Essere napoletani significa necessariamente essere nati a Napoli? Oppure esiste un senso di appartenenza capace di andare oltre il luogo di nascita, l’anagrafe e persino le origini familiari? È da questa domanda che prende forma Non siamo napoletani – I 100 non napoletani che hanno fatto grande Napoli, il nuovo libro del giornalista, scrittore e docente universitario Michelangelo Iossa, pubblicato da Edizioni MEA con la prefazione di Renzo Arbore. Un volume che attraversa secoli di storia, cultura, arte, musica, letteratura e costume per raccontare cento personaggi che, pur non essendo nati nel capoluogo campano, hanno contribuito in maniera decisiva a costruire ciò che oggi il mondo riconosce come “napoletanità”.

La prima presentazione al pubblico è in programma giovedì 10 settembre 2026 alle ore 18, presso il Mondadori Bookstore/MA di Galleria Umberto I a Napoli, con un ospite speciale: Pino Strabioli, regista, attore e volto noto della televisione e della radio italiana, che dialogherà con l’autore. All’incontro prenderanno parte anche Antonio Parlati, direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli, e il musicista e cantautore Diego Moreno. A moderare sarà Geltrude Vollaro di Edizioni MEA.
Il punto di partenza scelto da Michelangelo Iossa è semplice soltanto in apparenza: napoletani si nasce o si diventa? Da questa domanda emerge una lettura della città che supera l’idea di un’identità chiusa e immutabile. Al contrario, Napoli appare come un luogo capace da secoli di assorbire culture, persone, linguaggi e sensibilità differenti, trasformandoli e lasciandosi a sua volta trasformare. La napoletanità, dunque, non sarebbe esclusivamente una conseguenza della nascita, ma anche una forma di adesione culturale e sentimentale, una condizione dell’anima che può appartenere anche a chi è arrivato da lontano.
È proprio questo il filo conduttore delle cento storie raccolte in Non siamo napoletani. Il libro porta il lettore davanti a un apparente paradosso: molte figure considerate indissolubilmente legate all’immaginario di Napoli non sono nate nella città partenopea. Eppure ne hanno segnato profondamente la storia, contribuendo alla costruzione del suo mito in Italia e nel mondo.
Tra i protagonisti evocati da Iossa c’è naturalmente Diego Armando Maradona, nato in Argentina ma divenuto, attraverso gli anni trascorsi con la maglia del Napoli, uno dei simboli più potenti della città contemporanea. Il suo rapporto con Napoli è andato ben oltre il calcio: per generazioni di tifosi e cittadini, Maradona ha rappresentato orgoglio, riscatto, appartenenza e identificazione collettiva. La sua vicenda è forse una delle dimostrazioni più immediate della tesi che attraversa l’intero volume: si può diventare napoletani attraverso un legame così profondo da cancellare simbolicamente ogni distanza geografica.
Ma il viaggio di Non siamo napoletani comincia molto prima dell’epoca moderna. Nel mosaico costruito dall’autore entrano figure appartenenti alla storia, alla leggenda e alla spiritualità, dalla Sirena Partenope, fondatrice mitica legata alle origini della città, a Virgilio, il poeta latino che la tradizione napoletana ha trasformato nei secoli anche in una figura quasi magica e protettrice. E ancora San Gennaro, il santo che più di ogni altro rappresenta il rapporto intimo tra Napoli, devozione popolare e identità collettiva.
Il libro attraversa poi epoche e mondi differenti con Federico II, protagonista assoluto della storia del Mezzogiorno medievale, e arriva alla letteratura e al giornalismo con Matilde Serao, figura fondamentale della cultura cittadina e cofondatrice de Il Mattino. Anche Benedetto Croce, uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento, entra in questo racconto di appartenenze che non coincidono necessariamente con il luogo indicato su un certificato di nascita.
Il cinema offre altri esempi emblematici. Vittorio De Sica, nato a Sora, e Marcello Mastroianni, nato a Fontana Liri, hanno instaurato nel corso delle rispettive carriere un rapporto importante con Napoli e con la sua rappresentazione cinematografica. Sono personalità che aiutano a comprendere come l’immaginario partenopeo sia stato costruito anche grazie allo sguardo e al talento di uomini e donne provenienti da altri territori.
Lo stesso accade nella musica. Domenico Modugno, pugliese di nascita e protagonista assoluto della canzone italiana del Novecento, è un altro dei nomi attraverso i quali Iossa sviluppa la propria riflessione sulla natura aperta dell’identità napoletana. È un percorso fatto di incontri e contaminazioni, nel quale Napoli non viene descritta come una realtà che respinge ciò che viene da fuori, ma come una città capace di incorporarlo, reinterpretarlo e talvolta trasformarlo in qualcosa di profondamente proprio.
