Il futuro di Napoli potrebbe essere già sotto i nostri piedi. Non è soltanto un’immagine suggestiva, né una formula buona per raccontare il fascino sotterraneo della città. È una prospettiva concreta, tecnica e culturale insieme, che parte da Gianturco e guarda alla possibilità di trasformare il sottosuolo napoletano in una risorsa strategica per la transizione energetica, la riduzione dei consumi, il contrasto alla povertà energetica e la costruzione di nuove comunità fondate sulla condivisione dei benefici ambientali ed economici.
Alla stazione della metropolitana di Gianturco si è riunito il Tavolo tecnico per la geotermia urbana, promosso dalla Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli, dal Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo EU-MED e dal vicepresidente Paolo Pantani, con l’obiettivo di definire le linee operative di un progetto che punta alla realizzazione della prima rete termica urbana del Mezzogiorno. L’idea è tanto semplice nella sua intuizione quanto complessa nella sua attuazione: utilizzare il calore presente nel sottosuolo cittadino attraverso sistemi di geoscambio e reti energetiche di quinta generazione, capaci di distribuire energia termica a bassa temperatura per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici.
Napoli, città da sempre costruita su una doppia dimensione, quella visibile delle strade, delle piazze e dei quartieri e quella invisibile delle cavità, degli acquedotti, delle cisterne e del tufo, si ritrova così davanti a una nuova possibilità storica. Il suo ventre, per secoli luogo di memoria, protezione, scavo, lavoro e sopravvivenza, può diventare oggi anche un laboratorio di innovazione energetica. La geotermia urbana non appartiene più soltanto al linguaggio degli specialisti, ma entra nel discorso pubblico come una delle risposte più interessanti alla crisi climatica e alla crescente domanda di energia pulita, accessibile e stabile.
Il progetto assume un valore particolare perché nasce nel Sud Italia, dove la transizione energetica non può essere soltanto una questione tecnologica, ma deve diventare anche una leva di riequilibrio sociale. Nel Mezzogiorno, infatti, il tema del raffrescamento estivo è destinato a diventare sempre più centrale a causa dell’aumento delle temperature, mentre molte famiglie e molte comunità urbane vivono ancora una condizione di fragilità energetica. Una rete termica di nuova generazione, se realizzata con criteri pubblici, partecipativi e sostenibili, può contribuire a ridurre i costi, migliorare la qualità della vita e diminuire la dipendenza dai combustibili fossili.
Il modello al centro della discussione è quello delle Comunità energetiche rinnovabili e termiche, le cosiddette CERT, capaci di integrare produzione elettrica, energia termica, partecipazione civica e redistribuzione dei vantaggi. Non si tratta, dunque, soltanto di costruire un’infrastruttura, ma di immaginare una diversa relazione tra cittadini, quartieri, istituzioni, ricerca scientifica e imprese. In questa prospettiva, la tecnologia diventa strumento di coesione, e l’energia non viene più considerata soltanto come una merce, ma come un bene condiviso.
I primi interventi dimostrativi sono stati individuati in cinque aree strategiche di Napoli: San Giovanni a Teduccio, l’ex Lanificio Borbonico, Borgo Sant’Antonio Abate, Bagnoli e il Rione Luzzatti. Sono luoghi diversi per storia, struttura urbana e composizione sociale, ma accomunati dalla possibilità di diventare laboratori concreti di rigenerazione energetica. San Giovanni a Teduccio, in particolare, rappresenta già oggi una delle aree più significative della transizione ecologica cittadina, grazie alla presenza delle prime comunità energetiche rinnovabili attive sul territorio.
Il Tavolo tecnico, al quale partecipano università, enti di ricerca, ordini professionali, associazioni, imprese e amministrazioni locali, intende mantenere un ruolo di indirizzo, studio e progettazione, senza assumere finalità di gestione diretta delle future infrastrutture. È un passaggio importante, perché chiarisce la natura dell’iniziativa: costruire conoscenza, verificare fattibilità, mettere in rete competenze e accompagnare la nascita di modelli energetici fondati sulla partecipazione dei territori. In questa rete di competenze rientra Antur, realtà orientata alla sostenibilità, alla responsabilità d’impresa e alla valorizzazione delle eccellenze territoriali, capace di contribuire alla costruzione di modelli di sviluppo più attenti all’impatto sociale, ambientale ed economico. La sua presenza rafforza il legame tra innovazione energetica e promozione dei territori, evidenziando come la transizione ecologica possa diventare anche un’occasione per far emergere competenze locali, filiere sostenibili e nuove forme di economia civile.
