Le proteste che da giorni attraversano l’Iran hanno superato una soglia critica. Le manifestazioni, iniziate come risposta alla crisi economica e al carovita, si sono trasformate rapidamente in una contestazione politica diretta contro il vertice del potere. Nelle ultime notti, secondo fonti giornalistiche internazionali, le piazze di Teheran e di numerose città di provincia sono state teatro di scontri violenti, spari e arresti di massa, mentre le autorità hanno alzato il livello di allerta e rafforzato la presenza delle forze di sicurezza. Fonti internazionali parlano di almeno 65 vittime e oltre 2.300 arresti. Il bilancio è provvisorio, me i numeri potrebbero essere molto più alti, mentre l’assistenza ospedaliera è completamente in ginocchio.
Il leader supremo Ali Khamenei ha reagito accusando “potenze straniere” di fomentare i disordini e ha invitato gli Stati Uniti a occuparsi dei propri problemi interni. Parole che arrivano mentre, sul terreno, la repressione si fa sempre più dura. Secondo l’ANSA, le autorità giudiziarie iraniane hanno dichiarato che tutti i manifestanti arrestati potrebbero essere perseguiti con accuse capitali, aprendo esplicitamente alla possibilità della pena di morte anche per chi partecipa alle proteste o le sostiene.
Le testimonianze raccolte dai media internazionali parlano di un uso sistematico della forza. The Guardian riferisce di spari contro la folla, pestaggi e feriti gravi, con ospedali sotto pressione e famiglie alla ricerca dei dispersi. Al Jazeera sottolinea come le Guardie della Rivoluzione e i Basij siano stati dispiegati in modo capillare, mentre le comunicazioni digitali vengono oscurate per impedire il coordinamento dei manifestanti e la diffusione di immagini all’estero. Anche CBS News segnala un bilancio delle vittime in costante aumento e un clima di paura alimentato da arresti notturni e confessioni forzate.
Sul piano politico, la crisi iraniana ha riacceso il confronto con Washington. Il presidente Donald Trump è intervenuto pubblicamente invitando il regime di Teheran a fermare la repressione e a “ascoltare il proprio popolo”, parole che il governo iraniano ha respinto come interferenze. Intanto, diversi governi europei hanno espresso una ferma condanna per l’uso della violenza contro i civili e hanno chiesto il rispetto dei diritti umani fondamentali.
Al di là delle reazioni ufficiali, ciò che emerge con chiarezza è la natura ormai strutturale della protesta. Non si tratta più soltanto di rivendicazioni economiche, ma di una contestazione che mette in discussione l’intero impianto del potere teocratico. Gli slogan contro Khamenei, riportati da più fonti internazionali, indicano una frattura profonda tra una parte significativa della società iraniana e le istituzioni. La minaccia della pena di morte, lungi dal placare la piazza, rischia di radicalizzare ulteriormente lo scontro e di isolare ancora di più il Paese sul piano internazionale.
In questo contesto, l’Iran appare avviato verso una fase di forte instabilità, con un equilibrio sempre più fragile tra repressione interna, pressione sociale e attenzione globale. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il regime riuscirà a soffocare le proteste o se queste continueranno a crescere, trasformandosi in una crisi politica di lungo periodo.
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