di Manuela Ragucci
Sabato 31 gennaio alle 21.30 Francesco Di Bella salirà sul palco dell’Auditorium Novecento di Napoli (via Enrico De Marinis, 4) per presentare dal vivo Acqua Santa (edizioni la Canzonetta), il disco che segna il suo ritorno a sette anni da ’O Diavolo e che ne rappresenta, più che un opposto, un necessario rovescio. L’Auditorium Novecento, un luogo simbolico, raccolto e centrale nella scena culturale partenopea, ben si presta ad accogliere un lavoro costruito sull’ascolto, sulla sottrazione, su una scrittura che chiede silenzio intorno.
Se ’O Diavolo metteva a fuoco le fratture, le crepe, le forze centrifughe che attraversano le relazioni e il presente, Acqua Santa si muove in un territorio più fragile e insieme più complesso: quello di ciò che tiene, che resiste, che resta nonostante la fatica. Otto canzoni in napoletano che scelgono una lingua meno abrasiva e più contemplativa, un suono essenziale e misurato, una forma-canzone che rinuncia all’urgenza per interrogare il tempo, la durata, la convivenza.
Prodotto da Marco Giudici, è un lavoro dal sound intimo ispirato ad artisti come Andy Shauf, The National, Kevin Morby, Wilco, Damon Albarn e Jason Molina, ed essenziale anche nella scelta della strumentazione – piano verticale, rhodes, sax, archi. Acqua Santa rifugge la retorica dell’innamoramento per concentrarsi sull’amore come pratica quotidiana, come responsabilità condivisa e, inevitabilmente, come gesto politico.
Non un disco che offre soluzioni, ma un lavoro che espone domande, accetta l’imperfezione e invita a una forma di ascolto profonda, la stessa che il live all’Auditorium Novecento (sul palco con Di Bella ci saranno Bruno Tommasello, Carmine Di Leo, Jonathan Maurano e Felice Calenda al mix) promette di amplificare, in un abbraccio intimo e collettivo, stretti insieme a lasciarsi benedire da questa acqua santa di musica e parole.
In questa conversazione, in attesa di salutare gennaio in bellezza, Di Bella riflette sul senso di questo lavoro, sul rapporto tra lingua e maturazione artistica, sull’evoluzione del suo sguardo dopo trent’anni di musica e su un’idea di intimità che oggi può diventare una forma di resistenza culturale.
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In Acqua Santa il napoletano sembra aver perso ogni bisogno di urgenza o di attrito, diventando una lingua che si ritrae, che osserva, quasi che il suono dovesse farsi spazio prima che affermazione. È una scelta che nasce da una maturazione musicale o da una necessità più intima, legata al modo in cui oggi senti di poter raccontare?
Nel raccontare un mondo così privato, quello che mi ha ispirato è stata la lettura del Canzoniere di Umberto Saba, una poesia intima, rarefatta, piena di esperienze quotidiane, una scrittura sintetica ed efficace e piena di riferimenti a luoghi. Ho approcciato alla scrittura così, come se stessi scrivendo versi di piccole poesie ed ho cercato una lingua pulita, comprensibile, ragionata. Volevo che tutto ciò che pensavo fosse chiaro.
Hai più volte distinto l’innamoramento dall’amore, definendo il primo come una parentesi e il secondo come una condizione da abitare. Scrivere canzoni sull’amore che resta, che attraversa la fatica e la ripetizione, ti ha costretto a rivedere anche il tuo rapporto con la forma-canzone, con il tempo musicale, con l’attesa?
La vita insieme è fatta anche di silenzi e di attese. Nello scrivere, nel cercare gli accordi giusti credo di essermi ispirato molto a melodie elastiche che repentinamente si allargano e si contraggono, fino a rimanere in silenzio. È stata una scrittura molto esplorativa. Per quanto mi riguarda, è stato un viaggio entusiasmante tra i miei sentimenti, le parole e la musica. La forma canzone è una forma viva e si evolve con le nuove esperienze, condensa lo spirito e si materializza nel lavoro.
Se ’O Diavolo metteva in scena le fratture, Acqua Santa sembra muoversi in un territorio più fragile, dove la salvezza non è mai data, ma va continuamente negoziata. Guardando oggi questi due dischi come parti di uno stesso percorso, senti di essere cambiato tu o senti di aver semplicemente spostato il punto da cui osservi il mondo e le relazioni?
Come dicevo prima, la scrittura segue se non addirittura precorre i cambiamenti. In effetti, rispetto a ’O Diavolo, il punto di vista è completamente ribaltato ed è sicuramente complementare. L’amore e l’egoismo sono presenti in entrambi i lavori ma in modo diverso, ed è questo che può fare la differenza: la quantità di amore di cui disponiamo e che in certi frangenti, ahimè, non dipende soltanto da noi.
Detto ciò, il punto di vista è politico e sociologico. Io voglio davvero affermare che soltanto attraverso lo spirito di sacrificio, la carità e l’altruismo si possono cambiare le cose, in un mondo votato all’individualismo. È banale, ma intanto oggi i valori di cui parlo sono visti come dis-valori e vengono puntualmente liquidati come segni di debolezza. Mentre invece non deve essere così. Stiamo combattendo una battaglia culturale, tutti i giorni.
Hai parlato di Acqua Santa come di un disco politico, non per ciò che denuncia, ma per ciò che difende. In un tempo in cui anche l’emotività è spesso performativa, pensi che raccontare l’intimità, la cura, la durata possa essere una forma di opposizione culturale, prima ancora che ideologica?
Esatto, io credo che sia importante prendere una posizione, farlo attraverso ciò che ti compete, anche se è solo un banalissimo disco. È un’idea che ho sempre avuto e che ho cercato di applicare a tutti gli album miei e dei 24 Grana. Raccontare il dissenso, le cose nell’ombra, quelle a cui non si presta tanta attenzione e che non seguono il mainstream. Hai ragione nel dire che è una forma di difesa e di resistenza.
Ascoltando Acqua Santa si ha la sensazione che l’amore non sia mai rappresentato come soluzione, ma come pratica quotidiana, spesso imperfetta, a volte silenziosa. Ti chiedo se, mentre scrivevi queste canzoni, sentivi di stare parlando anche a chi non ama nel senso romantico del termine, ma a chi resta, a chi accompagna, a chi attraversa la fragilità dell’altro. E se oggi, per te, la musica è ancora un luogo di conflitto o se è diventata, semplicemente, un atto di cura.
Volevo porre l’accento proprio su questo. Il valore della fragilità di un amore duraturo, fatto di rinunce, di accettazione ma che si scopre proprio per questo molto forte. Un’idea interessante da raccontare, un po’ demodè, sicuramente non condivisibile da tutti ma probabilmente importante per chi invece la pensa così.
È un argomento indiscutibilmente fazioso e che richiede sincerità, ammissione. Credo che la musica serva sia a mettersi in discussione che a cercare soluzioni. Le idee sono sempre conflittuali ma molto spesso sono utili per sperimentare nuove cure. La scrittura e la musica per me sono luoghi dove pormi domande e cercare soluzioni.
Francesco Di Bella – Acqua Santa
Sabato 31 gennaio – ore 21.30
Auditorium Novecento – auditoriumnovecento.it
Via Enrico De Marinis, 4 – Napoli
Biglietti disponibili sul circuito ETES: www.etes.it
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(foto Thrucollected, per gentile concessione)



