Negli ultimi giorni si parla molto di pensioni e, in particolare, di riscatto della laurea. Il motivo è la Manovra 2026, che introduce alcune modifiche destinate a incidere in modo concreto sulla vita lavorativa di migliaia di persone, soprattutto giovani e professionisti che hanno iniziato a lavorare dopo l’università. Le nuove regole non eliminano il riscatto degli anni di studio, ma ne riducono l’efficacia e allungano i tempi per andare in pensione.
Fino a oggi il riscatto della laurea è stato considerato una sorta di “anticipo sul futuro”: pagando i contributi relativi agli anni universitari, questi venivano conteggiati come anni di lavoro vero e proprio, permettendo di avvicinarsi prima alla pensione anticipata. Con la Manovra, però, questo meccanismo cambia. Dal 2031 in poi, gli anni riscattati continueranno a esistere nei conteggi previdenziali, ma conteranno meno. In pratica, non spariscono, ma valgono sempre meno mesi ai fini dell’uscita anticipata dal lavoro.
Il risultato è semplice da capire: anche chi ha già pagato per riscattare la laurea potrebbe trovarsi a dover lavorare più a lungo del previsto. Un paradosso che ha acceso le critiche dei sindacati, in particolare della CGIL, secondo cui si tratta di una penalizzazione che arriva dopo scelte già compiute e sostenute economicamente dai lavoratori.
A complicare ulteriormente la situazione c’è l’allungamento delle cosiddette finestre mobili. Oggi, una volta raggiunti i requisiti per la pensione anticipata, bisogna attendere tre mesi prima di ricevere il primo assegno. Con le nuove regole, questa attesa aumenterà progressivamente fino a sei mesi. In concreto, significa che anche quando i contributi sono “a posto”, la pensione non parte subito e il lavoratore resta in una sorta di limbo.
È importante chiarire un punto: il riscatto della laurea non viene abolito. Resta valido per la pensione di vecchiaia e continua a essere uno strumento utilizzabile. Quello che cambia è la sua capacità di accorciare i tempi per l’uscita anticipata. Una differenza tutt’altro che marginale, soprattutto per chi ha carriere frammentate, contratti discontinui o lunghi periodi di formazione non retribuita.
Dietro queste modifiche c’è una scelta politica precisa: spingere le nuove generazioni a restare più a lungo nel mercato del lavoro. Ma il rischio è quello di aumentare la sfiducia nel sistema previdenziale, soprattutto tra chi aveva pianificato il proprio futuro contando su regole che ora vengono riscritte.
Per chi oggi sta pensando se riscattare o meno gli anni di università, il consiglio è uno solo: informarsi bene. Non basta più sapere quanto costa il riscatto, bisogna capire anche quanto varrà davvero domani. Perché, con le nuove regole, la laurea riscattata potrebbe non bastare più per andare in pensione prima.
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