L’inizio del 2026 si apre con un nuovo e significativo fronte di protesta nel mondo dell’istruzione. Lunedì 12 e martedì 13 gennaio 2026 è infatti in programma uno sciopero nazionale della scuola che rischia di avere un impatto rilevante su milioni di studenti e famiglie, con lezioni sospese o fortemente ridotte in tutta Italia. La mobilitazione, inizialmente prevista per il 9 e 10 gennaio, è stata posticipata in seguito all’intervento della Commissione di Garanzia sugli Scioperi, ma mantiene intatta la propria portata e le proprie motivazioni.
Ad aderire allo sciopero saranno docenti, personale ATA, educatori e lavoratori del comparto istruzione e ricerca, sia delle scuole statali sia di quelle comunali e paritarie. Il rischio concreto è quello di istituti aperti ma privi di un numero sufficiente di insegnanti e collaboratori per garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche, soprattutto nelle scuole dell’infanzia, primarie e nei servizi educativi gestiti dagli enti locali. Come da normativa, ogni singola scuola comunicherà alle famiglie, attraverso circolari interne, l’eventuale riduzione dell’orario o la sospensione delle lezioni.
La protesta è stata proclamata dalle sigle sindacali FLP, CONFSAI, CONALPE e CSLE, che denunciano una situazione di crescente disagio nel settore scolastico. Al centro dello sciopero vi è innanzitutto la questione salariale: secondo i sindacati, gli stipendi del personale scolastico italiano restano ampiamente al di sotto della media europea, a fronte di carichi di lavoro sempre più gravosi e di responsabilità crescenti. A questo si aggiunge la richiesta del riconoscimento dei buoni pasto, finora esclusi per gran parte dei lavoratori della scuola, nonostante orari prolungati e attività extra-didattiche.
Un altro nodo centrale riguarda il tema del lavoro usurante. I promotori dello sciopero chiedono che l’attività scolastica venga ufficialmente riconosciuta come tale, consentendo una riduzione dell’età pensionabile e maggiori tutele previdenziali. La protesta si estende anche alla gestione del precariato, con la richiesta di riapertura e scorrimento delle graduatorie, in particolare per il personale educativo e per gli insegnanti di sostegno, e alla contestata attribuzione delle supplenze tramite algoritmo nelle GPS, giudicata iniqua e fonte di errori.
Particolare attenzione viene inoltre posta sul benessere psicologico di chi lavora nella scuola. Tra le rivendicazioni figura l’introduzione stabile dello psicologo scolastico, non solo a supporto degli studenti ma anche del personale docente e non docente, sempre più esposto a stress, burnout e conflittualità. Una richiesta che intercetta un tema ormai centrale nel dibattito pubblico post-pandemia.
Lo sciopero del 12 e 13 gennaio 2026 si inserisce così in un contesto più ampio di tensione tra il mondo della scuola e le istituzioni, segnato da rinnovi contrattuali giudicati insufficienti e da una percezione diffusa di scarso riconoscimento sociale ed economico del lavoro educativo. Per le famiglie, si annunciano due giornate complesse, da gestire con attenzione, mentre per il Governo il segnale che arriva dalle scuole è chiaro: il sistema dell’istruzione chiede risposte strutturali, non più rinviabili.
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