di Francesco Bellofatto
Ci sono persone che non occupano semplicemente un posto nella vita di una comunità, ma finiscono per coincidere con quel luogo, con i suoi ritmi, con i suoi silenzi, con i suoi volti più veri. Renato Iovine era una di queste. E nel ricordo che Procida gli ha tributato alla Marina Chiaiolella, si avverte con forza che la sua assenza non è diventata distanza, ma presenza diversa, più raccolta, più intima.
La panchina collocata davanti all’Hotel Ristorante Crescenzo, proprio lì dove Renato ha dedicato una vita intera, ha il valore dei gesti semplici che però arrivano più a fondo di tante parole. Non è soltanto un omaggio pubblico. È quasi una dichiarazione d’amore collettiva. È il modo con cui un’isola intera ha scelto di dire che certi legami non finiscono, che certe figure restano dentro i luoghi che hanno attraversato ogni giorno con serietà, fatica, discrezione e cuore. La frase incisa al centro di questo segno di memoria – “Il tuo sguardo resta qui, tra il tuo lavoro e la libertà del mare, racchiuso nel campo della pazienza che tanto hai coltivato” – è di quelle che colpiscono subito, perché dentro non c’è soltanto il dolore per una scomparsa prematura, ma c’è il ritratto di un uomo che ha saputo stare nel suo tempo senza rumore, lasciando un’impronta profonda.
Ricordare Renato Iovine con un tono affettuoso significa, prima ancora che raccontare i fatti, provare a restituire la qualità della sua presenza. Ci sono persone che si impongono, e altre che si fanno voler bene quasi senza accorgersene, con la costanza, con lo stile, con quella forma di dedizione quotidiana che non cerca applausi ma costruisce fiducia. Renato apparteneva a questa seconda, preziosa categoria umana. Il suo nome, per chi ha conosciuto la storia della Chiaiolella e dell’ospitalità procidana, resta inseparabile da quello del Crescenzo, luogo simbolico e affettivo, ma soprattutto grande casa di lavoro, sacrificio e accoglienza.
Ed è proprio qui che il ricordo si fa ancora più intenso, perché parlare di Renato significa parlare anche della grande famiglia Crescenzo, di una storia che non è soltanto imprenditoriale ma profondamente umana. Una storia cominciata negli anni Sessanta, quando Ilario Iovine e Vincenza Ambrosino accolsero gli operai impegnati nei lavori legati all’acquedotto, gettando le basi di quella che sarebbe diventata una delle realtà più riconoscibili della ristorazione procidana. In quella vicenda familiare ampia, faticosa, generosa, Renato è stato uno degli eredi più autentici. Insieme al fratello Franco, scomparso nel 2020, ha rappresentato per anni la spina dorsale di un’attività che sull’isola è stata molto più di un ristorante: una scuola, una palestra di mestiere, una nave madre da cui tanti hanno imparato il lavoro e poi preso il largo da soli.
Per questo il legame con la “grande famiglia” di Crescenzo non è una formula di circostanza. È una verità percepibile. In quel nome c’è una comunità di sangue e di lavoro, certo, ma anche una comunità allargata fatta di collaboratori, clienti abituali, amici, generazioni di ragazzi che da quelle sale, da quella cucina, da quella disciplina silenziosa hanno imparato cosa significhi servire gli altri con dignità. Renato Iovine era uno dei volti più sinceri di questo patrimonio morale. Non solo custodiva una tradizione: la incarnava. E probabilmente è proprio questo il motivo per cui la sua perdita ha aperto un vuoto così ampio, così condiviso, così difficile da accettare.
Nel ricordo di oggi c’è allora anche qualcosa di molto personale, nel senso più vero del termine. Perché figure come Renato finiscono per abitare la memoria degli altri non solo per ciò che hanno fatto, ma per come lo hanno fatto. Restano nella mente per uno sguardo, per un modo di salutare, per quella naturalezza con cui sapevano stare al proprio posto facendolo diventare un luogo familiare anche per gli altri. Il lavoro, quando è vissuto con fedeltà e con rispetto, dice molto di una persona. E nel caso di Renato, quel lavoro davanti al mare, tra tavoli, giornate lunghe, stagioni che cambiano e presenze che si rinnovano, è diventato la forma concreta del suo carattere: paziente, solido, presente.
La scelta di posizionare la panchina proprio di fronte al Crescenzo, con una seduta rivolta verso il ristorante e l’altra verso il mare, ha una forza simbolica straordinaria. Da una parte c’è il lavoro di una vita, dall’altra l’orizzonte aperto dell’isola, la libertà, il respiro del paesaggio procidano. In mezzo, come punto di unione, c’è Renato. È come se quel segno dicesse a tutti che la sua storia continua a vivere esattamente lì dove ha preso forma: tra il sacrificio quotidiano e la bellezza semplice della Chiaiolella. In fondo, la memoria ha bisogno di luoghi. E questa panchina diventa un luogo dell’anima prima ancora che dello spazio urbano.
La partecipazione numerosa di amici, familiari e cittadini alla cerimonia dice molto più di qualsiasi celebrazione ufficiale. Dice che il bene seminato non va perduto. Dice che Renato Iovine, scomparso l’11 dicembre 2025 a soli 55 anni, aveva lasciato qualcosa che supera il perimetro del dolore privato. Aveva lasciato stima, affetto, gratitudine. Aveva lasciato un esempio. E anche il riconoscimento che avrebbe dovuto ricevere il 12 dicembre alla Camera di Commercio di Napoli, assume oggi il significato di un’eredità morale che continua oltre la vita stessa.
A volte si pensa che il ricordo sia fatto soprattutto di grandi discorsi. In realtà, le memorie più vere sono quelle che si appoggiano a dettagli concreti: una panchina, un tratto di mare, un luogo di lavoro, un’abitudine interrotta che continua a farsi sentire. È lì che il dolore diventa anche riconoscenza. Ed è forse questa la sensazione più forte che resta guardando l’omaggio dedicato a Renato: la riconoscenza di un’isola verso un uomo che, senza clamori, ha contribuito a renderla più accogliente, più familiare, più vera.
Chi conosce Procida sa bene quanto certi luoghi abbiano un’anima fatta delle persone che li hanno vissuti fino in fondo. Il Crescenzo non sarebbe stato lo stesso senza la presenza di Renato. E oggi, allo stesso modo, il suo ricordo non può essere separato da quella storia collettiva che ha fatto dell’ospitalità una cultura, quasi un tratto identitario. Ecco perché il pensiero torna con naturalezza alla grande famiglia Crescenzo: non soltanto una famiglia nel senso anagrafico, ma un mondo umano costruito negli anni, una trama di relazioni, di lavoro condiviso, di fatiche e di affetti che Renato ha custodito con fedeltà esemplare.
Renato Iovine resta qui, davvero. Resta nella sua Chiaiolella, resta davanti al suo lavoro, resta nello sguardo della sua gente, resta nella memoria larga e affettuosa di Procida.
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(foto di Aniello Intartaglia per gentile concessione della famiglia Iovine)
