Oggi e domani, venerdì 16 e sabato 17 febbraio, nel cuore di Napoli, alla Sala Assoli Moscato, va in scena Cantare il disincanto. Studio per la messinscena di un monologo con canzoni tristi, un lavoro intenso e stratificato di Canio Loguercio, capace di restituire voce e senso al lato meno celebrato del boom economico italiano. Non quello delle utilitarie luccicanti e dell’ottimismo industriale, ma quello fatto di crepe interiori, inquietudini silenziose, desideri frustrati e malinconie private che la canzone d’autore degli anni Sessanta ha saputo intercettare con sorprendente lucidità.
Lo spettacolo nasce dal libro Cantare il disincanto di Giulio de Martino, arricchito dai contributi dello stesso Canio Loguercio, di Salvatore Rossi e Carlo Serra (Manzoni Editore / Urania Records, 2025), e si configura come un racconto musicale e narrativo che intreccia memoria individuale e sentimento collettivo. In scena, Loguercio non si limita a interpretare canzoni: le attraversa, le commenta, le mette in relazione con appunti, ricordi e frammenti di pensiero, costruendo una drammaturgia dell’ascolto che restituisce dignità poetica al disagio.
La canzone d’autore italiana degli anni Sessanta – spesso ridotta a semplice contrappunto “colto” alla musica leggera – emerge qui come vero e proprio dispositivo critico. È una canzone che osserva l’Italia mentre cambia pelle, che registra la distanza tra promesse di felicità e vissuti reali, che racconta l’ambivalenza di una modernità desiderata e insieme temuta. In questo senso, Cantare il disincanto dialoga idealmente con il cinema e la letteratura coevi, quelli che hanno saputo mostrare l’altra faccia del progresso, come Il sorpasso o Rocco e i suoi fratelli, senza mai cadere nella nostalgia sterile.
Lo stile di Canio Loguercio è asciutto, elegante, profondamente musicale anche nella parola detta. La sua voce diventa strumento narrativo, capace di passare dalla confessione intima all’analisi culturale, dalla malinconia alla sottile ironia. Le “canzoni tristi” evocate nel sottotitolo non sono un vezzo estetico, ma una scelta politica e poetica: sono canzoni che resistono, che rifiutano l’enfasi del successo e preferiscono abitare le zone d’ombra dell’esperienza umana.
In un tempo come il nostro, segnato da nuove trasformazioni economiche e sociali, questo viaggio nel disincanto degli anni Sessanta risuona con forza inattesa. Lo spettacolo non parla solo del passato, ma interroga il presente, ricordandoci quanto la musica possa ancora essere uno strumento di consapevolezza, memoria e critica. La Sala Assoli Moscato, da sempre luogo di sperimentazione e ricerca, si conferma così spazio ideale per accogliere un lavoro che unisce rigore intellettuale ed emozione, pensiero e canto.
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Info
Oggi e domani – ore 20.30
Sala Assoli Moscato, Vico Lungo Teatro Nuovo 110, Napoli
Durata: 60 minuti
Info / Prenotazioni: +39 345 4679142 (anche WhatsApp)

