di Manuela Ragucci
Grande successo di pubblico al Galoppatoio coperto della Reggia di Portici per la serata dedicata alla danza classica e contemporanea, a cura del Centro Artistico di Portici – Accademia dello Spettacolo. In una cornice di straordinario fascino storico, il pubblico ha partecipato con attenzione ed entusiasmo a uno spettacolo capace di unire repertorio e ricerca, tradizione e linguaggi contemporanei.
La direzione artistica di Virginia Vincenti e Irma Cardano ha guidato gli spettatori in un percorso in due atti: il primo dedicato a Don Chisciotte, con coreografie di Virginia Vincenti sulle musiche di Ludwig Minkus, il secondo incentrato su Il Fiore di Loto, ideato e coreografato da Irma Cardano. In scena, accanto al corpo di ballo della Compagnia Giovanile dell’Accademia, anche due étoiles del Teatro di San Carlo di Napoli, Claudia D’Antonio e Salvatore Manzo, accolti da calorosi applausi.
Abbiamo incontrato Irma Cardano, coreografa e ideatrice della serata, per approfondire la visione artistica che ha dato forma a questo progetto.
Questa serata attraversa due mondi molto diversi, Don Chisciotte e Il Fiore di Loto. Qual è il filo invisibile che li tiene uniti nella tua visione artistica?
L’accostamento tra il Don Chisciotte e il fiore di loto può sembrare insolito ma da un punta di vista artistico lo trovo estremamente poetico. Entrambi rappresentano, in modi diversi, la capacità di elevarsi al di sopra delle bassezze della realtà circostante. Il Fiore di Loto è celebre perché affonda le sue radici nel fango, ma sboccia sulla superficie dell’acqua candido e incontaminato.
Don Chisciotte nonostante la miseria e la follia che lo circondano, ha un’anima pura: trasforma la realtà degradata in un ideale cavalleresco. Da angolazioni diverse, ritengo che il filo che unisce il fiore di loto e Don Chisciotte è il rifiuto di farsi sporcare dalla mediocrità del mondo circostante.
Il Fiore di Loto nasce da un simbolo antico e potente. Come hai tradotto coreograficamente il tema della rinascita senza cadere nella retorica?
Il fiore di Loto è un fiore dalla raffinata eleganza ed estrema bellezza e nonostante viva con le radici affondate nel fango rimane sempre immacolato, nella mia coreografia ho preso il fiore di loto come simbolo di coloro che nonostante le difficoltà dell’esistenza rimangono forti e positivi, che hanno speranza e fiducia nel futuro e nel cambiamento.
In due momenti della coreografia, attraverso un solo e un passo a due, ho raccontato di due donne che nonostante il dolore di amori difficili ritrovano forza e identità. Nel finale delle coreografie c’è un momento molto intenso, con un effetto luce particolare, in cui ho fatto apparire un fiore di loto nelle mani delle protagoniste proprio come simbolo di rinascita.
In un luogo così carico di storia come il Galoppatoio della Reggia di Portici, quanto lo spazio influisce sul tuo modo di pensare e costruire una coreografia?
Devo dire che in questo caso non ho creato la mia coreografia in relazione a questo meraviglioso posto, il Galoppatoio della Reggia di Portici, che ha ospitato questa magnifica serata di danza organizzata dall’Accademia dello Spettacolo – Centro Artistico di Portici. Spesso mi chiedono di creare coreografie site-specific e in questi casi mi piace molto creare qualcosa di particolare in cui i danzatori si integrano con il posto.
Lavori con ballerini ospiti e con una compagnia giovanile. Che tipo di dialogo si crea tra esperienza e formazione all’interno di un progetto come questo?
Claudia D’Antonio e Salvatore Manzo, étoiles del Teatro San Carlo di Napoli, danzatori ospiti di questo spettacolo, sono stati invitati dalla direttrice dell’Accademia dello Spettacolo, la signora Virginia Vincenti, e penso che sia stata una grande opportunità di crescita per gli allievi che fanno parte della Compagnia Giovanile condividere il palco con artisti di così grande spessore.
Questa è stata una delle numerose opportunità che i nostri allievi hanno durante l’anno di fare esperienza di palcoscenico. Una cosa molto importante nella formazione degli allievi che, dopo ore ed ore passate in sala per lo studio delle varie tecniche, hanno la possibilità di crescere anche artisticamente esibendosi davanti a un pubblico.
Se il pubblico dovesse portare via con sé un’unica sensazione, non un messaggio ma un’impressione profonda, quale speri che sia alla fine di questa serata?
La cosa che più mi fa piacere lasciare al pubblico è un’emozione. Come coreografa, non amo solo far muovere corpi nello spazio; cerco di scrivere una storia con il movimento che le parole spesso non riescono a catturare.
C’è qualcosa di profondamente intimo nel modo in cui la danza arriva allo spettatore: per me la danza è una forma di comunicazione dove il pubblico non si limita a guardare, ma “sente” il peso, la tensione dei ballerini nel proprio corpo.
Con la mia danza amo la ricerca del gesto, amo trasmettere e raccontare le mie sensazioni, le mie emozioni, e quando tutto ciò attraverso i corpi dei miei danzatori viene percepito dal pubblico sono molto contenta.
La Compagnia Giovanile dell’Accademia dello Spettacolo è stata la protagonista di questo evento. Che tipo di responsabilità e di visione senti nel guidare giovani danzatori dentro un progetto artistico così complesso?
Sono 40 anni e più che io e la signora Vincenti ci dedichiamo alla formazione di ragazze e ragazzi che si avvicinano a questa meravigliosa Arte che è la Danza. La visione di tutti gli insegnanti dell’Accademia è quella di un ponte: collegare il mondo protetto dell’Accademia alla realtà esigente del professionismo, assicurandoci che ogni allievo esca dalla nostra scuola non solo con un bagaglio tecnico ma più consapevole del proprio valore artistico e umano.
Ritengo che portare ogni allievo al proprio massimo potenziale significa rispettare l’impegno che mettono ogni giorno in sala. Spesso sono proprio quegli allievi che hanno lottato di più a sviluppare una profondità emotiva e una forza di volontà che li rende, alla fine, artisti straordinari.
Penso che dedicarsi esclusivamente ai “più dotati” è una scelta comoda per un insegnante; la vera maestria si vede nella capacità di accendere la scintilla in chi deve faticare il doppio per ottenere lo stesso risultato. Ogni allievo è un progetto unico. Se un insegnante guarda solo chi brilla di luce propria, smette di essere un educatore e diventa un semplice selezionatore.
Guardando al futuro, su quali progetti artistici e professionali sei attualmente impegnata?
Continua il mio viaggio per il mondo con la mia Danza. Per la quarta volta a marzo sarò in Francia in giuria al Concours international de danse ClapMoov’ment organizzato da CelDanse&Art con la direzione artistica di Celine Merandi nel teatro La croisée des Arts à Saint Maximin, nella bellissima regione della Provenza.
Ad aprile partirò per circa 15 giorni per il Kazakistan, ad Astana: sono stata invitata dalla Kazakh National Academy of Choreography come giurata al Concorso Internazionale per Giovani Coreografi. Un concorso che si concentra sui giovani talenti con partecipanti provenienti da diverse nazioni e come insegnante coreografa per creare con i danzatori dell’Accademia una coreografia che rimarrà nel loro repertorio.
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(ph. Massimiliano Pappa per gentile concessione Centro Artistico di Portici – Accademia dello Spettacolo)







