Un legame con Napoli che dalla mostra si trasforma in eredità permanente. Emilio Isgrò ha deciso di donare al Museo e Real Bosco di Capodimonte quattro sue opere, suggellando il rapporto costruito con la città attraverso Canto Napoli, l’esposizione dedicata alla grande tradizione della canzone napoletana e ospitata nelle sale del museo fino al 29 settembre 2026.
Al centro della donazione c’è ‘O sole mio’, una delle opere più rappresentative del progetto espositivo e reinterpretazione, attraverso il linguaggio della “cancellatura”, di una delle canzoni napoletane più celebri nel mondo. A questa si aggiungono due installazioni realizzate nel 2025, un mandolino e una chitarra accostati rispettivamente a una seggiolina, un leggio e uno spartito musicale, e un lavoro storico che riporta indietro di oltre cinquant’anni il percorso creativo dell’artista: Telex C91, datato 1973, realizzato in china su carta intelata, montata su telaio di legno e custodita in un box di plexiglass. L’opera arriverà a Napoli da Milano.
Quattro lavori che permettono così al Museo di Capodimonte di conservare non soltanto una testimonianza diretta di Canto Napoli, ma anche una traccia della lunga ricerca artistica di Emilio Isgrò, artista siciliano nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1937 e protagonista dell’arte contemporanea italiana e internazionale.
La decisione è stata annunciata dallo stesso Isgrò durante la presentazione del catalogo della mostra pubblicato da Treccani. Una scelta che l’artista ha legato esplicitamente al proprio rapporto con Napoli e al ruolo che la città ha avuto nella storia culturale italiana. «Credo che fare un dono a Capodimonte significa restituire a Napoli una bassissima percentuale di ciò che ha dato al nostro Paese. Non tutti se ne rendono conto», ha spiegato il maestro.
Parole che chiariscono il valore simbolico dell’operazione. La donazione di ‘O sole mio’ assume infatti un significato particolare proprio perché l’opera nasce dall’incontro fra il linguaggio di Isgrò e uno dei simboli più universali dell’identità napoletana. La celeberrima canzone del 1898, su versi di Giovanni Capurro e musica di Eduardo Di Capua e Alfredo Mazzucchi, viene attraversata dalla pratica artistica che ha reso Isgrò riconoscibile in tutto il mondo: la cancellatura.
Dagli anni Sessanta l’artista interviene su testi, parole e immagini eliminandone apparentemente una parte per costringere lo spettatore a interrogarsi proprio su ciò che rimane visibile. Non si tratta, dunque, di una semplice eliminazione: nelle opere di Isgrò cancellare significa anche mettere in evidenza, creare una nuova gerarchia del significato, lavorare sulla memoria, sull’assenza e sulla possibilità di ricostruire ciò che non si vede più.
Con Canto Napoli questo procedimento incontra per la prima volta in maniera organica la grande tradizione musicale partenopea. La mostra, curata dal direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Eike Schmidt, è stata inaugurata il 10 aprile e resterà visitabile fino al 29 settembre 2026 nelle sale 81, 83 e 84 del secondo piano. Il percorso comprende venticinque celebri partiture della canzone napoletana sottoposte alla cancellatura di Isgrò, in un itinerario che attraversa epoche, autori e generazioni differenti.
Da ‘O sole mio’ a Voce ‘e notte, da Reginella a Maruzzella, fino a Resta cu’ mme, Tu si’ ‘na cosa grande e Napul’è, il repertorio scelto dall’artista compone quasi una storia sentimentale di Napoli attraverso la musica. Nel percorso trovano spazio anche titoli come Te voglio bene assaje, Funiculì funiculà, Torna a Surriento, I’ te vurria vasà, Comme facette mammeta, ‘O surdato ‘nnammurato, Luna rossa, Malafemmena, Guaglione e A canzuncella.
La cancellatura, però, non elimina completamente le parole. Alcuni versi restano leggibili e riaffiorano dalla superficie delle opere, trasformando le partiture in composizioni visive nelle quali memoria individuale e memoria collettiva finiscono inevitabilmente per sovrapporsi. Il visitatore riconosce una frase, ricostruisce mentalmente una melodia, completa quasi inconsapevolmente ciò che l’artista ha nascosto. Ed è proprio questa relazione fra ciò che si vede, ciò che si legge e ciò che si ricorda a costituire uno degli elementi centrali di Canto Napoli.
Una dimensione che Eike Schmidt ha definito anche “sinestetica”, sottolineando il particolare coinvolgimento del pubblico. Il direttore di Capodimonte ha raccontato infatti di numerosi visitatori che, davanti alle opere, finiscono per canticchiare le canzoni riconoscendone i versi anche quando sono parzialmente cancellati. Un meccanismo quasi naturale per un repertorio musicale entrato da decenni nella memoria popolare e capace di superare i confini della città.
«Sono felice di aver curato una mostra sinestetica riuscitissima», ha spiegato Schmidt, evidenziando anche il successo degli spazi dedicati all’esposizione di Isgrò al secondo piano del museo. Sale che, nelle intenzioni della direzione, potrebbero mantenere anche in futuro un rapporto privilegiato con la produzione contemporanea e diventare «sempre una finestra su Napoli».
La presenza delle opere tridimensionali contribuisce ulteriormente a trasformare il percorso espositivo. Mandolini, chitarre, leggii, sedie e spartiti portano infatti la musica fuori dalla dimensione esclusivamente grafica della partitura per farla entrare nello spazio fisico del museo. Due di queste installazioni resteranno ora definitivamente a Capodimonte grazie alla donazione annunciata dall’artista.
La quarta opera, Telex C91, amplia invece il significato dell’acquisizione perché consente al museo di affiancare ai lavori nati nel 2025 un’opera risalente al 1973. Diventa così possibile leggere la donazione anche come un ponte fra stagioni differenti dell’attività di Emilio Isgrò, mettendo in relazione le ricerche storiche dell’artista con il recentissimo confronto con Napoli e la sua tradizione musicale.
L’annuncio è arrivato nel giorno della presentazione del catalogo di Canto Napoli, edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. All’incontro, insieme a Emilio Isgrò ed Eike Schmidt, ha preso parte Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, insieme ad alcuni degli autori dei saggi pubblicati nel volume: Laura Valente, Stefano Causa e Marco Bazzini. Il catalogo raccoglie inoltre contributi di Eike Schmidt, autore del testo La danza delle formiche, Bruno Corà, Michele Bonuomo, Maria Laura Chiacchio e Luciana Berti.
Il volume accompagna e approfondisce così un progetto che mette in comunicazione arte contemporanea, musica e memoria storica. Un dialogo particolarmente significativo nel contesto di Capodimonte, dove la ricerca di Isgrò entra in relazione con uno dei grandi luoghi della cultura italiana e con una città che della stratificazione di linguaggi, epoche e tradizioni ha fatto uno dei suoi caratteri più riconoscibili.
Con la donazione delle quattro opere, tuttavia, Canto Napoli supera adesso i confini temporali dell’esposizione. Dopo la chiusura della mostra, prevista per il 29 settembre, una parte di quell’esperienza resterà infatti nel patrimonio di Capodimonte. E tra le opere destinate a raccontarla ci sarà proprio ‘O sole mio’: una canzone nata a Napoli più di un secolo fa, diventata simbolo universale della città e ora trasformata dalla cancellatura di Emilio Isgrò in un nuovo frammento della memoria artistica del museo.
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(foto fornite dall’Ufficio stampa in allegato al comunicato)


