La denatalità in Italia non è soltanto una questione demografica, ma il risultato di difficoltà economiche, precarietà lavorativa, salari insufficienti e ostacoli che impediscono alle giovani coppie di costruire il proprio futuro. È questo il quadro emerso dalla seconda giornata dei Forum della Famiglia e della Natalità, ospitati alla Mostra d’Oltremare di Napoli nell’ambito della manifestazione Tutto Sposi 2026. Al centro del confronto tra rappresentanti delle istituzioni, professionisti, esperti del lavoro e della società civile, il rapporto sempre più complesso tra occupazione, maternità, genitorialità e sostegno alle famiglie. Un dibattito che ha evidenziato quanto il desiderio di avere figli sia ancora presente nelle nuove generazioni, ma venga spesso ostacolato dall’impossibilità di raggiungere una sufficiente stabilità economica e personale.

I dati illustrati durante l’incontro raccontano una trasformazione profonda della società italiana. I giovani lasciano la casa dei genitori mediamente a 30,2 anni, mentre l’età delle donne alla nascita del primo figlio è passata, nell’ultimo ventennio, da 29,6 a 31,9 anni. Un progressivo rinvio delle scelte familiari che riflette le difficoltà di accesso al lavoro stabile, il costo della vita, l’incertezza abitativa e la necessità di raggiungere un’autonomia economica prima di affrontare il progetto della genitorialità. La crisi della natalità diventa così anche una questione di opportunità, di politiche pubbliche e di capacità del sistema economico di garantire prospettive concrete alle nuove generazioni.
Ad aprire una riflessione sul ruolo della famiglia e sulle responsabilità condivise è stata Annamaria Bernardini de Pace, avvocata e presidente onoraria dei Forum, intervenuta in collegamento video dal Borgo Marinari. Il blocco della circolazione stradale, legato alla maratona cittadina, le ha impedito di raggiungere la sede dell’evento dal suo albergo sul Lungomare, senza tuttavia rinunciare al confronto. Nel suo intervento ha ricordato che la formazione di una famiglia richiede condizioni essenziali come una casa, un lavoro e un sistema di welfare capace di accompagnare i genitori. Senza un percorso professionale sufficientemente solido, ha osservato, diventa particolarmente difficile programmare la nascita di un figlio. Bernardini de Pace ha inoltre invitato le giovani donne a non considerare carriera e maternità come due esperienze necessariamente successive, ma a ricercare una possibile conciliazione, sottolineando il valore del sacrificio personale e soprattutto della partecipazione attiva dei padri. La genitorialità, nella sua visione, deve essere un percorso condiviso, nel quale entrambi i genitori assumano responsabilità educative e familiari.
Uno dei contributi centrali della giornata è arrivato dall’analisi presentata da Valeria De Sortis, Tax Senior Manager di PwC, che ha approfondito le disuguaglianze tra uomini e donne nel mercato del lavoro e le loro conseguenze sulle scelte riproduttive. Secondo i dati illustrati, le donne risultano mediamente più istruite degli uomini, con una quota di laureate pari al 33% contro il 19% della componente maschile. A questo vantaggio formativo, tuttavia, non corrisponde un’analoga presenza nel mercato occupazionale. Il tasso di occupazione femminile indicato nell’analisi si attesta al 53,3%, contro il 66,3% degli uomini. Emergono inoltre condizioni contrattuali spesso meno favorevoli, con il 28,8% di occupazione part-time e il 15,3% di contratti a tempo determinato. Numeri che mostrano come il percorso professionale femminile continui a essere caratterizzato da fragilità strutturali, particolarmente evidenti nel momento in cui una donna decide di diventare madre.
Il legame tra lavoro precario e denatalità è stato affrontato anche da Lina Lucci, già segretaria generale della CISL Campania, che ha richiamato l’attenzione sulla distanza tra l’analisi dei problemi e le risposte della politica. Secondo l’ex dirigente sindacale, la discussione pubblica continua a produrre dati e approfondimenti senza tradursi sufficientemente in interventi capaci di incidere sulle condizioni materiali delle famiglie. Il problema, ha spiegato, non riguarda più esclusivamente le categorie economicamente più fragili, ma coinvolge progressivamente anche il ceto medio, colpito dalla perdita del potere d’acquisto e dall’aumento delle spese quotidiane. La competizione internazionale, le trasformazioni produttive e le dinamiche salariali, quando non vengono adeguatamente governate, possono determinare squilibri che finiscono per ripercuotersi sull’intera società. Anche avere un’occupazione, dunque, non garantisce necessariamente la possibilità di acquistare una casa, crescere dei figli e realizzare un progetto familiare.
