La tregua nella Striscia di Gaza continua a reggere su basi instabili, mentre sul terreno persistono operazioni mirate, accuse reciproche e un equilibrio politico che appare tutt’altro che consolidato. In questo contesto incerto, la mossa del presidente statunitense Donald Trump ha riacceso il dibattito globale: la firma, a Davos, dello statuto del nuovo Board of Peace, un organismo internazionale pensato per accompagnare la cosiddetta “fase due” del conflitto, quella della ricostruzione e della stabilizzazione politica di Gaza.
Secondo quanto riportato da Reuters, l’iniziativa viene presentata dall’amministrazione Trump come uno strumento pragmatico e rapido, capace di superare le lentezze della diplomazia multilaterale tradizionale. Tuttavia, la stessa Reuters sottolinea come numerosi governi europei temano che il Board possa trasformarsi in una struttura parallela alle Nazioni Unite, ridisegnando gli equilibri della governance internazionale sulla base di rapporti di forza piuttosto che di consenso.
Sul terreno, la tregua resta fragile. Israele continua a segnalare la distruzione di infrastrutture sotterranee riconducibili a Hamas, mentre la riapertura stabile dei valichi, in particolare quello di Rafah, rimane subordinata alla questione degli ostaggi. Una situazione che, come osserva The Guardian, rischia di trasformare la “fase due” in una lunga transizione senza reali garanzie di stabilità, soprattutto in assenza di un quadro politico condiviso sul futuro assetto della Striscia.
Il Board of Peace nasce infatti già segnato da divisioni evidenti. La possibile partecipazione del presidente russo Vladimir Putin ha spinto diversi Paesi occidentali a prendere le distanze. L’Italia, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha scelto di non aderire, motivando la decisione con ragioni costituzionali e con la volontà di non legittimare organismi alternativi all’ONU. Anche il Regno Unito ha preferito sfilarsi, mentre altre capitali europee mantengono una posizione attendista.
Secondo un’analisi del Financial Times, l’iniziativa di Trump va letta anche come un’operazione di soft power e di leadership simbolica, capace di rafforzare il ruolo degli Stati Uniti come regista della ricostruzione mediorientale, ma al prezzo di nuove fratture diplomatiche. Il quotidiano finanziario evidenzia come il Board rischi di accentuare la polarizzazione tra alleati tradizionali e Paesi disposti a seguire una logica più transazionale della pace.
A rendere il quadro ancora più complesso è stato l’invito rivolto da Trump al Papa, un gesto dal forte valore simbolico che, come riportato dalla stampa internazionale, è stato accolto con prudenza dalla Santa Sede. Un segnale ulteriore di quanto il Board of Peace sia, al tempo stesso, uno strumento operativo e un messaggio politico globale.
La tregua a Gaza e la nascita del Board of Peace si muovono lungo la stessa linea di fragilità. La stabilità della Striscia dipenderà non solo dalla tenuta del cessate il fuoco, ma dalla capacità della comunità internazionale di evitare una frammentazione della diplomazia. Come osserva Reuters, il rischio è che la “fase due” diventi un terreno di competizione geopolitica più che un autentico percorso di pace.
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