di Manuela Ragucci
La storia del più difficile addio, quello cui non si è mai pronti. Moltiplicando tre e sette, si ottiene ventuno. Tre è il numero perfetto, nonché l’inizio, la trinità. Il sette incarna la fine, sono sette infatti le teste del drago rosso dell’apocalisse. Ventuno sono i grammi dell’anima. Il terzo giorno (3) della settimana (7) è il mercoledì e… “la tua rosa rossa verrà recisa il primo mercoledì di un mese di febbraio”. Febbraio è il secondo mese dell’anno e per due volte ho scritto ventuno capitoli. I primi ventuno sono la cronistoria della medesima data: 03/02/21.I secondi il racconto di alcuni giorni precedenti e altri successivi a quel mercoledì che ha cambiato per sempre la mia vita.
NAPOLI – Questa è la sinossi di “Quando Lei è dovuta Partire” scritta dall’ autore stesso del libro, Mario Artiaco, a mo’ di nota per spiegare cosa e come andrà a raccontare. Poche righe asciutte, per lo più numeri. Cifre che dovrebbero essere asettiche, innocue, ma chi conosce la numerologia, ne comprende la potenza che, in questo caso, va al di la’ del simbolo. Un conto alla rovescia di chi capisce che il tempo sta per scadere, eppure riesce a percorrerlo a ritroso per non perderne un attimo di quel tempo prezioso. Prezioso, ecco, questa è la parola più giusta per definire l’intento del racconto di Mario Artiaco che, in punta di piedi porta il lettore nel dolore della perdita della cara mamma Maria Francesca. Un libro sicuramente da leggere, che riesce ad emozionare ancor prima di aprirne le pagine, nelle presentazioni in cui l’autore si offre al pubblico con sincerità disarmante.
Il libro sara’ presentato giovedi 1 febbraio alle ore 18, presso il caffe letterario DOM nel Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore. Dialogherà con l’autore Cristina Salvio e l’incontro sarà introdotto da Carmine Maturo.
C’è un prima e un dopo nelle fasi della vita di un individuo. Ci sono “prima” e “dopo” più o meno innocui e ce ne sono altri pesanti come il piombo. La perdita di un genitore, dell’ultimo genitore rimasto in vita, è sicuramente quel momento in cui si diventa “orfani” e quindi crollano tante certezze e si fa largo la consapevolezza di essere, in un certo senso, soli. Tutto questo ha un tempo, c’è un’elaborazione del lutto che è personale ed insindacabile. Come matura invece il bisogno di mettere questo tsunami di emozioni nero su bianco e regalarle ad un estraneo, in questo caso al pubblico? O meglio, quale è stato, nel tuo caso, il momento in cui hai preso coscienza di scrivere? È stato un bisogno, un processo catartico necessario per superare il dolore. quindi lento, consapevole o è stato come un flusso di coscienza, fonte di un’ispirazione imprecisata?
Era pronto, stava lì, dovevo solo letteralmente vomitarlo. È necessario per liberarsi, per alleggerirsi, per rendere tutto più umano, anche perché i commenti e i messaggi privati dei lettori, gli interventi durante le
presentazioni, offrono l’opportunità di condividere e sentirsi meno soli. Scrivere mi è servito a passare nel fuoco. Quello che porti dentro, in maniera silente, è un primo stadio, metterlo su carta rafforza la consapevolezza
di cosa è accaduto e fa bene e male al contempo, ma l’unico modo per venirne fuori è scavare nel dolore perché in fondo al dolore c’è l’Amore e l’Amore mi ha spiegato tutto.
Tu, sei anche padre e quindi il dolore per questa perdita si è moltiplicato nel cuore delle tue splendide figlie. La scomparsa dei nonni, nei casi più fortunati della vita, è il primo vero confronto con la morte. Come hai affrontato con le tue figlie questo momento così delicato? Come hai sdoppiato il tuo cuore? Hai trovato conforto nel consolare?
L’impotenza è un crocevia fondamentale nel percorso di ogni uomo, per la mia di impotenza credo di essere a buon punto, circa quella delle persone che ho a cuore direi che devo lavorare ancora molto. Nonostante la cosa migliore per crescere sia misurarsi con le difficoltà e i dolori della vita, quando vedi chi ami sconfitto e divorato dalla rabbia dell’incapacità di accettare, allora tutto sembra insormontabile. Non ho sdoppiato il cuore, ho pianto e riso con loro e più che consolarle è accaduto esattamente il contrario: le mie figlie hanno risollevato e raccolto me.
Spesso affermi di non essere stato un figlio facile. Perché? Chi non lo è. Come figli, tutti ci sentiamo imperfetti e sbagliati. Ma agli occhi di un genitore questa prospettiva è totalmente capovolta. Saranno sempre innamorati dei figli, i genitori, capaci di perdonare ogni errore, perché anche perdonare
“aphiemi” è lasciar andare.