Particolarmente significativi sono i risultati relativi al divario tra il desiderio di maternità e la sua effettiva realizzazione. Nell’indagine PwC illustrata al Forum, l’83,7% delle donne tra i 25 e i 34 anni manifesta la volontà di diventare madre, mentre il 13,3% dichiara di non voler intraprendere un percorso genitoriale. Eppure, nella stessa fascia d’età, soltanto il 26,2% risulta aver realizzato il proprio obiettivo. Il 67,9% segnala difficoltà nel raggiungere il numero di figli desiderato. Si tratta di dati che evidenziano una distanza rilevante tra aspirazioni personali e possibilità concrete, mostrando come il calo delle nascite non possa essere interpretato semplicemente come una perdita di interesse verso la famiglia. Per molte coppie il progetto di avere figli esiste, ma rimane sospeso in attesa di condizioni economiche, abitative e lavorative considerate indispensabili.
Una lettura differente, maggiormente orientata agli aspetti culturali e al valore attribuito al lavoro, è stata proposta dal senatore Gianluca Cantalamessa. Nel suo intervento ha ricordato il forte ridimensionamento delle nascite italiane, passate da oltre un milione nel 1948 a circa 355mila nel 2025. Per il parlamentare, la crisi demografica non può essere spiegata soltanto attraverso la precarietà occupazionale e le retribuzioni insufficienti, ma deve essere collegata anche al cambiamento delle aspirazioni personali, alla disponibilità al sacrificio e alla percezione sociale delle professioni. Cantalamessa ha criticato la progressiva svalutazione dei mestieri artigianali, delle attività manuali e delle professioni tecniche, sostenendo che negli ultimi decenni famiglie e politica abbiano privilegiato determinati percorsi professionali, contribuendo a ridurre l’attrattività di altri settori fondamentali per l’economia. Una riflessione che ha introdotto nel confronto il tema della dignità del lavoro e della necessità di riconoscere valore a tutte le competenze, senza trascurare il problema dei salari insufficienti anche nelle occupazioni qualificate.
Il tema della maternità e delle discriminazioni lavorative ha occupato una parte importante del dibattito. Dall’analisi PwC emerge che le donne rappresentano oltre l’80% dei fruitori dei congedi familiari considerati nello studio, mentre soltanto il 3% delle richieste risulta condiviso da entrambi i genitori. Uno squilibrio che continua a concentrare sulle madri gran parte del carico di cura, con conseguenze sulla continuità professionale, sulle opportunità di carriera e sull’indipendenza economica. Il 49,9% delle donne teme che la nascita di un figlio possa peggiorare le proprie prospettive lavorative, contro il 24% degli uomini. Inoltre, nell’indagine condotta su un campione di 500 madri, circa una donna su due ha dichiarato di aver vissuto cambiamenti professionali dopo la maternità. Tra le conseguenze segnalate figurano la riduzione dell’orario di lavoro, indicata dal 17% delle intervistate, e il licenziamento o la perdita dell’occupazione, che complessivamente raggiungono il 18%, oltre a trasferimenti e cambi di impiego.
Questi numeri pongono al centro del confronto una questione decisiva: la possibilità di diventare genitori senza essere costretti a rinunciare alla propria realizzazione professionale. Il rischio, infatti, è che la maternità continui a rappresentare un elemento di vulnerabilità economica per le donne, alimentando un circolo vizioso nel quale l’instabilità lavorativa rinvia le nascite e l’arrivo di un figlio può rendere ancora più fragile la posizione occupazionale della madre. In tale contesto, il rafforzamento dei servizi per l’infanzia, la distribuzione equilibrata dei congedi, la flessibilità organizzativa e le misure di tutela della genitorialità assumono un ruolo fondamentale nel rendere compatibili lavoro e vita familiare.
