Cari ragazzi,
vi scrivo a caldo, dopo la notizia della morte di Francesco Guccini, scomparso oggi nella sua Pavana.
Vi scrivo da uomo di settant’anni, uno di quelli che hanno attraversato quasi per intero le stagioni cantate da Guccini. Quando ero giovane, le sue canzoni non uscivano da un algoritmo e non ci raggiungevano attraverso un video di pochi secondi. Le aspettavamo. Compravo un disco, lo portavo a casa quasi con rispetto, abbassavo la puntina e restavo ad ascoltare.
Poi prendevo la chitarra.
Conoscevo pochi accordi, forse sempre gli stessi, ma bastavano. Bastavano per riunire gli amici in una stanza, davanti a un fuoco, su una spiaggia o nel retro di qualche locale. Bastavano per cantare a squarciagola parole che ci sembravano capaci di spiegare tutto: la politica, l’amore, l’amicizia, la rabbia, il tempo, la morte, le ingiustizie e quella strana malinconia che arriva quando si comprende che diventare adulti significa anche imparare a perdere.
Noi non ascoltavamo soltanto Guccini. Dentro quelle canzoni cercavamo noi stessi.
Oggi mi domando che cosa possano dire quei brani a voi che avete vent’anni, che siete nati con uno schermo tra le mani e vivete in un mondo più veloce, più connesso e, forse, non meno solitario del nostro. Potreste pensare che siano canzoni vecchie, legate alle piazze, alle osterie, alle lotte operaie, alle ideologie e alle illusioni del Novecento. Eppure, quando torno ad ascoltarle, mi accorgo che non parlano soltanto del tempo in cui furono scritte. Parlano dell’essere umano, e l’essere umano cambia molto meno rapidamente dei suoi strumenti.
Sono canzoni che pongono domande. Non vi consegnano risposte confezionate e non cercano di piacere a tutti. Vi chiedono di fermarvi, di dubitare, di ricordare e di scegliere da quale parte stare. È questo, forse, il primo messaggio che Francesco Guccini continua a mandarvi attraverso il tempo: non lasciate che siano sempre gli altri a pensare al posto vostro.
La prima riflessisone che vorrei affidarvi è questa: la memoria non serve a contemplare il passato, ma a impedire che il male trovi un nuovo nome.
È ciò che continua a insegnarci Auschwitz, nota anche come La canzone del bambino nel vento. Guccini la scrisse da giovanissimo, ispirato anche dalle letture sull’Olocausto e dalle testimonianze dei deportati. Il brano fu pubblicato inizialmente nel 1966 dall’Equipe 84 e successivamente inserito in Folk beat n. 1.
Quando la cantavamo, la guerra sembrava già lontana, ma i nostri genitori ne portavano ancora addosso le ferite. Oggi gli ultimi testimoni della Shoah stanno scomparendo e il rischio è che la memoria si trasformi in una data sul calendario, in una cerimonia distratta o in una pagina letta in fretta.
Auschwitz vi ricorda che dietro i numeri ci sono persone, bambini, famiglie, nomi e vite interrotte. Vi chiede di riconoscere i primi segnali dell’odio: la disumanizzazione, la propaganda, l’indifferenza, l’idea che qualcuno valga meno perché appartiene a un altro popolo, professa un’altra religione o possiede una diversa identità. Non pensate mai che il male si presenti annunciando di essere il male. Spesso arriva travestito da ordine, sicurezza, obbedienza o presunta difesa della civiltà.
La seconda riflessione è: quando una società perde i propri valori, non basta protestare contro il vecchio mondo: bisogna avere il coraggio di costruirne uno nuovo.
Questo è il cuore di Dio è morto. Il titolo provocò scandalo e la canzone incontrò la censura della Rai, mentre venne trasmessa anche da Radio Vaticana. Non era, però, una celebrazione del nichilismo. Raccontava la morte delle false certezze, dell’ipocrisia, del conformismo e del benessere trasformato in unica misura della vita; alla fine apriva alla speranza di una rinascita morale.