Avrei potuto e dovuto essere un figlio migliore. Ho recato loro troppe rogne e preoccupazioni, tanti dispiaceri legati a differenze congenite nonostante fossi discendente di quelle stesse costellazioni familiari.
Ciò è accaduto in buona parte a causa della mia anima inquieta e ribelle, per la mia disattitudine a conformarmi ai cliché secondo i quali, la forma e l’apparire, prevalgono sulla sostanza. L’ipocrisia non mi appartiene, tantomeno mi lascio coinvolgere in cose che non destano il mio interesse. Non mi reputo rigido, non in queste dinamiche almeno ma, quello che definirei il teatro dell’assurdo due punto zero, lo lascio vivere a chi preferisce non scoprire il fianco e mettersi a nudo. Mi hanno perdonato, soprattutto mia madre, e più per sfinimento che perché ne fosse convinta. Mentre il
suo tempo volgeva al termine tutto si è ammorbidito, abbiamo deposto le armi e ci siamo scambiati quella tenerezza che nella sua e nella mia vita era mancata. Una morte per alcuni versi anche dolce perché credo la morte, quando porta il sollievo, sia anche una cosa bella.
In questa società liquida dove tutto si consuma all’istante, il tempo di un fiammifero, dove sembra non esserci spazio per la riflessione, il silenzio; persino il dolore è anestetizzato o spettacolarizzato. Come si fa a lasciar andare senza correre il rischio di perdere tutto il prezioso del proprio vissuto?
Andatele a trovare le persone che amate, trascorreteci del tempo. Non aspettate si ammalino o si facciano anziani. Godetevi ogni istante e custodite in una teca nell’anima i momenti vissuti assieme. Per quanto sia tutto fulmineo, cumulare ricordi, resta l’unico antidoto per sconfiggere la morte. Non restare ancorati al passato, ma trasformare la gioia del tempo speso in sorrisi postumi. Bisogna lasciare andare i corpi, talvolta straziati e sofferenti, e conservare la sostanza e la Bellezza, dopotutto “la morte pone fine a una vita, non a una relazione”.
Oltre le parole scritte su carta, ci sono molti momenti in cui incontri i tuoi lettori de visu, occhi negli occhi. Cosa accade quando la commozione lascia le pagine e si fa palpabile?
Piango ancora, piango spesso alle manifestazioni pubbliche, mi è successo ancora proprio venerdì della settimana scorsa. Non sai mai quali domande ti saranno rivolte dal moderatore, dal pubblico, non sai quali passi saranno stati scelti come letture e alcuni sono una lama rovente che riapre una ferita che lentamente e con difficoltà si rimargina. Nonostante abbia tenuto oltre 250 presentazioni dei miei tre romanzi ancora adesso ci casco, mi commuovo. È pur vero che gli argomenti che tratto sono storie a me care e totalmente biografiche o autobiografiche ed è altrettanto vero non cerchi di mettere limiti alle emozioni, siamo esseri umani, fallibili e sottoposti allo stress emotivo che è necessario venga fuori anziché essere represso.
Qual è l’oltre di Mario Artiaco?
L’oltre è ogni giorno. La sfida più grande per l’uomo è rompere le catene del passato. Porto un solo tatuaggio, per ora, è un vocabolo greco di cui mi sono innamorato, un amore folle ed estemporaneo: ἰοίην. Il suo significato è: Che possa andare oltre! Trovo non solo meravigliosa la profondità di tale intento bensì anche la possibilità, considerato il congiuntivo, l’augurio sia rivolto a tutti, non solo a sé stessi! Difatti lo si può leggere come: “Che io possa andare oltre, che tu possa andare oltre, che lei possa andare oltre, che lui possa andare oltre”.
Auspico ognuno possa liberarsi da meccanismi abitudinari, divincolarsi dalla coercizione a ripetere, figlia delle dipendenze affettive, siano esse alimentate da relazioni tossiche o da rapporti insani tra vittime e carnefici. Per non parlare dei vampiri energetici, la razza peggiore, spesso inconsapevolmente camuffati da anime apparentemente in buona fede che invece ci depotenziano e tendono solo a esercitare possesso mentre il senso dell’amore è lasciare liberi, lasciare andare e accettare così che la felicità di chi amiamo possa essere lontano da noi. L’atto estremo dell’amore si consuma nel lasciare andare coloro che abbiamo maggiormente amato e che maggiormente hanno amato noi. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. A noi la capacità di accettare e accogliere sia quando la vita ci dà in prestito sia quando torna a riscuotere il credito che vanta nei nostri confronti.
(Foto Mario Artiaco di Giancarlo Rizzo, fornite dall’autore)
Copertina a cura di Paco Falco
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