di Giovanna d’Elia *
Adriano Olivetti sosteneva che la fabbrica non dovesse guardare solo all’indice dei profitti, ma sentirsi parte di una comunità, con la responsabilità di restituirle bellezza, cultura e opportunità.
Da questa idea voglio partire, perché ogni volta che le organizzazioni si chiedono come far stare meglio le persone, si ritrovano a fare i conti con la stessa domanda: che cosa rende un luogo di lavoro degno di essere abitato?
Per chi si occupa di persone e cultura organizzativa, il benessere non è un tema accessorio. Solitudine, sedentarietà e isolamento non restano fuori dai cancelli: entrano in azienda ogni mattina insieme ai collaboratori e incidono sul clima, sulla collaborazione e sulla qualità del lavoro. Per questo guardo con interesse a ciò che sta accadendo nelle politiche sanitarie e culturali italiane, dove la cultura entra nei percorsi di cura con il nome di prescrizione sociale. È un cambio di paradigma da cui anche le funzioni HR hanno molto da imparare.
Uno studio dell’University College London ha rilevato che programmi museali di arteterapia sono stati associati a un calo del 37% delle visite dal medico di base e del 27% dei ricoveri ospedalieri, con un ritorno economico stimato tra quattro e undici sterline per ogni sterlina investita in attività artistiche o culturali, a integrazione o in alternativa a un trattamento farmacologico.
Il modello è codificato dall’OMS, che nel 2022 ha pubblicato un toolkit operativo per l’attuazione dei programmi.
Il quadro nazionale
Il 5 febbraio 2026 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il Protocollo MiC-Salute sulla prescrizione sociale dell’arte, con particolare attenzione alle persone con patologie neurodegenerative o stati depressivi. Il protocollo è stato presentato il 16 settembre dai ministri Giuli e Schillaci e può contare su un milione di euro, già stanziato, per nuovi studi. È una base importante, ma la traduzione in pratica passa dalle Regioni.
Le Regioni che hanno cominciato
Toscana. Con la delibera 943 del 27 luglio 2026 ha approvato le linee di indirizzo per la prescrizione sociale. Insieme a Unicoop e ai medici di famiglia lavora a un progetto contro solitudine, depressione e isolamento e, con il FSE+, sostiene il welfare culturale nelle Aree Interne.
Puglia. Mette in campo 30 milioni per il periodo 2026-2029, metà agli enti locali e metà alle organizzazioni culturali, per rendere i luoghi di cultura più accessibili e capaci di generare benessere. Un ulteriore avviso da 68 milioni ne destina 38 alla priorità «Welfare e Salute».
Emilia-Romagna e Piemonte. L’Emilia-Romagna punta sulla capacitazione delle competenze del territorio; in Piemonte l’infermiere di famiglia e comunità fa da ponte tra bisogno di salute e offerta culturale.
Dal territorio alle persone: esperienze che conosciamo da vicino
Le politiche fanno da cornice, ma l’effetto si misura quando le persone vivono l’esperienza in prima persona. Lo osservo nel lavoro che svolgo dal 1997 in Focus Consulting, società di direzione HR, e nell’esperienza dell’Accademia Imago e di Arte che cura.
Focus Consulting. Costruisce percorsi di team building che usano l’arte come strumento. I team si mettono in gioco attraverso un’esperienza creativa condivisa, e questo fa emergere modi di lavorare, comunicare e collaborare che in aula difficilmente si vedono. Nei percorsi di sviluppo organizzativo e di leadership la leva più efficace è l’esperienza vissuta insieme, più ancora del contenuto: il linguaggio dell’arte apre conversazioni che i manuali non aprono.
Accademia Imago e Arte che cura. L’Accademia nasce a Napoli nel 1983 e si occupa di benessere e salute emotiva delle persone. Da qui è nato il progetto Arte che cura: una scuola di Arti Terapie con titolo base e magistrale e un festival ideato dallo psicoterapeuta Massimo Doriani. Dopo le edizioni napoletane, il festival è arrivato a Potenza nel 2024, con laboratori aperti gratuitamente a tutti, e ha raggiunto la nona edizione nel marzo 2026. Le tecniche di derivazione teatrale permettono di lavorare su ciò che resta bloccato e genera sofferenza, e c’è anche una sezione dedicata all’arte tattile per chi ha una disabilità visiva.
Per lo psicoanalista Massimo Recalcati l’arte non è un semplice svago e nemmeno un cerotto sul dolore. Nella sua lettura, ispirata a Lacan, ogni opera nasce intorno a un vuoto e gli dà forma: è ciò che chiama organizzazione del vuoto. Anche la sublimazione, il processo con cui la forza della pulsione si trasforma in opera, non è per lui una difesa che pacifica, ma un principio di trasformazione soggettiva, perché offre a ciò che ci muove e ci fa soffrire una forma nuova. Arte e psicoanalisi hanno in comune il fatto di essere pratiche simboliche che tentano di avvicinare il reale, senza garanzie e senza un sapere già pronto. Per questo l’arte che cura non applica ricette: accompagna ciascuno a trovare uno stile singolare.
