Firmato il protocollo d’intesa tra Arcidiocesi di Napoli, Comune, Tribunale di Sorveglianza, carcere di Secondigliano e UIEPE. La storica Cappella di Santa Caterina de’ Celani diventerà un luogo di formazione, lavoro e inclusione sociale, offrendo nuove opportunità di riscatto a detenuti ed ex detenuti.
A Napoli la pizza diventa simbolo di riscatto, dignità e nuove opportunità per chi desidera ricostruire la propria vita dopo un’esperienza carceraria. È questo lo spirito di Brigata Caterina, l’ambizioso progetto di inclusione sociale e reinserimento lavorativo dei detenuti che punta a trasformare un luogo storico del centro antico in una pizzeria sociale aperta alla città, creando un collegamento concreto tra formazione professionale, lavoro e recupero del patrimonio culturale.
L’iniziativa è stata ufficializzata il 29 ottobre 2026, presso la Curia arcivescovile di Napoli, in Largo Donnaregina, con la sottoscrizione di un importante protocollo d’intesa che riunisce l’Arcidiocesi di Napoli, il Comune di Napoli, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, la Casa Circondariale “Pasquale Mandato” di Secondigliano e l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) per la Campania.
Un’intesa che rappresenta un significativo esempio di collaborazione tra istituzioni religiose, civili e giudiziarie, unite dalla volontà di offrire alle persone detenute ed ex detenute strumenti concreti per costruire un futuro diverso, superando gli ostacoli sociali e professionali che spesso accompagnano il ritorno alla libertà.
Il cuore del progetto Brigata Caterina a Napoli sarà la storica Cappella di Santa Caterina de’ Celani, situata nel centro antico della città, destinata a essere recuperata e trasformata in una pizzeria sociale. Un intervento che vuole coniugare la valorizzazione di un immobile di interesse storico con una nuova funzione sociale, restituendo alla comunità uno spazio capace di generare opportunità lavorative e favorire l’incontro tra persone con esperienze e percorsi di vita differenti.
La trasformazione della cappella avverrà nel rispetto del valore storico e architettonico dell’edificio e sarà subordinata alle necessarie autorizzazioni. L’obiettivo è realizzare un’attività autenticamente inserita nel tessuto cittadino, dove il mestiere del pizzaiolo possa diventare non soltanto una professione, ma anche uno strumento di autonomia economica, responsabilizzazione personale e partecipazione alla vita sociale.
Alla base dell’iniziativa c’è un percorso già sperimentato all’interno del carcere di Poggioreale, dove sono stati avviati corsi di formazione per pizzaioli e attività di accompagnamento al lavoro. Brigata Caterina intende dare continuità a questa esperienza, affrontando uno degli aspetti più delicati del reinserimento: evitare che le competenze acquisite durante la detenzione rimangano inutilizzate una volta terminata la pena.
Il passaggio dal carcere alla società rappresenta infatti un momento decisivo. Senza prospettive occupazionali, una rete di sostegno e occasioni concrete di inserimento, anche un percorso formativo positivo rischia di non tradursi in un cambiamento duraturo. Proprio per questo il progetto punta a costruire una continuità tra l’apprendimento di un mestiere e la possibilità di esercitarlo in un contesto lavorativo reale.
Lo sviluppo e la gestione delle attività esterne al carcere saranno affidati alla Consul Service Società Cooperativa Impresa Sociale, chiamata a contribuire alla realizzazione operativa delle iniziative e al consolidamento delle opportunità professionali previste dall’accordo.
A sottolineare il valore umano dell’iniziativa è l’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, che individua nella dignità della persona e nel diritto alla speranza i principi fondamentali del progetto. «Ogni persona è infinitamente più grande dei propri errori e nessuna condanna può cancellare la dignità di una vita, né spegnere il diritto alla speranza. Una città è davvero comunità quando non lascia nessuno prigioniero del proprio passato e continua a credere che ogni storia possa avere un nuovo inizio».
Parole che richiamano una concezione della pena non limitata alla dimensione punitiva, ma orientata anche alla possibilità di recupero e reintegrazione nella società. La formazione e il lavoro diventano così strumenti attraverso i quali restituire fiducia a persone che, pur avendo commesso errori, possono intraprendere un nuovo percorso di responsabilità.
Il coinvolgimento della Chiesa di Napoli assume quindi un significato che va oltre la promozione di un progetto occupazionale. L’iniziativa intende contrastare lo stigma che spesso accompagna chi ha vissuto l’esperienza della detenzione, favorendo una cultura dell’accoglienza e della seconda possibilità, nella quale il passato non rappresenti necessariamente un ostacolo insuperabile alla costruzione del futuro.
Accanto alla dimensione sociale emerge anche quella della rigenerazione urbana, particolarmente significativa in una città come Napoli, dove numerosi luoghi storici possono trovare nuove forme di valorizzazione attraverso iniziative culturali, formative e solidali.
Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, evidenzia proprio questo doppio obiettivo: «Garantire una continuità tra il dentro il carcere e il fuori è necessario per non perdere le competenze sviluppate e, soprattutto, per promuovere un futuro lavorativo dignitoso. Il recupero di Santa Caterina de’ Celani unisce questa prospettiva alla valorizzazione di un luogo storico della città».
La futura pizzeria sociale si propone dunque come uno spazio nel quale il recupero del patrimonio cittadino possa procedere insieme alla promozione dell’occupazione e dell’inclusione. La scelta della pizza, uno dei simboli più riconoscibili della tradizione gastronomica napoletana, conferisce inoltre al progetto un’identità fortemente legata al territorio.
