di Ferdinando Capuozzo
C’è un errore ricorrente che attraversa la finanza pubblica italiana e che finisce per influenzare molte decisioni politiche: scambiare un costo per una perdita e un investimento per una spesa improduttiva.
Accade ogni volta che un Comune finanzia un laboratorio culturale, un centro per anziani, un progetto educativo o un’iniziativa di inclusione sociale. Nel bilancio quell’intervento compare semplicemente come un’uscita. Un numero preceduto dal segno meno. Per la contabilità tradizionale il giudizio è immediato: si è speso denaro.
Ma la realtà economica è più complessa della sua rappresentazione contabile.
La ragioneria pubblica misura con precisione ciò che viene pagato oggi, ma fatica a cogliere ciò che viene generato domani. È efficace nel fotografare il presente, molto meno nel valutare gli effetti che una scelta produce nel medio e lungo periodo. Così rischia di sottovalutare proprio quelle politiche che incidono maggiormente sulla qualità della vita delle comunità.
Gli economisti parlano di “costi ombra” e “ricavi ombra”: valori che non producono immediati movimenti finanziari ma che hanno un impatto reale sull’economia collettiva.
Pensiamo al contributo del volontariato, delle associazioni del Terzo Settore. Migliaia di ore di lavoro vengono offerte ogni giorno senza transitare nei bilanci pubblici. Eppure quel tempo ha un valore enorme. Se venisse meno, lo Stato dovrebbe sostituirlo con servizi finanziati direttamente, sostenendo costi spesso insostenibili.
Ancora più importanti sono i cosiddetti ricavi ombra, ossia i costi che una comunità riesce a evitare grazie a investimenti effettuati in anticipo. Un anziano che mantiene relazioni sociali e stimoli culturali preserva più a lungo la propria autonomia. Un giovane coinvolto in attività formative e aggregative riduce il rischio di dispersione scolastica e marginalità. Una comunità coesa genera meno disagio sociale e minore domanda di interventi riparativi.
Nessuno di questi benefici produce un incasso immediato. Tuttavia tutti contribuiscono a ridurre spese future in sanità, assistenza, sicurezza e welfare.
Il paradosso è che chi sostiene il costo raramente beneficia direttamente del risparmio. L’assessorato alla cultura o ai servizi sociali investe oggi, mentre il vantaggio economico emerge domani nei bilanci della sanità o di altri comparti pubblici. È la logica dei silos amministrativi, che spesso impedisce di cogliere il valore complessivo delle politiche pubbliche.
Per questo la valutazione dell’impatto sociale non è un esercizio teorico ma una necessità. Governare significa guardare oltre il saldo dell’anno e misurare gli effetti delle scelte nel tempo.
Far quadrare i conti resta un obbligo. Fare bene i conti è qualcosa di più: significa comprendere che la ricchezza di una comunità non si misura soltanto da ciò che spende, ma anche da ciò che riesce a evitare di spendere grazie agli investimenti in coesione sociale, cultura e inclusione.
Perché il costo più elevato, molto spesso, non è quello che compare nel bilancio di oggi, ma quello che nasce dai tagli miope che presenteranno il conto domani.
