di Ferdinando Capuozzo
Il PNRR non è stato solo un piano emergenziale è stato, fondamentalmente, un modello amministrativo imposto dall’alto, che ha costretto gli enti locali a misurarsi con standard che molti non erano preparati a sostenere. E qui emerge con chiarezza il punto più scomodo, il Paese non ha risposto in modo uniforme.
Il divario Nord–Sud, spesso evocato in astratto, nel PNRR è diventato un dato operativo: capacità amministrativa, velocità dei cantieri, qualità della progettazione, stabilità del personale, tutto ha mostrato differenze profonde. I comuni del Nord, pur con difficoltà, hanno generalmente retto l’urto; molti comuni del Sud, invece, hanno faticato a rispettare scadenze, a gestire procedure complesse, a garantire continuità amministrativa. Non per colpa individuale, ma per una fragilità strutturale che il PNRR ha reso impossibile ignorare.
A questo quadro si aggiunge un elemento decisivo, troppo spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, senza il PNRR l’Italia sarebbe entrata in recessione. Le principali istituzioni economiche hanno stimato che tra un terzo e metà della crescita del PIL degli ultimi anni sia stata generata direttamente o indirettamente dagli investimenti del Piano. In altre parole, mentre il Paese arrancava, il PNRR ha rappresentato l’unico motore di espansione economica. La domanda è semplice: senza il Piano, dove sarebbe andata l’Italia? Guardando i dati, la risposta è netta, verso una stagnazione prolungata, se non verso una recessione conclamata. E questo vale soprattutto per il Mezzogiorno, dove la debolezza strutturale della spesa ordinaria avrebbe amplificato gli effetti negativi.
La fase finale del Piano lo dimostra con evidenza ci sono ritardi concentrati soprattutto nelle aree più deboli, difficoltà nella rendicontazione, cantieri che hanno richiesto riprogrammazioni, aumento dei costi che ha messo in crisi gli interventi più ambiziosi. Il PNRR ha funzionato come una radiografia ed ha mostrato dove il sistema regge e dove invece cede.
Eppure, proprio per questo, il PNRR ha offerto una lezione che il Paese non può permettersi di archiviare. Se l’Italia vuole davvero ridurre il divario territoriale, non bastano fondi straordinari serve, soprattutto, capacità amministrativa stabile, personale qualificato, strutture tecniche permanenti, sistemi di monitoraggio che non dipendano da emergenze temporanee. Il rischio più grande, ora, è tornare alla normalità di prima. Una normalità fatta di organici insufficienti, procedure lente, competenze intermittenti, dipendenza da consulenze esterne e incapacità di programmare nel lungo periodo.
Il PNRR ha dimostrato che i comuni possono essere motori di sviluppo solo se dotati degli strumenti necessari. Ma ha anche mostrato che senza un investimento strutturale nella pubblica amministrazione locale, soprattutto nel Mezzogiorno, ogni politica nazionale rischia di produrre risultati diseguali, amplificando anziché ridurre le distanze.
La vera sfida, dunque, non è chiudere il Piano è trasformare l’eccezione in regola, consolidare ciò che ha funzionato e correggere ciò che ha mostrato i suoi limiti. Perché il futuro delle politiche di investimento pubblico in Italia dipende da una verità semplice e scomoda, un Paese che si muove a due velocità non può reggere un piano a una sola velocità.
