L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più grandi conquiste dell’ingegno umano, ma il suo sviluppo pone interrogativi profondi sul futuro della coscienza, della libertà di pensiero e della stessa identità dell’uomo. È questo il messaggio al centro della lectio magistralis tenuta dal filosofo Massimo Cacciari giovedì 15 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, nell’ambito della XX edizione della Settimana Internazionale della Ricerca (SIR). Un appuntamento che ha posto al centro del dibattito il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, il significato del logos, il ruolo del cervello e le trasformazioni antropologiche determinate dall’avanzamento delle nuove tecnologie.
L’incontro si è svolto nell’Aula Magna “Gaetano Salvatore” della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo federiciano, nell’ambito dell’iniziativa organizzata dall’Ufficio Formazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, in collaborazione con la Settimana Internazionale della Ricerca, manifestazione giunta al suo ventesimo anno e dedicata al tema “Matrici del vivente. Evoluzione, coscienza, post-umano”. Un percorso multidisciplinare che mette in relazione filosofia, medicina, neuroscienze, psicologia e innovazione tecnologica per affrontare le sfide poste dalla ricerca contemporanea.

Protagonista della giornata è stato Massimo Cacciari, tra le figure più conosciute del panorama filosofico italiano, che ha proposto una riflessione sulla natura dell’intelligenza e sulle conseguenze che l’introduzione sempre più diffusa dei sistemi artificiali potrebbe avere sul pensiero umano, sui comportamenti individuali e sull’organizzazione della società.
«L’Intelligenza artificiale è una straordinaria conquista dell’intelligenza umana, ma più di altre rivoluzioni tecniche può comportare modifiche sostanziali antropologiche che non è detto che siano negative», ha dichiarato il filosofo, evidenziando come il problema non sia assumere una posizione di rifiuto nei confronti delle nuove tecnologie, ma comprenderne la portata e soprattutto imparare a governarne gli effetti.
Secondo Cacciari, l’intelligenza artificiale non può essere considerata semplicemente un nuovo dispositivo tecnologico o uno strumento destinato a rendere più veloci alcune operazioni. La sua capacità di intervenire nei processi conoscitivi, nella comunicazione, nella produzione dei contenuti e nelle decisioni quotidiane introduce cambiamenti che coinvolgono direttamente il rapporto dell’essere umano con il sapere e con la realtà.
«Il problema dell’Intelligenza artificiale è usarla e non esserne usati ed è una questione critico-filosofica che dovrebbe essere presente a chiunque: l’IA non è un mezzo, non è uno strumento, è qualcosa che modifica radicalmente le nostre vite, i comportamenti. Non è una tecnica tradizionale, è una vera rivoluzione culturale», ha sottolineato Cacciari.
Una riflessione che assume particolare rilievo in un momento storico nel quale gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale entrano progressivamente nei settori della sanità, dell’istruzione, del lavoro, della comunicazione e della ricerca scientifica. Le possibilità offerte da queste tecnologie sono considerevoli, ma la loro diffusione rende necessario interrogarsi sulla responsabilità delle scelte, sull’autonomia del giudizio e sul ruolo della conoscenza umana.
Il filosofo ha richiamato l’attenzione sul concetto di logos, termine che nella tradizione filosofica richiama la ragione, il linguaggio, il discorso e la capacità di attribuire significato all’esperienza. È proprio su questo terreno che si colloca uno dei principali interrogativi sollevati durante la lectio magistralis: fino a che punto l’intelligenza può essere identificata con la capacità di calcolare, dimostrare e risolvere problemi attraverso procedimenti tecnici?
Per Massimo Cacciari, il rischio è quello di ridurre la complessità del pensiero a una dimensione esclusivamente misurabile, trascurando le componenti storiche, politiche e critiche che caratterizzano l’esperienza umana.
«L’IA può portare alla morte del discorso se si valuta il logos solo su ciò che è calcolabile, dimostrabile e tecnicamente risolvibile. Bisogna capire se a noi basta questa dimensione dell’intelligenza o se invece intendiamo coltivare anche una dimensione politica, critica, storica che sono cose che non si risolvono con l’IA né con un semplice rifiuto dell’IA», ha affermato il filosofo.
Le parole di Cacciari invitano a riflettere su una distinzione fondamentale: quella tra la capacità delle macchine di elaborare informazioni e la facoltà umana di interpretare il mondo attraverso esperienze, relazioni, memoria storica e valutazioni morali. La questione non riguarda soltanto ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di realizzare, ma soprattutto quali aspetti della conoscenza e della vita collettiva si intenda preservare e valorizzare.
In questo senso, il confronto organizzato alla Federico II di Napoli ha assunto un significato che va oltre il dibattito tecnologico. Il tema dell’intelligenza artificiale si intreccia infatti con quello della coscienza, della libertà individuale e della responsabilità umana, aprendo interrogativi che coinvolgono tanto la filosofia quanto le discipline scientifiche e mediche.
Durante la giornata, a Massimo Cacciari è stato conferito il Premio SIR 2026 “Maestri del pensiero”, riconoscimento assegnato nell’ambito della Settimana Internazionale della Ricerca a personalità che hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo della conoscenza e alla riflessione sui grandi temi della contemporaneità.
