Il pareggio per 2-2 tra Napoli e Hellas Verona, nel turno infrasettimanale di Serie A, lascia più di una scia polemica. Non solo per l’ennesima rimonta azzurra che dimostra carattere e tenuta mentale, ma soprattutto perché il risultato frena il mancato aggancio in vetta in un momento chiave della stagione. Una di quelle partite che, a fine campionato, rischiano di pesare come macigni.
Il Napoli aveva l’occasione perfetta per portarsi al primo posto, sfruttando gli incroci favorevoli e un calendario teoricamente meno ostico. Invece si è trovato costretto a inseguire ancora una volta, sotto di due reti dopo un primo tempo confuso e penalizzato da episodi arbitrali che continuano ad alimentare il dibattito. La reazione nella ripresa, culminata nei gol di Scott McTominay e Giovanni Di Lorenzo, ha evitato una sconfitta che sarebbe stata psicologicamente devastante, ma non ha cancellato l’amaro in bocca.
Il punto che resta al centro della discussione è la gestione dei gol annullati e, più in generale, dell’uso del VAR. Nel corso della gara sono stati cancellati interventi offensivi che avevano acceso il Maradona, decisioni formalmente corrette sul piano regolamentare ma che, nel loro insieme, hanno contribuito a spezzare il ritmo e a innervosire squadra e ambiente. Il Napoli ha avuto la sensazione di dover segnare “due volte” per vederne convalidato uno, una percezione pericolosa quando la posta in palio è la vetta della classifica.
L’episodio della mano in area, da cui è nato il rigore per il Verona, resta emblematico: una chiamata al limite, interpretata in modo rigido, che ha inciso sull’inerzia del match. A parti invertite, il metro sarebbe stato lo stesso? È la domanda che rimbalza tra tifosi e addetti ai lavori, mentre cresce la sensazione che la tecnologia, nata per ridurre le ingiustizie, finisca talvolta per amplificarle sul piano emotivo. Il calcio non è Blade Runner: non tutto può essere ridotto a un frame congelato senza perdere il senso complessivo dell’azione.
In classifica, il pareggio mantiene il Napoli nel gruppo di testa ma lo costringe a inseguire ancora, rinviando l’assalto al primo posto. Un’occasione mancata che pesa soprattutto per come è maturata, tra errori iniziali, reazione d’orgoglio e decisioni arbitrali destinate a far discutere a lungo. La squadra di Antonio Conte (o chi per lui, a seconda del contesto tecnico) esce comunque con una certezza: il carattere non manca. Ma per vincere lo scudetto servirà qualcosa in più, anche la capacità di non farsi condizionare da episodi che, nel bene e nel male, continueranno a segnare questa Serie A.
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