In un contesto climatico caratterizzato da inverni sempre più miti e siccitosi, diventa essenziale disporre di modelli previsionali accurati per stimare i tempi di ricarica degli acquiferi carsici dei massicci carbonatici dell’Appennino Campano. Proprio su questo tema si è concentrato il dottor Guido Leone nella relazione “Implicazioni geomorfologiche nel processo di ricarica degli acquiferi carsici e nella valutazione del bilancio idrogeologico”, presentata il 9 ottobre scorso durante il III Focus del Percorso di Partecipazione Pubblica per la redazione e l’aggiornamento del Piano di Gestione delle Acque (2027–2033) e del Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (2022–2027).
L’incontro, organizzato dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, rientra nelle attività di valutazione del bilancio idrogeologico condotte sia a scala di distretto che per aree tematiche di maggior dettaglio. La dottoressa Marina Saggiomo, membro del team individuato dal Segretario Generale – dott.ssa Vera Corbelli – per le attività di Partecipazione Pubblica collegate alla pianificazione di distretto, ha presentato il lavoro del dottor Leone, parte di un Gruppo di Ricerca del Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi del Sannio, condotto dai docenti Francesco Fiorillo e Libera Esposito, in collaborazione con il dottor Michele Ginolfi, borsista di ricerca. La Saggiomo ha ricordato quanto questi momenti di approfondimento tematico siano fondamentali per l’aggiornamento integrato dei PGA e dei PGRA, poiché favoriscono un dialogo costruttivo tra ricerca scientifica e pianificazione istituzionale.
Durante il suo intervento, Leone ha spiegato che i massicci carbonatici campani, come il Matese e i Monti Alburni, ospitano acquiferi carsici di straordinaria importanza idrica: alimentano sorgenti basali con portate medie di diversi metri cubi al secondo, di elevata qualità, captate per scopi idropotabili e per le principali reti acquedottistiche regionali e interregionali. Le aree endoreiche, situate nei settori sommitali, svolgono un ruolo chiave nella ricarica: l’acqua meteorica non alimenta corsi superficiali, ma penetra nel sottosuolo attraverso doline e inghiottitoi, convogliata poi da una complessa rete di condotti carsici fino alle sorgenti.
Nei Monti Alburni, il 45% della portata delle sorgenti proviene da aree endoreiche, mentre il restante 55% deriva dalle infiltrazioni lungo i versanti. Nel Matese, invece, le aree chiuse occupano solo il 31% della superficie del massiccio e il contributo endoreico alle sorgenti si riduce al 28%. Qui, inoltre, parte delle acque è sfruttata a scopo idroelettrico, sottraendo risorsa alla naturale ricarica dell’acquifero.
Secondo Leone, l’utilizzo di tecnologie GIS e di modelli morfometrici tridimensionali consente oggi di riprodurre in modo realistico la morfologia carsica, simulando la capacità di ritenzione e assorbimento anche delle cavità minori. Tali strumenti permettono di elaborare bilanci idrogeologici sempre più attendibili, sia annuali sia giornalieri, in grado di considerare anche fattori riducenti come il ruscellamento superficiale o la ritenzione idrica dei suoli.
Il contributo del gruppo di ricerca sannita, sostenuto dall’Autorità di Bacino, si inserisce così in una strategia più ampia di gestione sostenibile delle risorse idriche, indispensabile per fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico e garantire la sicurezza idrica a lungo termine della Campania e dell’intero distretto meridionale. Una conoscenza sempre più precisa dei tempi di ricarica e dei percorsi sotterranei delle acque consentirà di pianificare meglio captazioni, protezione delle sorgenti e prevenzione delle crisi idriche nei periodi di siccità.
Come sottolineato da Vera Corbelli, l’approccio multidisciplinare che unisce geomorfologia, idrogeologia e innovazione tecnologica rappresenta oggi la chiave per un uso più efficiente e consapevole dell’acqua, una delle risorse più strategiche per il futuro del territorio campano.
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