Anche voi siete cresciuti in mezzo a valori proclamati e continuamente smentiti. Vi parlano di merito, ma non tutti partono dalla stessa linea. Vi parlano di libertà, mentre ogni vostra scelta viene osservata, registrata e trasformata in un dato. Vi invitano a essere voi stessi, ma vi sottopongono senza sosta al giudizio degli altri.
Dio è morto non vi chiede di distruggere per il gusto di farlo. Vi invita a smascherare ciò che è falso e a non confondere la ribellione con il cinismo. Contestare è facile; costruire richiede responsabilità. Il mondo nuovo non nasce da uno slogan, ma dalle azioni quotidiane, dal modo in cui trattate chi è più fragile, da ciò che accettate e da ciò davanti a cui decidete di non restare in silenzio.
La terza è: difendete la vostra libertà di parola, ma ricordate che la sincerità ha valore soltanto quando siete disposti a pagarne il prezzo.
Quando ascoltai per la prima volta L’avvelenata, mi sembrò che qualcuno avesse aperto una finestra in una stanza piena di fumo. Guccini rispondeva ai critici, ai moralisti, agli intellettuali che volevano decidere che cosa fosse autentico e che cosa non lo fosse. Non cercava di apparire educato, accomodante o rassicurante.
Oggi vivete in un’epoca in cui tutti possono esprimersi, ma molti finiscono per dire soltanto ciò che garantisce approvazione. Si parla per ottenere reazioni, per non essere esclusi, per alimentare il proprio personaggio pubblico. L’avvelenata vi ricorda che la libertà non consiste nell’offendere chiunque, ma nel non tradire voi stessi pur di essere accettati.
Non trasformate però la franchezza in crudeltà. Dire sempre ciò che si pensa non è automaticamente un atto di coraggio. Il vero coraggio è assumersi la responsabilità delle parole e saperle rivolgere anche contro i propri errori, non soltanto contro quelli degli altri.
La quarta è: le persone che abbiamo amato continuano a esistere nei ricordi, ma nessun ricordo può fermare il cambiamento.
Incontro è una delle canzoni che, con il passare degli anni, ho sentito diventare sempre più vera. Racconta il ritrovarsi dopo molto tempo, la percezione di ciò che è cambiato, le strade che si sono separate e le vite che hanno mantenuto soltanto una traccia di ciò che avrebbero potuto essere.
A vent’anni crediamo che le amicizie siano eterne e che le persone destinate a noi resteranno sempre accanto. Poi arrivano il lavoro, le partenze, gli amori, le delusioni, le scelte e perfino le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare. Qualcuno si allontana senza litigare. Qualcun altro rimane nella nostra memoria diverso da come è diventato realmente.
Non abbiate paura di cambiare e non pretendete che gli altri restino immobili per rassicurarvi. Abbiate però cura dei legami veri. Scrivete quella lettera, fate quella telefonata, chiedete scusa quando è necessario. Una delle lezioni più dure della mia età è avere compreso che molte occasioni sembrano rinviabili soltanto finché non è troppo tardi.
La quinta è: la libertà senza giustizia è un privilegio, e l’indignazione senza responsabilità rischia di diventare soltanto rumore.
La locomotiva, contenuta nell’album Radici del 1972, si ispira alla vicenda del ferroviere anarchico Pietro Rigosi, che nel 1893 si impossessò di una locomotiva dirigendola verso Bologna. Guccini trasformò quell’episodio in una grande ballata sulla rivolta, sull’ingiustizia sociale e sul sogno di un mondo diverso. Per anni fu il brano conclusivo di moltissimi suoi concerti.
Quando la cantavamo insieme, il ritornello diventava quasi un rito collettivo. Sentivamo la forza della ribellione, la corsa del treno, il desiderio di abbattere un ordine che consideravamo ingiusto. Con il tempo ho capito che una rivolta non si misura soltanto dalla forza con cui esplode, ma dalla realtà che riesce a creare dopo.
Anche voi avete buone ragioni per essere arrabbiati: il lavoro precario, il costo della vita, la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze e un futuro che sembra continuamente ipotecato dalle generazioni precedenti. Non lasciate che vi convincano che indignarsi sia infantile. Ma non permettete neppure che la rabbia venga usata per manipolarvi. Chiedetevi sempre chi guida la locomotiva, dove vuole condurla e chi rischia di essere travolto.