Più che una semplice successione di cento biografie, Non siamo napoletani assume così la forma di una dichiarazione d’amore verso Napoli e verso la sua straordinaria capacità di accogliere. Il concetto centrale del libro è che l’identità partenopea sia stata costruita proprio attraverso secoli di passaggi, dominazioni, migrazioni, scambi culturali e relazioni con uomini e donne provenienti da luoghi differenti. Una città-mondo, quindi, nella quale essere “forestieri” non significa necessariamente rimanere estranei.
La scelta dei protagonisti permette inoltre al lettore di attraversare in modo trasversale la storia napoletana, mettendo insieme personaggi lontanissimi per epoca, formazione ed esperienza. Santi e calciatori, scrittori e musicisti, filosofi, sovrani, attori e figure mitologiche diventano tasselli di uno stesso racconto: quello di una città che ha costruito la propria personalità non soltanto attraverso chi vi è nato, ma anche grazie a chi l’ha scelta, vissuta, raccontata o amata.
Il tema possiede una curiosa relazione anche con la biografia dello stesso autore. Michelangelo Iossa, infatti, è nato a L’Aquila e rappresenta quindi, in qualche misura, uno di quei “napoletani non napoletani” raccontati dal suo libro. Giornalista, scrittore e docente universitario, collabora da circa trent’anni con importanti testate italiane ed è contributor del Corriere della Sera, del Corriere del Mezzogiorno e di altre pubblicazioni del gruppo RCS. Dal 1999 insegna presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.
La produzione editoriale di Iossa ha dedicato ampio spazio soprattutto alla musica e alla cultura popolare. Nel corso della sua carriera ha pubblicato libri dedicati ai Beatles, Michael Jackson, Pino Daniele, Rino Gaetano, Harry Styles e al mondo musicale legato alla saga cinematografica di James Bond, costruendosi negli anni un profilo riconoscibile nel campo della divulgazione musicale e culturale. A Napoli ha inoltre dedicato reportage, produzioni radiotelevisive e altri volumi, consolidando un rapporto professionale e personale con la città che trova in Non siamo napoletani una nuova espressione.
Nel 2004 Michelangelo Iossa ha ricevuto il Premio per l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre nel 2016 gli è stato assegnato il Premio Giornalismo Musicale. Il nuovo lavoro pubblicato da Edizioni MEA si inserisce dunque in una lunga attività editoriale e giornalistica, ma sposta il punto di osservazione su un tema particolarmente significativo: la possibilità di raccontare Napoli partendo proprio da chi, tecnicamente, napoletano non è.
La prefazione firmata da Renzo Arbore, artista che con Napoli e con la sua cultura musicale ha costruito una parte importante del proprio percorso, rafforza ulteriormente il senso dell’operazione. Il libro non cerca infatti di stabilire chi abbia o meno il “diritto” di definirsi napoletano, ma propone una prospettiva più ampia, nella quale l’appartenenza nasce dall’incontro tra una persona e una città.
Il risultato è una Napoli vista non soltanto come luogo geografico, ma come spazio culturale. Una realtà che può entrare nella vita delle persone attraverso la musica, la lingua, la storia, il teatro, lo sport, il cinema, la religiosità, il cibo, l’arte e quella particolare mescolanza di ironia e sentimento che ne ha costruito nel tempo l’immagine internazionale.
La presentazione del 10 settembre in Galleria Umberto I diventa quindi l’occasione per discutere non soltanto del libro, ma dello stesso significato contemporaneo della parola “napoletano”. Insieme a Pino Strabioli, Antonio Parlati, Diego Moreno e Geltrude Vollaro, Michelangelo Iossa porterà al centro dell’incontro una domanda che attraversa idealmente tutte le pagine del volume: quanto conta davvero il luogo in cui siamo nati quando una città è riuscita a diventare parte della nostra identità?
Non siamo napoletani – I 100 non napoletani che hanno fatto grande Napoli suggerisce una risposta precisa. Napoli non appartiene esclusivamente a chi vi nasce. Può appartenere anche a chi la sceglie, a chi ne interpreta lo spirito, a chi contribuisce a raccontarla e persino a chi, arrivando da altrove, finisce per cambiare insieme a lei. Perché l’identità di una città grande e complessa non si costruisce soltanto attraverso le radici, ma anche attraverso gli incontri.
Ed è forse proprio questo uno dei motivi per cui Napoli continua a esercitare un fascino universale: la sua capacità di essere profondamente legata alla propria storia e, nello stesso tempo, di appropriarsi affettuosamente di chi decide di entrarvi davvero. In fondo, come suggerisce il messaggio che accompagna il volume di Michelangelo Iossa, non conta soltanto dove si è nati. Conta anche quanta Napoli, nel corso della vita, riesce a nascere dentro ciascuno di noi.
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