La Legge di Bilancio 2026, arrivata in Aula al Senato della Repubblica con la presenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, segna un passaggio politico ed economico che va oltre il consueto confronto su bonus, aliquote e pensioni. La sensazione diffusa, tra osservatori e parti sociali, è che l’Italia stia sperimentando una forma nuova e meno dichiarata di austerità: non più quella lineare e brutale degli anni post-crisi del debito, ma una austerità selettiva, calibrata, giustificata dal contesto europeo e dal rientro graduale dalle politiche espansive degli ultimi anni.
Come scrive Il Sole 24 Ore, l’avvio dell’esame della manovra a Palazzo Madama avviene sotto il segno della prudenza: conti pubblici sorvegliati speciali, margini di manovra ridotti e la necessità di rassicurare Bruxelles sul percorso di riduzione del deficit. In questo quadro, il governo rivendica una manovra “responsabile”, ma i numeri raccontano una storia più complessa. Le risorse sono concentrate su poche priorità – fisco, natalità, lavoro – mentre molte voci di spesa vengono sterilizzate, rinviate o ridimensionate.
Secondo quanto riportato da RaiNews, il taglio dell’IRPEF e alcune misure per le famiglie convivono con interventi restrittivi sul fronte previdenziale. Le pensioni diventano il terreno simbolico di questa possibile new austerity: meno flessibilità in uscita, freno alle pensioni anticipate e maggiore enfasi sulla previdenza complementare. Non si tratta di tagli diretti, ma di un cambio di filosofia, che sposta l’onere della sicurezza futura sempre più sull’individuo.
Anche sul fronte dei bonus emerge una logica di selezione. Come scrive Il Messaggero, restano il bonus prima casa e il bonus mamme, ma con platee più mirate e criteri ISEE più stringenti. La casa, pur tutelata come bene primario, non è più un terreno di espansione indiscriminata della spesa pubblica. I bonus edilizi vengono normalizzati dopo gli eccessi degli anni precedenti, segnando la fine definitiva della stagione emergenziale del Superbonus.
Il ministro Giancarlo Giorgetti parla di equilibrio tra rigore e crescita, ma il linguaggio stesso della manovra – fatto di coperture, compatibilità e gradualità – richiama una cultura economica che molti pensavano archiviata. Non è l’austerità punitiva della “troika”, ma nemmeno una politica espansiva keynesiana. È piuttosto una austerità adattiva, figlia dei nuovi vincoli europei, del ritorno del Patto di stabilità e di un debito pubblico che limita ogni ambizione redistributiva.
La domanda allora è legittima: possiamo parlare di new austerity? La risposta, probabilmente, è sì, se per austerità intendiamo una riduzione strutturale dello spazio di intervento pubblico, mascherata da razionalizzazione e sostenibilità. No, se pensiamo ai tagli lineari e agli shock sociali del passato. La Manovra 2026 non colpisce in modo frontale, ma ridisegna silenziosamente il perimetro dello Stato sociale, spostando risorse, responsabilità e aspettative.
In questo senso, la manovra non è solo un atto contabile, ma un segnale politico: l’Italia entra in una fase in cui la crescita non sarà più sostenuta dall’espansione della spesa, bensì dalla sua selezione. Una new austerity, appunto, più discreta, più tecnica, ma non per questo meno incisiva sul tessuto sociale ed economico del Paese.
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