La sesta è: il progresso diventa una sconfitta quando, per andare più veloci, dimentichiamo il paesaggio e le persone che abbiamo lasciato indietro.
Ne Il vecchio e il bambino un anziano accompagna un bambino attraverso un mondo trasformato, ricordando campi, alberi e luoghi che non esistono più. È un dialogo tra generazioni, ma anche un avvertimento ecologico scritto molto prima che la crisi ambientale diventasse una delle principali emergenze del pianeta.
Io appartengo a una generazione che ha conosciuto campagne poi coperte dal cemento, fiumi in cui si poteva fare il bagno e paesi svuotati dall’emigrazione. Abbiamo accolto il progresso perché significava uscire dalla miseria, studiare, curarsi e vivere meglio. Non sempre, però, ci siamo chiesti quale prezzo avrebbero pagato i nostri figli e i nostri nipoti.
Voi avete il diritto di chiederci conto di quel prezzo. Avete anche la responsabilità di non ripetere i nostri errori. La tecnologia è uno strumento straordinario, ma non è una direzione morale. Una città più moderna non è necessariamente una città più umana; una produzione più efficiente non è davvero un successo se consuma il futuro di chi verrà dopo.
La settima è: una società non può dichiararsi civile finché obbliga una donna a giustificare le proprie scelte più intime.
Piccola storia ignobile affrontò il tema dell’aborto in anni in cui il corpo femminile era ancora più apertamente sottoposto al giudizio della morale pubblica, della legge, della famiglia e dell’autorità maschile. Guccini raccontò non un caso astratto, ma la solitudine concreta di una donna.
Questo brano vi insegna che dietro ogni dibattito politico esistono vite reali. È facile esprimere opinioni categoriche quando le conseguenze vengono sopportate da qualcun altro. È più difficile ascoltare senza giudicare, riconoscere la complessità e accettare che non tutte le esperienze possano essere ridotte a una formula.
A voi ragazzi, soprattutto agli uomini, direi di non considerare mai il rispetto delle donne una concessione benevola. Non decidete al loro posto, non trasformate il loro dolore in un argomento e non scambiate il possesso per amore. Una società cambia davvero quando la libertà degli altri smette di essere percepita come una minaccia.
L’ottava è: alcuni amori non finiscono con una spiegazione: restano come vento caldo, memoria e possibilità mancata.
Scirocco è una canzone adulta, piena di nostalgia, di desiderio e di tempo perduto. Non racconta l’amore come una favola né come una conquista. Racconta ciò che rimane quando la vita prende una direzione diversa da quella immaginata.
Alla vostra età l’amore sembra spesso dover essere assoluto, immediato e continuamente dimostrato. Le relazioni vengono esposte, commentate, definite e talvolta consumate con la stessa velocità delle immagini. Ma i sentimenti più profondi non sempre producono contenuti da mostrare. A volte esistono nel silenzio, nell’attesa, nel rimpianto o nella consapevolezza che amare qualcuno non significa necessariamente poterlo trattenere.
Imparate a distinguere la passione dal possesso. Non misurate il valore di una storia soltanto dalla sua durata. Alcune persone attraversano la nostra vita per poco tempo e ci cambiano per sempre; altre rimangono accanto a noi per anni senza riuscire davvero a incontrarci.
La nona è: sapere che un giorno non ci saremo dovrebbe renderci più umili, non più disperati.
Noi non ci saremo allarga lo sguardo oltre la durata della vita individuale. Il mondo continuerà senza di noi, la natura cancellerà le tracce delle nostre ambizioni e altre generazioni abiteranno luoghi che oggi crediamo di possedere.
Quando avevo vent’anni, la morte era una parola lontana. Ora è entrata nella mia rubrica telefonica: numeri che non posso più chiamare, nomi che continuo a non voler cancellare, amici con cui ho cantato e che non possono più prendere in mano una chitarra.
