di Francesco Bellofatto
Ci sono viaggi che hanno bisogno di oceani, frontiere e grandi distanze. E ce ne sono altri che cominciano appena fuori casa, quando un luogo conosciuto smette improvvisamente di essere sfondo e diventa racconto. Hotel Aurora di Francesco Di Domenico, pubblicato da Marlin Editore, appartiene soprattutto a questa seconda geografia della letteratura: quella in cui viaggiare significa attraversare persone, desideri, fallimenti e territori imparando a guardarli con occhi diversi.

Il punto di partenza è Vittorio Alessi, uomo del Sud che lascia Napoli dopo una delusione sentimentale e raggiunge la costa romagnola. Non è propriamente un emigrante e neppure il viaggiatore romantico della tradizione: fugge, incontra, cambia mestiere, attraversa relazioni, accumula esperienze e infine torna verso Sud. Il suo percorso è contemporaneamente geografico e interiore, una formazione sentimentale che attraversa gli anni Novanta e arriva fino al nuovo millennio. È proprio questo movimento tra Romagna, Napoli e periferia settentrionale della città a dare al romanzo la sua natura più interessante. Il racconto è in fondo quello della formazione di Vittorio, segnato da amori, relazioni e avventure durante questo lungo attraversamento.
Di Domenico costruisce così una personale letteratura di viaggio senza bisogno di luoghi esotici. La strada che conta non è necessariamente quella celebrata dal mito americano. Qui il paesaggio è fatto di svincoli, alberghi, centri commerciali, rotonde, campagne sopravvissute all’urbanizzazione e soprattutto di quella Circumvallazione Esterna che tutti conoscono anche come Strada degli Americani o Doppio Senso. Dalla narrazione emerge con forza proprio questa trasformazione della periferia in materia letteraria: un territorio normalmente consegnato alla cronaca diventa spazio narrativo, memoria e identità.
È qui che Hotel Aurora trova il suo carattere da romanzo di viaggio. Perché il viaggio, nella buona letteratura, non si misura soltanto in chilometri. Si misura nella distanza che separa chi parte da chi ritorna. Jack Kerouac aveva fatto della strada un luogo dell’anima prima ancora che una direzione geografica; Charles Bukowski aveva cercato umanità nelle camere, nei bar e nelle vite laterali; Philip Roth aveva saputo raccontare una società intera attraverso debolezze, desideri e contraddizioni individuali. Di Domenico percorre una strada propria, meridionale e contemporanea, dove l’epica del movimento viene sottratta al grande scenario e riportata alla dimensione quotidiana.
Ed è una scelta particolarmente felice perché l’Hotel Aurora diventa esso stesso una specie di stazione di transito. È un albergo tre stelle a ore, appartenente a un ex boss della camorra, dentro il quale entrano ed escono personaggi, storie, segreti, sesso, comicità, dolore e malinconia. Il direttore osserva questa umanità irregolare e cerca continuamente di governarne gli imprevisti. Su un altro piano il romanzo può essere letto anche come la storia dei particolari ospiti dell’albergo raccontata con ironia e irriverenza.
Le camere diventano allora approdi temporanei. Chi arriva porta qualcosa, chi riparte lascia una traccia. È la stessa logica delle stazioni, dei porti e delle locande che attraversano da secoli la letteratura di viaggio: luoghi apparentemente provvisori nei quali, proprio perché nessuno dovrebbe restare a lungo, le vite finiscono per mostrarsi senza troppe difese.
Il merito di Francesco Di Domenico è soprattutto quello di non trasformare la periferia napoletana in una cartolina negativa. Non c’è il territorio esibito come caso sociale e non c’è neppure la sua versione consolatoria. C’è un paesaggio abitato. Napoli, la Romagna, la costa, Giugliano e l’hinterland diventano coordinate di una mappa sentimentale nella quale sono sempre le persone a dare significato ai luoghi.
E forse la vera destinazione del viaggio di Hotel Aurora è proprio questa: l’appartenenza. Quanto rimane dentro di noi dei posti che attraversiamo? Quando un luogo smette di essere soltanto un indirizzo e diventa parte della nostra identità? Nel romanzo comicità, eros, dramma e malinconia convivono attraverso una scrittura che conserva una forte dimensione orale, mentre le stanze dell’albergo finiscono per trasformarsi in una piccola e improbabile comunità.
Non è secondario che un libro così profondamente interessato al rapporto tra narrativa e territorio arrivi dal catalogo di Marlin Editore. Dietro il marchio c’è infatti una storia editoriale molto più lunga della sua data di nascita. Nel 1982 Tommaso Avagliano fondò Avagliano Editore; negli anni Novanta entrò nell’attività anche il figlio Sante Avagliano, contribuendo allo sviluppo nazionale della casa editrice. Dopo la cessione della precedente sigla, nel 2005 Tommaso e Sante diedero vita a Marlin Editore, proseguendo un’esperienza maturata in decenni di lavoro tra narrativa e saggistica.
Anche il nome porta con sé, curiosamente, un viaggio letterario. Il marlin è il grande pesce legato all’immaginario di Ernest Hemingway e a Il vecchio e il mare: un riferimento che la casa editrice ha assunto come propria insegna e che sembra quasi dichiarare una vocazione alla letteratura intesa come esplorazione, sfida e attraversamento.
In questa prospettiva Hotel Aurora trova una collocazione naturale. Francesco Di Domenico racconta un viaggio che non pretende di condurre il lettore dall’altra parte del mondo. Fa qualcosa di più difficile: lo porta dall’altra parte dello sguardo.
Perché qualche volta l’esotico è dietro uno svincolo. L’avventura può cominciare sulla Circumvallazione Esterna. E per diventare viaggiatori non serve sempre partire molto lontano: può bastare entrare in un albergo ai margini della città e accorgersi finalmente delle storie che abbiamo attraversato centinaia di volte senza vederle.
Hotel Aurora. Tre stelle
Francesco Di Domenico
Marlin Editore, collana Il Portico (2025)
288 pagine
16,50 euro.
#HotelAurora #FrancescoDiDomenico #MarlinEditore #LetteraturaDiViaggio #NarrativaItaliana #Napoli #Giugliano #StradaDegliAmericani #Libri #RecensioniLibri #SudNotizie
