L’influenza stagionale 2025–2026 è entrata nel vivo con un’intensità superiore alla media e con un anticipo che ha attirato l’attenzione di medici, virologi e istituzioni sanitarie. Al centro del dibattito c’è la cosiddetta Influenza K, una definizione dietro cui si cela una nuova sottovariante del virus A(H3N2), responsabile di una rapida crescita dei casi in Italia e in gran parte d’Europa. La variante non rappresenta un virus “nuovo”, ma un’evoluzione genetica già osservata in altre stagioni influenzali, seppur con caratteristiche di diffusione più marcate.
Dal punto di vista scientifico, la variante K è classificata come A/H3N2 J.2.4.1, una sottoclade emersa nel corso del 2025 e diventata rapidamente dominante. La sua capacità di trasmissione è superiore a quella dei ceppi H3N2 circolati negli ultimi anni, provocando l’impennata dei contagi e il picco anticipato dell’epidemia influenzale. Questo comportamento è coerente con la natura del sottotipo H3N2, storicamente associato a stagioni più aggressive sul piano numerico, soprattutto tra anziani e bambini.
I sintomi attribuiti all’Influenza K non si discostano da quelli dell’influenza stagionale classica: febbre alta, dolori muscolari, tosse secca, mal di gola, spossatezza e, in alcuni casi, disturbi gastrointestinali. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, alcuni studi americani stanno analizzando se l’infezione possa essere associata a un aumento delle complicanze nei soggetti fragili, ma al momento non esistono prove definitive di una maggiore letalità. Anche Organizzazione Mondiale della Sanità e Istituto Superiore di Sanità non segnalano un incremento della gravità clinica rispetto alle precedenti stagioni influenzali dominate da H3N2.
Un elemento che ha alimentato l’attenzione mediatica riguarda l’efficacia dei vaccini. Secondo quanto riportato da Adnkronos, il vaccino antinfluenzale 2025–2026 non è stato progettato specificamente contro la variante K, poiché la selezione dei ceppi vaccinali avviene con molti mesi di anticipo. Tuttavia, secondo l’OMS, anche in presenza di “mismatch” parziali il vaccino resta fondamentale per ridurre il rischio di forme gravi, ospedalizzazioni e complicanze, soprattutto nelle categorie a rischio. La protezione contro l’infezione può risultare meno elevata, ma il beneficio clinico complessivo rimane significativo.
A sottolineare l’importanza delle misure di prevenzione è intervenuto anche Roberto Burioni, che, come scrive Il Fatto Quotidiano, ha ricordato come il virus influenzale si trasmetta non solo per via aerea ma anche attraverso le mani e le superfici contaminate. Il richiamo all’igiene delle mani, all’uso responsabile delle mascherine in presenza di sintomi e alla permanenza a casa in caso di febbre resta centrale, soprattutto in una fase di alta circolazione virale.
In sintesi, l’Influenza K non è una “super influenza” nel senso clinico del termine, ma una variante più contagiosa che sta mettendo sotto pressione il sistema sanitario per il numero elevato di casi concentrati in un periodo ristretto. Come evidenziano le fonti citate, la strategia più efficace resta una combinazione di vaccinazione, prevenzione individuale e corretta informazione, evitando allarmismi ma senza sottovalutare l’impatto dell’epidemia stagionale.
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