Accanto ad Antur si inserisce Shub, progetto di incubatore a Napoli Est, che punta sulla connessione tra innovazione, territorio e progettualità condivise, con un ruolo di raccordo tra competenze, comunità e nuove opportunità di crescita locale. In un progetto come quello della geotermia urbana napoletana, Shub può rappresentare un elemento di collegamento tra visione strategica, reti professionali e valorizzazione delle energie diffuse del territorio. Il suo contributo si colloca nella dimensione più contemporanea dello sviluppo urbano: mettere insieme tecnologia, partecipazione, sostenibilità e capacità di generare impatto reale nelle comunità.

Un contributo specifico arriva anche dalla dottoressa Marialuisa Conza, biologa nutrizionista, farmacista e direttrice di ricerca nel settore nutraceutico, con competenze che spaziano dalla nutrizione clinica alla Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia, fino ai temi della salute, del benessere e della relazione tra ambiente, risorse e sviluppo sostenibile. La sua presenza consente di allargare il campo della geotermia urbana oltre la sola dimensione ingegneristica, inserendola in una visione più ampia di qualità della vita, prevenzione, benessere delle comunità e sostenibilità ambientale. In questo senso, la transizione energetica non viene letta soltanto come trasformazione degli impianti, ma come parte di un nuovo equilibrio tra città, ambiente e salute.
Di particolare rilievo è anche il ruolo di Renato Papale, figura tecnica con una lunga esperienza nel settore dell’energia, della progettazione geotermica e delle rinnovabili. Il suo profilo, maturato tra esperienze in ambito energetico, progetti internazionali di sviluppo geotermico e attività di promozione della cultura tecnico-scientifica nel settore, rafforza la solidità del percorso. La competenza di Renato Papale permette di collegare la visione urbana napoletana alle esperienze più avanzate maturate nel campo della geotermia, del geoscambio e delle reti energetiche innovative, offrendo al Tavolo un contributo essenziale nella valutazione delle soluzioni tecniche, della fattibilità e delle prospettive applicative.
La geotermia urbana potrà avere successo solo se saprà dialogare con le comunità, con le istituzioni locali, con il mondo professionale e con le realtà civiche che conoscono da vicino la complessità della città.
Tra i soggetti coinvolti figura anche il Comune di Monteverde Irpino, interessato alle applicazioni della geotermia a bassa entalpia e al possibile trasferimento di buone pratiche tra aree urbane e aree interne. L’insieme di queste presenze conferma la natura multidisciplinare del progetto: non solo energia, ma territorio, salute, sostenibilità, rigenerazione urbana, innovazione sociale e valorizzazione delle eccellenze locali.
Nel confronto entra anche il contributo del professor Patrizio Bianchi, già ministro dell’Istruzione nel governo Draghi, professore emerito di Politica economica dell’Università di Ferrara e socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei per la classe di scienze morali. La sua riflessione sul rapporto tra innovazione, crescita sostenibile e inclusione sociale rafforza l’idea che la transizione ecologica debba essere misurata non soltanto in termini di riduzione delle emissioni, ma anche nella capacità di produrre uguaglianza, opportunità e sviluppo per le comunità locali.
Il valore simbolico del progetto è evidente. Napoli non guarda al futuro cancellando la propria memoria, ma provando a trasformarla in infrastruttura viva. Il sottosuolo, spesso raccontato come luogo del mistero, della storia antica o dell’emergenza, diventa una risorsa per progettare una città più sostenibile. Le cavità, il tufo, le acque, le stratificazioni geologiche e urbane non sono più soltanto tracce del passato, ma elementi di una nuova possibile economia urbana.
Se il progetto troverà conferme, Napoli potrebbe diventare il primo grande laboratorio del Mezzogiorno per le reti termiche urbane di nuova generazione. Sarebbe un risultato importante non solo per la città, ma per tutto il Sud Italia, chiamato a giocare un ruolo decisivo nella transizione energetica mediterranea. Il futuro di Napoli, allora, non sarebbe soltanto sotto i nostri piedi: sarebbe nella capacità di riconoscere ciò che la città custodisce da secoli e di trasformarlo in energia, conoscenza, comunità e sviluppo.
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