Il premio sottolinea il valore di un percorso intellettuale caratterizzato dal dialogo tra filosofia, politica, teologia, arte e cultura europea, ma anche dalla costante attenzione alle trasformazioni della società e al significato dell’esperienza umana.
Un ulteriore riconoscimento è stato attribuito, nella giornata precedente, mercoledì 14 ottobre, allo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli, insignito del Premio SIR 2026 per le Scienze Cliniche. Lo studioso ha partecipato alla sezione “Elogio del cervello umano, elogio dell’umanesimo”, proponendo una riflessione sulla centralità della persona e sul rapporto tra conoscenza scientifica e dimensione umana della cura.
La presenza di Cacciari e Andreoli testimonia l’impostazione interdisciplinare della manifestazione, costruita attorno alla necessità di far dialogare ambiti del sapere che, pur utilizzando metodologie differenti, condividono interrogativi fondamentali sulla vita, sulla mente e sulla condizione umana.
A evidenziare il significato dell’iniziativa è stato il rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Andrea Mazzucchi, che ha richiamato il valore della ricerca come elemento costitutivo della missione universitaria e come strumento di innovazione scientifica e culturale.
«Cacciari, tra i massimi filosofi nazionali e internazionali, ha rappresentato con la sua riflessione teoretica, ma anche con la prassi e con le sue azioni, un connubio straordinario fra scienze della cura, scienze mediche e scienze umane», ha dichiarato il rettore.
Mazzucchi ha inoltre sottolineato l’importanza di dedicare uno spazio specifico alla valorizzazione della ricerca, non soltanto come attività accademica, ma anche come processo capace di generare nuove prospettive e contribuire allo sviluppo della società.
«Credo sia fondamentale che l’Ateneo dedichi attenzione alla ricerca che è un nostro dato costitutivo e trovare un segmento temporale, come la Settimana internazionale della ricerca, che enfatizzi il ruolo della ricerca non solo nella sua produzione, ma anche come ricerca capace di farsi motore di innovazione è un’occasione importante», ha aggiunto Andrea Mazzucchi.
La ventesima edizione della Settimana Internazionale della Ricerca 2026, articolata in 24 appuntamenti, ha approfondito alcune delle questioni più complesse e attuali che interessano la medicina e le neuroscienze. Tra gli argomenti affrontati figurano le terapie geniche, le neuroprotesi, le interfacce cervello-computer, gli psicofarmaci di precisione e l’impiego degli algoritmi nei processi diagnostici e nelle decisioni terapeutiche.
Si tratta di settori nei quali la ricerca scientifica sta aprendo possibilità fino a pochi anni fa difficilmente immaginabili, modificando progressivamente il rapporto tra tecnologia e corpo umano. La capacità di intervenire sui meccanismi biologici, sostenere alcune funzioni attraverso dispositivi tecnologici e utilizzare sistemi informatici avanzati per analizzare dati clinici introduce nuove opportunità, ma anche questioni di natura etica, sociale e professionale.
Uno degli aspetti centrali del dibattito riguarda proprio il confine tra terapia e potenziamento, tra intervento medico finalizzato alla cura e utilizzo delle tecnologie per modificare o ampliare determinate capacità umane. Allo stesso tempo, l’integrazione tra strumenti digitali e processi biologici pone interrogativi sulla definizione stessa di corpo, identità e coscienza.
Nel settore sanitario, l’intelligenza artificiale può fornire un contributo importante all’analisi delle immagini diagnostiche, all’elaborazione di grandi quantità di informazioni e al supporto delle decisioni cliniche. Il suo impiego richiede tuttavia verifiche rigorose, trasparenza, controllo professionale e particolare attenzione alla sicurezza dei pazienti, affinché l’innovazione rimanga uno strumento al servizio della qualità delle cure.
La necessità di mantenere centrale la dimensione umana della medicina è stata sottolineata anche dal direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, Elvira Bianco, che ha evidenziato come l’evoluzione delle conoscenze scientifiche richieda una crescente collaborazione tra competenze differenti.
«L’Azienda ospedaliera universitaria ha per sua missione la ricerca, la formazione, l’innovazione oltre che naturalmente l’assistenza», ha ricordato Bianco, ribadendo il ruolo dell’istituzione sanitaria universitaria nella diffusione delle conoscenze e nella sperimentazione di nuove prospettive assistenziali.
«Una manifestazione come la Settimana internazionale della ricerca ci dà l’opportunità di avere l’interpretazione e la visione anche di altre professionalità quali psicologi, psichiatri e filosofi e questo ci deve essere di monito perché la medicina sta cambiando e noi dobbiamo uscire dal guscio della medicina tradizionale e iniziare ad approcciarci verso la medicina innovativa, ma mantenendo sempre la coscienza di medici», ha aggiunto il direttore generale.
L’intervento di Elvira Bianco evidenzia uno degli obiettivi principali della manifestazione: costruire un dialogo tra innovazione tecnologica e cultura della cura, riconoscendo che l’evoluzione della medicina non può essere interpretata esclusivamente attraverso l’introduzione di strumenti sempre più sofisticati.