Per chi guida le persone nelle organizzazioni, la traduzione è concreta. Un’esperienza artistica condivisa funziona quando lascia spazio alla forma personale di ciascuno e non impone un risultato. Un team che dà forma insieme a ciò che è incerto, al non detto, alla fatica o a ciò che manca impara a stare nella complessità, ed è una competenza che nessun organigramma può assegnare.
Che cosa può portare in azienda chi si occupa di HR (Human Resources)
C’è poi un livello che nessuna delibera regolerà: quello aziendale. Le imprese campane possono fare la propria parte, con team building artistici, welfare culturale per i collaboratori e collaborazioni con musei e teatri del territorio. È il campo in cui una funzione HR può muoversi subito.
Da queste esperienze ricavo quattro indicazioni operative:
Il benessere è un sistema. Funziona quando sanità, sociale, cultura ed educazione lavorano insieme. In azienda il wellbeing non si delega a una sola funzione né si esaurisce in un’iniziativa una tantum: coinvolge HR, line manager e vertici.
Serve una regia stabile. In Toscana fanno la differenza una delibera, un’infrastruttura e un ruolo di connessione. Anche le iniziative di people care hanno bisogno di persone che facciano da ponte tra funzioni, e non solo di eventi.
L’esperienza condivisa costruisce la cultura. Attività creative e artistiche dentro team building, percorsi di leadership e onboarding rafforzano fiducia e senso di appartenenza in un modo che una presentazione non riesce a fare.
Misurare senza banalizzare. Il valore del modello toscano si vedrà dai dati della sperimentazione: aderenza, efficacia percepita, sostenibilità. Anche le nostre iniziative meritano indicatori chiari, per distinguere ciò che funziona da ciò che è solo gradito.
E la Campania come può intervenire?
Sul nostro territorio la cultura che cura esiste già, ma non ancora come sistema. A Napoli è nata da anni una rete tra ospedali e musei. Il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Napoli 1 Centro porta avanti La Fucina dei Talenti, laboratori creativi contro lo stigma nell’ex ospedale psichiatrico. Il complesso degli Incurabili ospita il Museo delle Arti Sanitarie, per il cui sviluppo sono arrivati 15 milioni di euro. E c’è l’esperienza di Arte che cura dell’Accademia Imago. Per quanto ho potuto verificare, manca ancora una cornice regionale dedicata alla prescrizione sociale, come invece hanno Toscana e Puglia.
La Regione potrebbe muoversi su quattro fronti:
Linee di indirizzo. Una regia condivisa tra Sanità, Cultura e Politiche sociali, che dia legittimazione a ciò che già esiste.
Una linea di finanziamento dedicata. Nella programmazione europea, come hanno fatto Puglia e Toscana.
Progetti pilota. ASL, medici di base e Case di Comunità collegati ai luoghi di cultura, sul modello del progetto piemontese Museo Benessere.
Una rete strutturata. Musei, siti archeologici, teatri, terzo settore e realtà come Imago, con indicatori di risultato fin dall’inizio.
C’è poi un livello che nessuna delibera regolerà: quello aziendale. Le imprese campane possono fare la propria parte con team building artistici, welfare culturale per i collaboratori e collaborazioni con musei e teatri del territorio. È il campo in cui una funzione HR può muoversi subito, senza attendere la politica. Napoli ha il patrimonio, le competenze e la storia per farlo: serve chi colleghi i punti.
Che cosa manca e qual è la direzione
Il finanziamento arriva in gran parte da fondi europei per cultura e welfare, non da un rimborso del Servizio sanitario, e le evidenze italiane sono ancora in costruzione. La direzione, però, è chiara: la cultura diventa un’infrastruttura di salute. Chi guida le organizzazioni può fare lo stesso con le proprie persone.
Adriano Olivetti pensava che una fabbrica dovesse essere un luogo per le persone, prima ancora che per la produzione. Ivrea, con la sua biblioteca, i suoi servizi e l’architettura pensata per chi ci lavorava, ne è la prova, tanto da essere oggi riconosciuta dall’UNESCO. E lo stabilimento di Pozzuoli, aperto nel 1955 e affacciato sul Golfo di Napoli, mostra che la bellezza può stare accanto al lavoro senza essere un lusso. Le organizzazioni di oggi non hanno bisogno di nuovi slogan, ma di quella stessa idea: che curare le persone, con la cultura e con l’arte, sia il modo più serio di fare impresa e benessere mentale e fisico.
(*) HR e Culture Director
Focus Consulting
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