare le disparità fuori dal terreno delle decisioni collettive. L’esempio dei collegamenti ferroviari, riportato nelle interviste, mostra bene il meccanismo: una differenza infrastrutturale può essere raccontata prevalentemente come effetto della collocazione geografica, mettendo in secondo piano il peso delle politiche di investimento, della pianificazione e delle scelte compiute nel tempo.
Ma gli stereotipi, sottolineano i ricercatori, non sono necessariamente negativi. Anche un racconto apparentemente favorevole può trasformarsi in una gabbia narrativa. Definire il Sud come naturalmente resiliente, creativo, solidale o capace di trasformare ogni difficoltà in opportunità significa attribuire a un territorio caratteristiche generalizzate che rischiano ancora una volta di cancellarne le differenze interne. Cambia il segno della rappresentazione, ma può rimanere immutato il procedimento di semplificazione.
La pandemia da Covid-19 ha costituito da questo punto di vista un osservatorio particolarmente significativo. Durante la fase iniziale dell’emergenza alcune gerarchie consolidate si sono temporaneamente rovesciate. Il sistema sanitario del Nord, e soprattutto quello lombardo, è passato dall’essere abitualmente associato a efficienza ed eccellenza a trovarsi al centro del racconto della crisi. Parallelamente, alcune realtà del Mezzogiorno sono state rappresentate positivamente per le misure adottate, per la prevenzione e per la gestione iniziale dell’emergenza.
Questa discontinuità, però, non è diventata una trasformazione stabile. Secondo lo studio, superata la fase più intensa della pandemia sono progressivamente tornate le vecchie categorie narrative. Il Covid, dunque, non avrebbe cancellato le rappresentazioni precedenti, ma avrebbe piuttosto mostrato quanto fossero consolidate proprio attraverso il temporaneo ribaltamento dei ruoli.
Un altro passaggio significativo riguarda la distribuzione delle risorse pubbliche. La ricerca individua in alcuni articoli una rappresentazione del rapporto tra Nord e Sud come “gioco a somma zero”: ciò che viene destinato a un territorio appare inevitabilmente sottratto all’altro. La discussione sulla destinazione delle risorse durante l’emergenza diventa così una competizione tra aree del Paese, nella quale il vantaggio di una parte sembra dover coincidere con lo svantaggio dell’altra.
L’indagine non si è fermata all’esame degli articoli. Nella seconda fase sono stati coinvolti direttamente sedici professionisti dell’informazione, scelti per rappresentare realtà editoriali nazionali e locali, stampa, televisione e giornalismo digitale, oltre a differenti ruoli nelle redazioni. Tredici intervistati provenivano dalla carta stampata, due dal giornalismo televisivo e uno dall’online. Il campione ha incluso professionisti di testate prevalentemente diffuse nel Mezzogiorno, nel Centro-Nord e su scala nazionale.
L’obiettivo era anche capire quanto i giornalisti fossero consapevoli delle cornici interpretative utilizzate quotidianamente. La ricerca mette infatti in evidenza che gli stereotipi territoriali non vengono necessariamente prodotti soltanto da chi osserva il Sud dall’esterno. Alcune categorie possono essere interiorizzate e riprodotte anche da professionisti meridionali, nel tentativo di evitare una posizione percepita come troppo difensiva o “provinciale”. Allo stesso tempo, lo studio invita a superare la stessa contrapposizione rigida tra Nord e Sud, perché nessuna delle due aree costituisce un blocco omogeneo: città, aree interne, periferie e differenti regioni presentano condizioni economiche e sociali profondamente diverse.
Nel rapporto entra anche il tema della trasformazione digitale del giornalismo. Le interviste evidenziano una frattura tra pratiche tradizionali e informazione online e indicano nel modello economico fondato sull’attenzione e sulle visualizzazioni un possibile fattore di amplificazione delle rappresentazioni stereotipate. Titoli e contenuti costruiti per ottenere interazioni possono infatti essere incentivati a confermare convinzioni già presenti nel pubblico invece di problematizzarle.
La semplificazione può procedere nelle due direzioni. Alcuni intervistati richiamano infatti anche la tendenza di parte dell’informazione meridionale online a puntare fortemente sul racconto dei primati e delle eccellenze del Sud. La ricerca non contesta il valore delle singole storie positive, ma segnala il rischio che una narrazione esclusivamente celebrativa finisca per costruire uno stereotipo speculare a quello negativo.
Per Stefano Bory, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Federico II, è possibile parlare di una persistente dimensione latente di stereotipizzazione del Mezzogiorno anche nel “subconscio giornalistico” della stampa nazionale. La ricerca, precisa il docente, consente di far emergere alcune tracce di questo fenomeno e di aprire nuove prospettive sul modo in cui la questione meridionale viene affrontata nell’informazione contemporanea, all’interno di un dibattito professionale nel quale convivono posizioni differenti.
Alla base del progetto, spiega Maria Cava, giornalista e project manager della ricerca, c’è invece una domanda maturata nell’esperienza quotidiana dell’informazione: perché quando si parla del Sud appare spesso più semplice individuare le sue fragilità che raccontarne le eccellenze? La risposta non poteva però essere una percezione personale. Da qui la scelta di trasformare quella domanda in un percorso di ricerca, utilizzando dati, metodo e analisi scientifica, senza costruire una contro-narrazione altrettanto stereotipata.
L’obiettivo, sottolinea Cava, non è ottenere un’informazione più benevola nei confronti del Mezzogiorno, ma un giornalismo più consapevole e accurato, capace di restituire la complessità della realtà. Perché raccontare meglio il Sud significa, in ultima analisi, raccontare meglio l’Italia.
Una responsabilità richiamata anche da Claudio Silvestri, segretario generale aggiunto della Fnsi, e Geppina Landolfo, segretaria del Sugc, secondo i quali il giornalismo ha un ruolo rilevante nella costruzione del senso comune e deve quindi interrogarsi anche sulle rappresentazioni discriminatorie che riguardano i territori italiani. I due esponenti sindacali chiedono in particolare una maggiore attenzione deontologica nei confronti degli stereotipi territoriali.
La ricerca non sostiene che l’informazione italiana sia uniformemente ostile al Mezzogiorno. Il suo valore sta piuttosto nel tentativo di misurare e analizzare ciò che altrimenti rischierebbe di restare affidato alle impressioni. La questione non è soltanto trovare la singola parola sbagliata, ma osservare la struttura complessiva del racconto: quali territori vengono associati allo sviluppo, quali al ritardo, quali differenze vengono spiegate e quali vengono considerate inevitabili.
Il tema diventa così più ampio dello stesso dualismo Nord-Sud. Il linguaggio giornalistico non si limita a descrivere i territori: seleziona fatti e fonti, costruisce associazioni, stabilisce priorità e offre al pubblico chiavi attraverso cui interpretarli. La sfida indicata da L’informazione (s)corretta non è sostituire un racconto negativo con uno celebrativo, ma restituire complessità. Significa raccontare problemi ed eccellenze senza trasformarli in caratteristiche innate, spiegare le cause dei divari e riconoscere le differenze che attraversano ogni area del Paese. È proprio su questo terreno che ricerca accademica, professione giornalistica e testate partner possono contribuire a costruire un racconto del Sud meno prevedibile e più aderente alla realtà.
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