Eppure questa consapevolezza non mi rende necessariamente triste. Mi insegna che il tempo è prezioso proprio perché è limitato. Voi vivete in un’epoca che vi invita a costruire continuamente un’immagine destinata a sopravvivervi, ma non confondete la visibilità con l’esistenza. Non importa quanto a lungo resterà un vostro contenuto in rete. Importa quanto bene avrete fatto sentire una persona mentre eravate insieme.
La decima è: chi muore non ritorna, ma può continuare a vivere nel modo in cui scegliamo di ricordarlo e di amare chi resta.
Qui metto insieme Canzone per un’amica e Canzone per Piero, perché entrambe mi hanno insegnato che il lutto non è un incidente da nascondere, ma una parte inevitabile dell’amore.
Canzone per un’amica, inizialmente intitolata In morte di S.F., nacque dal dolore per la scomparsa di un’amica in un incidente stradale e fu resa celebre anche dall’interpretazione dei Nomadi. Il brano accompagna la perdita senza addolcirla e senza trasformarla in spettacolo. Canzone per Piero è invece una meditazione intima sull’amicizia, sull’assenza e sul dialogo ideale con chi non può più rispondere.
Sono canzoni che oggi, nel giorno dell’addio a Francesco Guccini, assumono un significato ancora più intenso. Non perché la sua morte renda improvvisamente importanti parole che lo erano già, ma perché ci ricorda che anche le voci che sembravano destinate ad accompagnarci per sempre appartengono al tempo umano.
Ecco allora che cosa hanno ancora da dire le canzoni di Guccini ai ragazzi di vent’anni.
Vi dicono di non dimenticare. Di non accettare l’ingiustizia soltanto perché è diventata normale. Di dubitare delle verità troppo comode. Di non vergognarvi della fragilità. Di difendere la libertà vostra e quella degli altri. Di amare senza possedere. Di riconoscere il valore delle persone prima che diventino ricordi. Di non confondere il progresso con la velocità, il consenso con la verità, la fama con la vita.
Vi dicono soprattutto di fare attenzione alle parole.
Le parole possono diventare propaganda, insulto e menzogna, ma possono anche attraversare sessant’anni e arrivare intatte a qualcuno che non era ancora nato quando furono scritte. Possono entrare nella stanza di un ragazzo che non ha mai visto un giradischi e fargli comprendere che le sue paure non sono soltanto sue.
Io non so se prenderete mai una chitarra per cantare La locomotiva in compagnia. Forse la ascolterete da soli, con le cuffie, mentre viaggiate su un treno molto diverso da quello immaginato da Guccini. Non importa. Ogni generazione trova il proprio modo di incontrare le canzoni.
Vi chiedo soltanto di non ascoltarle in fretta.
Lasciate che vi disturbino, che vi facciano domande, che vi obblighino a cercare parole di cui non conoscete il significato e storie che nessun breve video può contenere. Non dovete essere d’accordo con tutto. Sarebbe contrario allo stesso spirito di Guccini accettare le sue parole come un catechismo. Dovete discuterle, metterle alla prova e usarle per formulare domande nuove.
Quando avevo la vostra età, credevo che le canzoni avrebbero cambiato il mondo. Oggi so che nessuna canzone può farlo da sola. Può però cambiare una persona, e una persona cambiata può scegliere di comportarsi diversamente. Può rifiutarsi di odiare. Può fermarsi davanti a un’ingiustizia. Può conservare una memoria. Può prendersi cura di qualcuno.
Forse è così che le canzoni attraversano il tempo: non restando ferme nei dischi, ma entrando nelle vite.
Oggi la voce di Francesco Guccini si consegna definitivamente alla memoria. Ma finché un ragazzo si domanderà perché l’uomo continui a fare del male all’uomo, finché qualcuno si ribellerà all’ipocrisia, ricorderà un amico perduto o guarderà un paesaggio chiedendosi che cosa ne resterà, quelle canzoni non apparterranno soltanto al passato.
Apparterranno anche a voi.
Con l’affetto di chi ha cantato quelle parole per tutta la vita e continua ancora, magari con una voce meno sicura e qualche accordo dimenticato,
un ragazzo di settant’anni.
f.b.
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