Imparare l’arte della pizza significa acquisire competenze tecniche, conoscere le materie prime, rispettare procedure e tempi di lavorazione, sviluppare capacità organizzative e imparare a collaborare con altre persone. Sono abilità che possono rivelarsi preziose per affrontare il mercato del lavoro, soprattutto per chi necessita di ricostruire il proprio percorso professionale.
Un ruolo determinante sarà svolto anche dalla magistratura di sorveglianza, coinvolta nella collaborazione istituzionale necessaria a favorire percorsi di esecuzione della pena coerenti con le opportunità disponibili sul territorio.
La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Patrizia Mirra, sottolinea come il progetto rappresenti un’azione congiunta a beneficio delle persone e della comunità: «La vocazione di cura della Chiesa e l’attenzione del Comune alle problematiche dell’esecuzione penale danno vita a un’iniziativa volta a risanare le persone, i luoghi e il contesto sociale».
La magistrata richiama inoltre l’importanza di contrastare le situazioni nelle quali l’assenza di opportunità esterne può contribuire a prolungare la permanenza in carcere, nonostante l’esistenza di possibili percorsi di reinserimento.
La disponibilità di opportunità formative e lavorative assume, in questa prospettiva, un’importanza che va oltre il singolo beneficiario. Significa contribuire alla costruzione di condizioni sociali più favorevoli all’autonomia personale e alla riduzione del rischio di nuove condotte illecite, rafforzando nel tempo anche la sicurezza collettiva.
Tra gli obiettivi del protocollo figura anche la possibilità di ampliare le attività formative all’interno della Casa Circondariale di Secondigliano, attraverso la valutazione della fattibilità di un polo dedicato alla preparazione professionale dei pizzaioli.
Si tratta di un’ipotesi ancora subordinata alle necessarie verifiche e ai successivi provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria, ma che potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la costruzione di un sistema capace di accompagnare le persone detenute dalla formazione in istituto fino all’inserimento nel mondo del lavoro.
Il direttore del carcere di Secondigliano, Gianfranco Marcello, evidenzia l’importanza concreta di questo genere di iniziative: «L’attivazione di percorsi di formazione professionalizzante rappresenta per i detenuti una concreta possibilità di accesso al mondo del lavoro. Restituire dignità attraverso il lavoro significa abbattere le barriere del pregiudizio, ridurre il rischio di recidiva e investire sulla sicurezza e sulla coesione del territorio».
Il tema della recidiva rappresenta uno degli elementi centrali del dibattito sul sistema penitenziario. La possibilità di apprendere una professione e di trovare un’occupazione stabile può contribuire a rendere più concreto il percorso di reinserimento, soprattutto quando alla preparazione tecnica si affiancano accompagnamento sociale e collaborazione tra istituzioni.
In questo contesto, l’accordo sottoscritto a Napoli punta a creare una rete permanente tra i soggetti coinvolti, evitando che le singole iniziative rimangano esperienze isolate e favorendo invece una progettualità continuativa.
Fondamentale sarà il contributo dell’UIEPE per la Campania, l’organismo che opera nell’ambito dell’esecuzione penale esterna e contribuisce ai percorsi di accompagnamento e reinserimento delle persone sottoposte a misure e programmi previsti dall’ordinamento.
La dirigente Claudia Nannola richiama il valore della responsabilità collettiva nel processo di recupero: «Se la responsabilità penale è personale, la dimensione delle pene deve necessariamente essere collettiva, perché la funzione della pena è pubblica. Il percorso di responsabilizzazione e reinserimento del condannato richiede consapevolezza e responsabilità della comunità tutta, a partire dalle istituzioni».
Una riflessione che mette al centro un principio fondamentale: il reinserimento non può essere affidato esclusivamente alla volontà individuale, ma richiede un contesto capace di offrire opportunità effettive. La collaborazione tra amministrazioni pubbliche, strutture penitenziarie, autorità giudiziarie, realtà ecclesiali e soggetti del terzo settore diventa quindi essenziale per costruire percorsi sostenibili.
Con Brigata Caterina, Napoli prova a dare forma concreta a questa visione, mettendo insieme tradizione gastronomica, formazione professionale, recupero del patrimonio storico e attenzione alle persone più vulnerabili.
La firma del protocollo segna l’avvio di un percorso che dovrà ora svilupparsi attraverso le attività organizzative, le verifiche amministrative e la realizzazione degli interventi previsti. La pizzeria sociale non è dunque ancora un’attività operativa, ma il fulcro di un progetto che punta a trasformare un’intesa istituzionale in possibilità occupazionali reali.
Il successo dell’iniziativa dipenderà anche dalla capacità di coinvolgere il territorio e di costruire relazioni durature con il tessuto economico e sociale cittadino, affinché la formazione possa tradursi in un’autentica prospettiva di lavoro.
In una città universalmente associata alla cultura della pizza, la scelta di utilizzare proprio quest’arte come strumento di reinserimento assume un significato particolare. Quello che per Napoli è un patrimonio di tradizioni, competenze e identità può diventare, per chi cerca di ricominciare, una strada verso l’indipendenza e il riconoscimento sociale.
La sfida di Brigata Caterina sarà dimostrare che una seconda possibilità può nascere dall’incontro tra istituzioni, comunità e lavoro. E che recuperare un luogo storico, restituendolo alla città, può significare anche contribuire a ricostruire storie personali segnate dalla detenzione, trasformando l’esperienza della pena in un’occasione di responsabilità, crescita e nuovo inizio.
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- Ministero della Giustizia – Nella cappella di Santa Caterina de’ Celani la pizza è inclusione
- Tribunale di Sorveglianza di Napoli – Informazioni sull’UIEPE
(foto fornite dall’ufficio stampa in allegato al comunicato)