Sulle difficoltà delle famiglie e delle professioniste si è soffermata anche l’avvocata Roberta Foglia Manzillo, consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Napoli con delega alla famiglia. Nel suo intervento ha evidenziato come le ragioni economiche siano spesso determinanti nelle scelte delle coppie e come, ancora oggi, numerosi nuclei familiari dipendano da un unico reddito. Anche quando entrambi i partner lavorano, la necessità di conciliare impegni professionali e responsabilità genitoriali può portare a limitare il numero dei figli. L’avvocata ha richiamato l’attenzione sulle iniziative promosse dall’Ordine per sostenere le madri impegnate nella professione forense, ricordando in particolare la realizzazione della Sala Giulia, uno spazio dedicato all’allattamento all’interno del Tribunale di Napoli, intitolato alla memoria di Giulia Tramontano, vittima di femminicidio. Un intervento concreto, seppure circoscritto, che dimostra come anche gli ordini professionali possano contribuire a creare ambienti di lavoro più attenti alle esigenze della maternità.
Accanto alle difficoltà economiche e organizzative, il Forum ha affrontato un aspetto spesso meno visibile della crisi della natalità: il peso psicologico della genitorialità. Veronica Simeone, psicologa perinatale pediatrica dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ha descritto una condizione sempre più frequente tra coppie professionalmente realizzate, ma insicure rispetto alla possibilità di diventare genitori. L’elevata richiesta di prestazioni nel mondo del lavoro, la pressione sociale e la paura di non essere sufficientemente preparati possono alimentare ansia, senso di inadeguatezza e timori legati alla responsabilità educativa. Anche persone abituate a ottenere risultati importanti nella propria attività professionale, ha osservato la psicologa, possono sentirsi impreparate ad affrontare la maternità o la paternità. Per questa ragione, la riflessione sulla denatalità deve considerare contemporaneamente il benessere economico, le condizioni lavorative e la salute psicologica delle famiglie.
Il confronto di Napoli si inserisce in un contesto nazionale particolarmente delicato. Secondo gli indicatori demografici dell’Istat, nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Il progressivo invecchiamento della popolazione, la riduzione delle generazioni in età fertile e il rinvio della maternità rappresentano fenomeni destinati a incidere non soltanto sugli equilibri familiari, ma anche sulla sostenibilità del sistema previdenziale, sull’organizzazione dei servizi e sul futuro del mercato del lavoro. Una questione che riguarda direttamente anche il Mezzogiorno, dove la perdita di popolazione si intreccia con le difficoltà occupazionali e con la ricerca di opportunità professionali in altre aree del Paese.
Dalla seconda giornata dei Forum della Famiglia e della Natalità di Napoli emerge dunque un confronto articolato, nel quale interpretazioni economiche, sociali, culturali e psicologiche contribuiscono a delineare la complessità del fenomeno. Le diverse posizioni dei relatori convergono sull’importanza di riportare la famiglia al centro dell’attenzione pubblica, pur indicando priorità differenti. La necessità di sostenere i redditi, valorizzare il lavoro, migliorare la conciliazione tra occupazione e genitorialità e rafforzare le politiche abitative e di welfare costituisce il terreno sul quale si misurerà la capacità delle istituzioni di rispondere alla crisi delle nascite. Il problema non riguarda soltanto quanti figli nasceranno nei prossimi anni, ma le condizioni che permetteranno alle nuove generazioni di scegliere liberamente il proprio futuro.
Il percorso di approfondimento promosso nell’ambito di Tutto Sposi 2026 proseguirà alla Mostra d’Oltremare nelle giornate del 24 e 25 ottobre, quando i Forum affronteranno rispettivamente i temi del welfare e della casa, altre due questioni strettamente collegate alla denatalità. Sono annunciati contributi di rappresentanti istituzionali, esponenti politici e professionisti degli ordini, tra i quali Italo Bocchino, Luigi Bobbio, Francesco Emilio Borrelli, Clemente Mastella, Sandra Lonardo e Luigi Caramiello. L’obiettivo sarà ampliare il confronto sulle possibili risposte alla crisi demografica, nella consapevolezza che sostenere la natalità significa soprattutto creare le condizioni affinché il desiderio di costruire una famiglia non debba scontrarsi continuamente con l’incertezza del presente.
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