di Ferdinando Capuozzo
Ventisei miliardi di euro di illusioni, compromessi al ribasso e slogan elettorali spacciati per riforme strutturali. La legge di bilancio licenziata dal Consiglio dei Ministri, il 28 ottobre 2026, si rivela per quello che è: un esercizio di sopravvivenza politica che non affronta le vere emergenze del Paese. A fare le spese di questo teatrino sono, ancora una volta, le fasce socialmente ed economicamente più vulnerabili, mentre al ceto medio vengono elargite mere manciate di coriandoli fiscali.
L’emblema di questa manovra è il tanto decantato intervento sull’Irpef. La retorica di governo parlava di un taglio rivoluzionario per la classe media, ipotizzando l’estensione dell’aliquota ridotta fino a 60.000 euro. La montagna ha però partorito il classico topolino: il tetto si ferma a 55.000 euro, garantendo un beneficio massimo di circa 500 euro all’anno. Facciamo i conti veri: si tratta di appena 40 euro al mese.
Qual è l’impatto reale di questa cifra? Nessuno. A chi dichiara 55.000 euro lordi all’anno, un’entrata extra di 40 euro al mese non cambia lontanamente la vita. Non serve a recuperare il potere d’acquisto eroso da anni di inflazione, né a coprire l’impennata dei tassi d’interesse sui mutui o l’aumento del costo della vita. È un rimborso ridicolo, un puro espediente contabile utile soltanto a riempire i titoli dei telegiornali.
Se per il ceto medio la misura rappresenta un’irrilevante goccia nel mare, per i redditi bassi e gli incapienti la manovra assume i contorni dell’ennesima beffa. Le fasce popolari e i lavoratori poveri vengono puntualmente dimenticati. Non c’è alcuna misura strutturale per sostenere chi guadagna meno di 15.000 o 20.000 euro all’anno; la detassazione della tredicesima è stata celermente depennata, mentre il tanto annunciato decreto bollette (con il blocco al prezzo del gas) è stato sbrigativamente rinviato per fantomatiche “verifiche tecniche”. Chi non riesce ad arrivare a fine mese si trova così privo di tutele di fronte al carovita e al costo delle utenze.
A completare il quadro intervengono le solite mance-spot propagandistiche: dai 100 euro all’anno versati nel “salvadanaio” dei neonati, una cifra simbolica che rasenta la presa in giro di fronte ai costi reali della genitorialità e alla crisi demografica, fino all’innalzamento della flat tax per gli autonomi a 100.000 euro, vera e propria strizzata d’occhio corporativa.
Nel frattempo, il Servizio Sanitario Nazionale riceve risposte del tutto insufficienti a far fronte alle liste d’attesa e alla fuga dei medici. Invece di redistribuire la ricchezza e proteggere i più deboli, il governo sceglie la strada della propaganda a basso costo: toglie risorse ai servizi essenziali per distribuire manciate di euro che non aiutano chi ha bisogno e risultano irrilevanti per chi li riceve. Anche l’ultima Legge Stabilità di questo Governo in definitiva è un clamoroso flop. Un ennesimo tentativo di strizzare l’occhio alla classe media dimenticando le fasce deboli del nostro Paese ed il paradosso e che riesce a scontentare tutti. Davvero un capolavoro.
