Dal 2026 gli acquisti online delle famiglie italiane potrebbero costare un po’ di più. Al centro del dibattito politico ed economico c’è l’ipotesi di introdurre una tassa di 2 euro sui pacchi sotto i 150 euro, una misura inserita nelle prime bozze della Manovra e attribuita all’indirizzo del governo guidato da Giorgia Meloni, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso tra i principali riferimenti politici della proposta. L’obiettivo dichiarato è quello di compensare i costi logistici e amministrativi legati all’enorme flusso di spedizioni generate dall’e-commerce, in particolare quelle provenienti dall’estero, ma l’impatto reale rischia di ricadere direttamente sui consumatori.
Il punto più controverso riguarda proprio l’ambito di applicazione. La tassa, così come formulata inizialmente, non colpirebbe solo i pacchi provenienti da Paesi extra-UE – come Cina o Sud-Est asiatico – ma potenzialmente anche le spedizioni interne o europee sotto la soglia dei 150 euro. Questo significa che gran parte degli acquisti quotidiani online, dai piccoli elettrodomestici ai libri, dall’abbigliamento agli accessori, potrebbe subire un rincaro automatico. Due euro possono sembrare una cifra marginale, ma moltiplicati per milioni di pacchi l’anno diventano un costo strutturale che, secondo le associazioni dei consumatori, finirà quasi inevitabilmente per essere scaricato sui clienti finali.
Non a caso Federconsumatori ha espresso una posizione molto critica, chiedendo esplicitamente che eventuali nuovi oneri non vengano trasferiti sulle famiglie. L’associazione sottolinea come l’e-commerce rappresenti ormai una componente essenziale dei consumi, soprattutto per le fasce di reddito medio-basse, e come un aggravio generalizzato rischi di colpire in modo regressivo chi acquista online per risparmiare. Anche il mondo della logistica e alcune piattaforme digitali guardano con preoccupazione alla misura, temendo un aumento dei costi operativi e un effetto depressivo sulla domanda.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il contesto europeo. L’Unione Europea ha già deciso che dal luglio 2026 verrà eliminata l’esenzione doganale per i pacchi di basso valore provenienti da Paesi extra-UE, introducendo un contributo fisso che dovrebbe aggirarsi intorno ai 3 euro. In questo scenario, la tassa italiana rischierebbe di sovrapporsi a quella europea, creando un doppio livello di imposizione e possibili problemi di compatibilità giuridica. È proprio su questo punto che si concentrano molte delle perplessità sollevate da analisti ed esperti: la competenza in materia doganale è prevalentemente europea e una misura nazionale troppo ampia potrebbe essere contestata o costretta a una revisione.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, infatti, la tassa da 2 euro potrebbe essere modificata o addirittura ritirata nel corso dell’iter parlamentare. Le pressioni politiche, le critiche delle associazioni dei consumatori e i dubbi di legittimità sembrano rendere il provvedimento tutt’altro che definitivo. Resta però il segnale politico: il tema della regolazione dell’e-commerce e dei piccoli pacchi è ormai centrale e difficilmente scomparirà dall’agenda. Per le famiglie italiane il rischio concreto è quello di vedere aumentare, anche se di poco, il costo di una pratica quotidiana che negli ultimi anni è diventata la norma.
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