La relazione tra medico e paziente, la comprensione della sofferenza, la capacità di ascolto e la valutazione delle specificità individuali continuano infatti a rappresentare dimensioni fondamentali dell’assistenza sanitaria. In questo contesto, la tecnologia può supportare il lavoro dei professionisti, ma non elimina la necessità di decisioni responsabili e di un confronto diretto con la persona assistita.
La Settimana Internazionale della Ricerca nasce proprio dalla volontà di superare le barriere tra le discipline scientifiche, offrendo uno spazio nel quale ricercatori, studiosi, clinici e studenti possano confrontarsi sulle trasformazioni della conoscenza.
La manifestazione è stata ideata nel 2006 da Nelson Mauro Maldonato, professore di Psicopatologia Clinica all’Università Federico II e direttore scientifico dell’iniziativa. Fin dalla sua nascita, la SIR ha avuto l’obiettivo di collegare le realtà scientifiche del Mezzogiorno ai principali circuiti della ricerca internazionale, favorendo la circolazione delle idee, la collaborazione accademica e la formazione delle nuove generazioni.
Nel 2018 l’iniziativa è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica, riconoscimento che ne sottolinea il valore nell’ambito della promozione della cultura scientifica.
Per Nelson Mauro Maldonato, la manifestazione rappresenta soprattutto un luogo di incontro tra esperienze, linguaggi e prospettive differenti, capace di avvicinare gli studenti ai protagonisti della ricerca e di costruire relazioni destinate a svilupparsi nel tempo.
«La Settimana internazionale è stata pensata fin dall’inizio come un arcipelago di voci, di identità, di narrazioni e di racconto sulla scienza e la ricerca», ha spiegato il direttore scientifico, richiamando l’idea originaria di un evento aperto alla pluralità delle conoscenze.
«Lo scopo principale è stato portare a contatto diretto gli studenti con gli studiosi. Mi sembra che sia stata un’idea feconda perché molti di quelli che erano studenti ora formano persone, creando così un circolo virtuoso», ha aggiunto Maldonato.
Il valore formativo della manifestazione emerge proprio dalla possibilità, per le nuove generazioni, di confrontarsi con studiosi provenienti da ambiti diversi e di comprendere come le grandi questioni contemporanee richiedano strumenti di analisi multidisciplinari. L’intelligenza artificiale, il futuro della medicina, il funzionamento del cervello e il significato della coscienza non possono infatti essere affrontati attraverso una sola prospettiva scientifica o culturale.
La presenza di Massimo Cacciari alla Federico II ha rafforzato questa impostazione, riportando al centro del dibattito il ruolo della filosofia in una società sempre più caratterizzata dall’automazione e dall’elaborazione algoritmica delle informazioni.
Il pensiero critico, nella riflessione proposta dal filosofo, non coincide con l’opposizione al progresso tecnologico, ma con la capacità di comprenderne presupposti, limiti e conseguenze. Una posizione che invita a interrogarsi non soltanto sull’efficienza degli strumenti digitali, ma anche sui valori e sugli obiettivi che devono orientarne lo sviluppo e l’utilizzo.
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale pone inoltre una questione educativa di grande rilievo. Università, scuole e istituzioni della ricerca sono chiamate a formare persone capaci di utilizzare le nuove tecnologie senza rinunciare all’autonomia intellettuale, alla comprensione storica e alla capacità di valutazione critica.
In questa prospettiva, il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana diventa uno dei temi centrali del futuro della formazione, perché riguarda non soltanto l’acquisizione di competenze tecnologiche, ma anche il modo in cui le persone costruiscono conoscenza, interpretano le informazioni e partecipano alla vita democratica.
La XX Settimana Internazionale della Ricerca di Napoli, con il contributo dell’Università Federico II e dell’Azienda Ospedaliera Universitaria, conferma così il proprio ruolo di spazio di dialogo tra ricerca scientifica e riflessione umanistica. Un confronto particolarmente importante in una fase nella quale medicina, neuroscienze e tecnologie digitali stanno ridefinendo le possibilità di intervento sulla vita e sul funzionamento dell’organismo umano.
La lectio magistralis di Massimo Cacciari, accompagnata dal conferimento del premio “Maestri del pensiero”, lascia una domanda destinata ad accompagnare il dibattito sull’innovazione: quale rapporto vogliamo costruire tra le capacità delle macchine e quelle dell’essere umano?
Il messaggio emerso dalla Federico II di Napoli è che il futuro dell’intelligenza artificiale non dipende soltanto dalla potenza degli algoritmi, ma anche dalla capacità della società di conservare e sviluppare il pensiero critico, la responsabilità e la coscienza umana. Una sfida culturale, scientifica ed etica che coinvolge la medicina, l’università, le istituzioni e ogni cittadino, chiamato a comprendere una rivoluzione tecnologica che sta già trasformando il nostro presente.
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- Università Federico II – Lectio magistralis di Massimo Cacciari, 15 ottobre 2026
- Settimana Internazionale della Ricerca – SIR 2026
- Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II – Incontro con Massimo Cacciari
(video e foto forniti dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)
